paolo conte

“LA MUSICA MI HA ABBANDONATO” – PAOLO CONTE A 88 ANNI ASPETTA CHE “TORNI IL GUSTO DI SUONARE” – GLI INIZI COME AVVOCATO: “NON SAPEVO COSA VOLEVO FARE NELLA VITA. AVEVO PRESO UNA LAUREA IN LEGGE, PERCHÉ DALLA PARTE DI MIO PADRE AVVOCATI E NOTAI ERANO IL PANE QUOTIDIANO, MA LA MIA MANIA ERA IL JAZZ. PER QUALCHE ANNO ERO STATO CURATORE DI FALLIMENTI. MI INTENERIVO DI FRONTE ALLE CADUTE” – IL SUCCESSO: “NON MI SONO MAI PREOCCUPATO CHE QUALCUNO MI PRENDESSE SUL SERIO E HO FATTO DI TUTTO PERCHÉ NON ACCADESSE” – LA SIMPATIA PER LUCIO BATTISTI, LA PIGRIZIA CHE GLI HA FATTO DIRE DI “NO” A UN FILM DI MARIO MONICELLI E LA MOSTRA CON I SUOI QUADRI AD ASTI…

 

Estratto dell’articolo di Malcom Pagani - foto di Christopher Anderson per “U” – “la Repubblica”

 

paolo Conte - foto di Christopher Anderson per U

È grigia la strada ed è grigia la luce, un temporale fa dei grandi gesti grigi, è tutto grigio, il clima suo. Dietro la porta del pomeriggio, Paolo Conte appare, scompare e dopo riappare senza mai concedere il privilegio di farsi trovare. Arcane come certe amanti, le sue parole dicono e non dicono inseguendo pause, silenzi e memorie ondulate senza promettere fedeltà.

 

[…]

 

Palazzo Mazzetti, ad Asti, ospita una magnifica mostra curata da Manuela Furnari in cui, osservando 143 opere dipinte da Conte tra il 1957 e il 2023 – danzatori di swing, mannequin fanatiche, pugili, cavalli, piscine, trombonisti, automobili – si può intuire che una vita tanto vissuta la sua eleganza ce l’ha.

 

Dino Buzzati giurava d’esser vittima di un equivoco: “Sono un pittore che per hobby ha fatto anche lo scrittore. Il mondo mi identifica come tale e rifiuta di prendere sul serio i miei quadri”.

“Non mi sono mai preoccupato che qualcuno mi prendesse sul serio e forse ho fatto di tutto perché non accadesse. Musica e pittura per me pari son. Non solo importanti allo stesso modo, ma preziose. Indispensabili. La pittura è rimasta un piacere, con la musica ho lavorato di più trasformandola in un mestiere. Nutro un identico affetto per entrambe”.

 

paolo Conte - foto di Christopher Anderson per U

Ricorda i primi disegni?

“Trattori, di cui mi affascinavano meccanica, forma e rumori”.

 

Dipingeva per fuggire dalla noia?

“Quando la noia si presentava provavo a difendermi, ma può anche darsi che la noia, zitta, zitta, quatta, quatta, abbia innescato una ribellione inconsapevole persuadendomi a inventare, a scrivere canzoni e a dipingere”.

 

 

[…]

 

Come mai?

“Forse per le origini, ondivaghe, del mio viaggio. Le dico la verità: non sapevo cosa volevo fare nella vita. Avevo preso una laurea in legge, perché dalla parte di mio padre avvocati e notai erano il pane quotidiano, ma la mia mania era il jazz. Mi appassionava, suonavo il vibrafono, il trombone e il piano e avevo messo su con mio fratello Giorgio un quartetto”.

paolo Conte - foto di Christopher Anderson per U

 

Lei è nato nel 1937. Che suoni aveva la sua infanzia?

“Più che un suono, aveva un odore e un sapore cattivo, malefico: il profumo della guerra. Mi è rimasto impresso e lo ricordo bene. Arrivavano notizie terribili e cose orribili ti toccava osservare. Un giorno, dalla finestra, vidi un uomo che i partigiani stavano per fucilare. Camminava tra le camionette, con le mani legate dietro la schiena da una corda e aveva la faccia macchiata di rosso e di nero”.

