mina battisti 3

MINA? SCIVOLA, SCIVOLA... - AVEVA RAGIONE LUCIO BATTISTI QUANDO LA CRITICAVA DICENDO ‘L'EMOZIONE NON C'È’” – MOLENDINI: "MINA CANTA CON SUFFICIENZA, NON SCAVA A FONDO, NON PESA LE PAROLE. "UNA LUNGA STORIA D'AMORE" DI GINO PAOLI SCIVOLA VIA, COME L'ACQUA SULLA PIETRA. IN "ALMENO TU NELL'UNIVERSO" DA UNA PARTE C'È IL MONDO LEVIGATO DI MINA E, DALL'ALTRA, L'INFERNO DI MIA MARTINI. INFINE, ''CARUSO'': BASTA ASCOLTARE LA VERSIONE DELLA "TIGRE DI CREMONA" E POI QUELLA DI LUCIO DALLA PER CAPIRE CHE AVERE UNA VOCE BELLISSIMA MA ANAFETTIVA, SENZA ANIMA, CHE FA SOLO GINNASTICA CON LE CORDE VOCALI, NON EMOZIONA" - VIDEO-CONFRONTO

 
Marco Molendini per Dagospia

 

mina

Mina è un monumento alla voce, un monumento che non ha corpo. Desaparecida senza pentimenti da decenni, offre il suo dono naturale nascondendosi dietro le tende. Ha cantato di tutto e con tanti. Negli anni ha consumato buona parte di quel canzoniere italiano che ora ha pensato di catalogare in un Italian songbook che ripesca il già fatto, rilucidato per l'occasione, con qualche piccola aggiunta, tanto per non far dimenticare che è ancora on the road, sia pure su una strada sinvisibile.

 

Il progetto ha visto per ora l'uscita dei primi due album, Cassiopea e Orione, una confezione prenatalizia che andrà avanti nei tempi. Insomma, il monumento ha deciso di fare un altro monumento, un «vuolsi così colà dove si puote e più non dimandare». Nel senso che Mina scolpisce le canzoni con la sua scelta, pesca fior da fiore, setaccia il repertorio recitandolo in scioltezza, modellando al suo talento note, parole, autori. Forte di una certezza: i monumenti non si discutono.

 

MINA BATTISTI 1

Però i monumenti neanche cantano e Mina lo fa, lo ha fatto tutta la vita. Si dice che abbia messo insieme qualcosa come 1500 titoli, un'opera monumentale (appunto), segnata da uno strumento superbo, cristallino, dal timbro caldo, immediatamente riconoscibile, dotato di estrema duttilità, sostenuta da una tecnica raffinata. Un canto non provinciale, influenzato dal graffio delle grandi voci nere (l'esuberanza di una Sarah Vaughan) eppure profondamente italiano.

 

Mina in sessant'anni abbondanti di carriera, due terzi dei quali in clandestinità, è andata avanti come un rullo compressore, macinando stili e climi, consenso, assoluta stima. E ora riascoltandola, visto che la signora ha ormai 80 anni ed è lecito dare uno sguardo alla sua storia, viene spontaneo fare anche un bilancio. Un bilancio, per non peccare di piaggeria e basta, che lascia insieme un gusto misto fatto di ammirazione e perplessità. Si può parlare del repertorio, non sempre scelto con rigore.

 

MINA BATTISTI 3

E poi si può discutere dell'uso del virtuosismo a volte eccessivo, ridondante: le avrebbe fatto bene ascoltare dosi massicce di Billie Holiday, voce limitata, sentimento sconfinato. Ecco poi il disappunto maggiore, ascoltandola: si avverte quando Mina canta con sufficienza, si abbandona al suo talento, non pensa, recita il rosario con naturale disposizione, non scava a fondo, non pesa le parole. Vale, ad esempio, questa antologia appena pubblicata. C'è «Una lunga storia d'amore», splendida melodia di Gino Paoli. Una versione che scivola via, come l'acqua sulla pietra. Basta fare il paragone con quella dell'autore per accorgersi di cosa voglia dire cantare una canzone con senso della profondità: Gino non può competere con lei sul piano vocale, ma su quello dell'intensità, dell'espressione come si dice, non c'è gara.

 

Il paragone vale anche con un altro classico come Almeno tu nell'universo, la interpretazione che offre Mina e quella di Mia Martini appartengono a due mondi diversi: c'è un universo levigato da una parte e, dall'altra, un universo che grida dolore. Terzo esempio, Caruso: ascoltare questa edizione e poi quella di Lucio Dalla spiega pienamente il problema.

 

Lo si avverte pure in Va bene, va bene di Vasco Rossi, un pezzo che non richiede virtuosismi, ma solo intensità e Vasco, attore fantastico, ha pochi rivali nella recita, la sfacciataggine sbarazzina di quando dice «va bene, va bene, va bene» non può scorrere via come un bicchiere d'acqua neppure frizzante. Dietro quel va bene c'è una filosofia di vita, un senso perfino drammatico e impertinente dell'esistenza.

MINA BATTISTI 1

 

Quanto agli inediti, Un tempo piccolo, che porta la firma anche di Franco Califano, già lanciata dai Tiromancino, francamente non merita il posto in una selezione intitolata Italian songbook. Decisamente meglio Nel cielo dei bars, ballad classica all'americana, che il povero Fred Buscaglione aveva cantato poco prima di morire nel film Noi duri: è un buon recupero, centellinato con misura e partecipazione (questa sì), musicalmente curatissimo.

 

gino paoli

Tutto sommato, allora, andando indietro nel tempo lungo la carriera di Mina, finisce per essere rivalutata l'allegra impertinenza di quando l'ex Tigre di Cremona si faceva donare una tigre a pois dal suo amico marajà, o la sensualità che riusciva a trasmettere cantando Il cielo in una stanza, che non è la descrizione di un arredamento, ma di un orgasmo, un erotismo assente in questa versione, pure elegante, ricantata nell'88 e che sembra voler dare ragione a chi sostiene che Lucio Battisti criticava Mina dicendo «l'emozione non c'è». E Battisti di emozioni se ne intendeva: «Seguir con gli occhi un airone sopra il fiume e poi/ Ritrovarsi a volare/ E sdraiarsi felice sopra l'erba ad ascoltare/ Un sottile dispiacere».

LUCIO DALLAminamina mina lelio luttazzimia martinimina

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