 

Vita e morte, come in Stendhal.

“Quell’uomo andava consapevolmente a morire e lo faceva con una certa dignità. Vedere tutto questo fa male e ti lascia dentro un dolore. Certe cose restano, il tempo non le cancella”.

 

Cosa resta davvero?

“I dettagli. Un giorno a due passi da qui arrivò un plotone di partigiani giovani comandati da un altro ragazzo, un tipo dolcissimo che però al tempo stesso emanava autorevolezza. Il comandante era amico di mio zio, che voleva farmelo conoscere”.

 

PAOLO CONTE - COPERTINA DI U - LA REPUBBLICA – foto di Christopher Anderson

“Solo il nipote conosce lo zio”, cantava.

“Mi chiamò a gran voce: ‘Vieni giù!’. Ubbidii e andammo. Loro si salutarono con gusto teatrale, io guardavo i partigiani, stanchissimi, accampati in piazza Dante e aspettavo il mio momento.

 

Mio zio mi aveva raccontato che il comandante prima di riuscire a fuggire era stato catturato dai fascisti che gli avevano strappato le unghie una ad una. Per molti minuti la mia concentrazione fu rapita dalle sue mani. Ero inebetito. Le fissavo e non capivo. Erano perfette”.

 

Marc Bloch scrive che in guerra “la falsa notizia è lo specchio in cui la coscienza collettiva contempla i propri lineamenti”.

“In guerra accadono cose poco sensate, cose poco comprensibili. Una volta in campagna accompagnai la nostra nutrice a cercare del pane in paese. Tornammo attraversando le vigne e tutt’a un tratto sentimmo un colpo di fucile. Il proiettile mi passò vicinissimo alla testa e si conficcò sul palo di un filare. Chi aveva sparato? Perché lo aveva fatto? Come mai aveva deciso di premere il grilletto contro una donna inerme e un bambino? Che anacronismo. Che assurdità. Che nonsense”.

paolo conte mostra 3

 

Roba da cannibali.

“Avrei potuto non essere qui a raccontarlo, ma a quell’età certi calcoli per fortuna non li fai”.

 

Nella provincia di Asti, scrive Guido Piovene in Viaggio in Italia (Bompiani), si nota “una difficoltà di sincronia, economica e spirituale, con il mondo di fuori”.

“Verissimo. È sempre stata una città autarchica, smaniosa di distinguersi e volersi staccare dal resto, fin dall’epoca di Barbarossa. Si guardi intorno, qui l’agricoltura incombe. È un’ombra che si allunga sull’economia: pochi investimenti e tanti risparmi perché i tempi duri possono sorprenderti all’improvviso.

 

Poi c’è qualcosa nell’etnia, nella razza, nell’essere una civiltà profondamente contadina in cui i caratteri sono tagliati con la scure, che condiziona il resto. Prenda i letterati. Tra gli astigiani autentici non c’è uno che si sia azzardato a metter giù una poesia. Zero. Da queste parti si sono scritte soltanto tragedie”.

 

paolo Conte - foto di Christopher Anderson per U

[…]

 

Lei ha cantato l’universo femminile in un’infinità di canzoni. A volte allegre, altre grate, altre ancora amarissime.

“Nel primo disco ci sono due brani, La ragazza fisarmonica e Lo scapolo, che attirarono l’attenzione di mia moglie Egle. Le ascoltò e iniziò a guardarmi in modo nuovo, diverso. Quelle canzoni erano figlie di antiche memorie che avevo conservato e sì, effettivamente erano molto amare”.

 

Una madre parla alla figlia mentre le insapona la schiena: “Tuo padre mi diceva/è stato un magro affare/ a quarant’anni appena/ è un uomo da buttare”.

“Non mi sono mai posto il problema di trattenermi dall’esprimere certi sentimenti, di esagerare con altri o peggio di domandarmi cosa scrivere perché quando te lo chiedi sei già nei guai. Le racconto un aneddotino: una sera, a pochissimi giorni dalla registrazione di un disco, mi trovai in difficoltà. Le parole in quell’occasione proprio non mi venivano”.

 

Come ovviò?

paolo Conte - foto di Christopher Anderson per U

“Uscii di casa e andai a comprare un rimario. ‘Vedi mai’, mi dissi e iniziai a sfogliarlo. Arrivai rapidamente alla quarta di copertina e lessi: ‘Questo rimario è aggiornato tenendo conto della produzione letteraria italiana e anche di quella musicale con particolare attenzione al lavoro di Paolo Conte’. Ma si rende conto?”. (Sorride).

 

L’epopea del Mocambo doveva qualcosa al suo antico lavoro da avvocato?

“Eccome. Per qualche anno ero stato curatore di fallimenti. Mi intenerivo di fronte alle cadute e non solo perché sono un garantista, ma perché con chi falliva mi veniva naturale essere indulgente, dolce, comprensivo”

 

Che mondo era quello degli avvocati? Ce ne sono tracce in Per ogni cinquantennio: “Nel gruppo manca mai qualche avvocato/ a lui tocca di fare il bel discorso/ la faccia sua collerica ci accende e ci confonde””,

“Una sera a Forlì i locali avvocati invitano me e il mio compianto manager, Renzo Fantini, per un omaggio. Come in quella canzone è una serata per soli uomini e a un tratto trasfiguro la scena e mi immagino di essere nel Ventennio. Vedo un avvocato in fondo, con la faccia da bulldog e mi dico due cose: ‘Speriamo di non trovarmelo mai di fronte in tribunale, uno così può solo massacrarmi’.

 

[…]

 

paolo conte mostra 2

Una volta le domandarono “Si sente un poeta?”. E lei, spiazzando l’uditorio, rispose di sì.

“Per fortuna l’ho dimenticato”.

 

Ma lei si sente un poeta?

“Senza musica? No. Mi sono sempre trincerato dietro la musica, il mio scudo, la mia armatura. Penso che ad avere in mano la regia delle pagine sia sempre lei: detta i tempi, gli spazi, i respiri. Tante volte mi sono trovato in mano musiche che mi piacevano incontrando difficoltà a scrivere testi che le accompagnassero”.

 

Che si fa in quei casi?

“Ci si arma di matita, gomma, pazienza e notti insonni. Quando arriva il momento giusto, scrivi”.

 

Scriveva spesso di notte?

“Vivevo di notte, che è un’altra cosa. Ma cosa vuole? La mia generazione è stata molto notturna, ci sentivamo adatti alla notte, ci piaceva attraversarla. Era più misteriosa, intima, silenziosa. Non è una nostra esclusiva da vegliardi però, vedo che anche adesso i giovani ci danno dentro”.

 

[…]

 

paolo conte mostra

Voce che prima di diventare “come whisky nella sabbia” – scrissero gli inglesi – era considerata difficile da imporre: nessuna appartenenza politica, nessuna riconoscibilità.

 

“Tutto è cominciato alla Rca di Roma. Era divisa in sezioni e ogni sezione aveva un direttore che si occupava di 4 o 5 artisti. C’era un gusto per l’allevamento dei talenti. Il mio allevatore è stato Lilli Greco. Di lui serbo un ricordo meraviglioso. Aveva sentito dei miei provini per piano e voce, mi stimava e mi propose di fare un disco: ‘Devi cantare’, diceva. Io recalcitravo ma alla fine mi feci convincere. I primi due dischi sono proprio provini appena rimessi a lucido. Non avrei mai pensato di esibirmi in pubblico”.

 

Il primo tour, piano e voce, è del ’79.

“Il primo concerto invece lo feci a Verona, nel ’76, in una vecchia funivia in disuso. Se mi avesse detto che sarebbe arrivato tutto il resto l’avrei presa per matto”.

 

Morandi, Battisti, De Gregori, Dalla, Bennato, l’elenco di chi passò per la Rca è sterminato.

Paolo Conte alla Scala

“Battisti mi era simpatico. In lui vedevo un ottimo chitarrista. L’avevo ascoltato con il suo gruppo, I campioni, e l’avevo invitato a pranzo qui ad Asti, per capire se gli interessasse la carriera del musicista. Fece da sé e arrivarono le canzoni: fantastiche, formidabili, anche per merito di Mogol”.

 

Un altro paroliere che ha amato?

“Sergio Bardotti, eleganza d’animo straordinaria”.

 

Per lei che ha sempre vissuto volontariamente alla periferia dell’impero, l’occasione del Premio Tenco era un modo per stare insieme ai colleghi.

“Le cose accadevano perché c’era voglia di stare insieme e il Tenco, animato da un appassionato come Amilcare Rambaldi, era un posto straordinario. Io arrivavo da fuori, non conoscevo nessuno. Guccini, per dire, uno capace di scrivere un capolavoro come Bisanzio, la prima volta lo scambiai con un tipo che si chiamava Cugini”.

paolo conte mostra 1

 

 

Qual è il suo vizio principale?

“La pigrizia”.

 

Quanto è pigro Paolo Conte?

“Anni fa Mario Monicelli mi propose di recitare in un film. Ne fui onorato, ma una domanda mi sentii di porgliela: ‘Maestro, mi scusi, ma a che ora lo iniziate questo cinema?’, ‘A volte all’alba’, ‘La ringrazio, non fa per me’”.

 

Per essere un pigro, a iniziare dalla Francia, si è mosso tanto.

“Non solo ero molto pigro e riottoso a mettermi in moto, ma non ho mai neanche saputo cosa significasse inseguire il successo. È caduto dal cielo in Francia, a metà degli anni 80 e mi ha sorpreso. Quando è arrivato però, sono stato ai patti e sono andato in giro. I primi tour a bordo di un pulmino Volkswagen me li ricordo tutti, timori inclusi.

 

PAOLO CONTE CATERINA CASELLI

Le racconto un altro aneddotino: aeroporto di Parigi, valigie, passeggeri, caos, confusione. Ci muoviamo in gruppo e domina una certa improvvisazione. A un certo punto ci accorgiamo che manca la borsa che conteneva lo smoking con il quale mi sarei dovuto esibire in serata. Trascorre qualche febbrile minuto e in lontananza, intorno a un nugolo di poliziotti, sentiamo uno scoppio, una piccola detonazione. Era la borsa, era il mio smoking”.

 

[…]

 

Nei suoi testi che peso ha la nostalgia?

concerto di paolo conte alla scala 8

“Non si tratta di una vera nostalgia: quando fai professione di nostalgia vai a qualcosa che hai vissuto in prima persona. I miei slanci verso gli anni 20 del secolo scorso sono immaginari. Ho visto in quel secolo così dinamico e avanguardista che non si accontentava mai, pieno di inaudite novità artistiche, qualcosa che mi ha incantato. Lo so che il 900 è stato anche il secolo strampalato e orribile della Shoah e di Hiroshima, ma sognando ho sempre pensato ad altro”.

 

[…]

 

Com’è invecchiare?

“Mi faccia un’altra domanda”. (Conte guarda le mani, le gira e le rigira, sospira, riprende il filo, ndr). “Vengo da un lungo periodo, lungo almeno quattro anni, in cui la musica mi ha abbandonato. Non sento le mani capaci di afferrarla come prima e latitano ispirazione, desiderio di suonare e voglia di starci dentro.

concerto di paolo conte alla scala 6

 

Aspetto che quella voglia torni un po’ perché mi sento un artista in buona fede che rifiuta di agganciarsi al carro delle pressioni che ti invitano a produrre comunque e subito, e un po’ perché mi era già capitato di star fermo per tanto tempo e di ritrovare poi il gusto di suonare”.

 

C’è la pittura.

“Mi fa piacere, mi dà gioia, mi fa sentire ancora in pista, in battaglia. La mostra mi ha reso felice”.

 

Le rimane qualche mistero che le piacerebbe svelare? (Indica il soffitto, poi il pavimento).

“Gli esseri che stanno sopra, quelli che stanno sotto, non si sa bene chi vince e dove si andrà alla fine. Capirlo mi piacerebbe. Cosa dice, le pare una debolezza?”.

 

 

concerto di paolo conte alla scala 3concerto di paolo conte alla scala 1PAOLO CONTE PAOLO CONTEPAOLO CONTE PAOLO CONTEconcerto di paolo conte alla scala 2concerto di paolo conte alla scala 4

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