cinema francese

PER I “CAHIERS DU CINEMA” IL CINEMA FRANCESE È ORMAI INCAPACE DI FARE “POLITICA”: LE PELLICOLE IMPEGNATE E LE COMMEDIE SONO ACCUSATE DI FARE DA MEGAFONO ALLA REALTÀ DOMINANTE PERCHÉ NON SANNO PIÙ IMMAGINARE UN FUTURO DIFFERENTE

dheepan filmdheepan film

Stenio Solinas per “il Giornale”

 

«Il vuoto politico del cinema francese», titola l' ultimo numero dei Cahiers du Cinéma, rivista storica del settore, dedicando all' argomento un dossier di trenta pagine e le sue firme migliori, a partire dal direttore, Stéphane Delorme.

 

Sotto accusa ci sono i film della stagione più premiati dalla critica e dal pubblico: Dheepan, di Jacques Audiard, che ha vinto a Cannes la Palma d' oro; La legge del mercato , che sempre a Cannes ha visto Vincent Lindon come migliore attore; Un Français e La belle saison , che in patria hanno fatto buoni incassi raccontando l' estrema destra giovanile, il femminismo e l' omofobia.

dheepan di audiard dheepan di audiard

 

Ma la furia critica del mensile si abbatte anche su titoli del recente passato, da Couscous a Di ruggine e d' ossa, a La vita di Adele , accomunati nel nome di un cinema furbo, da umiliati e offesi dove però la sottomissione è l'unico modo di esistere.

 

E lo stesso furore non risparmia nemmeno il cosiddetto film d'evasione, commedie tipo La famiglia Bélier o Un momento di follia, la prima successo dell'anno oltralpe, 7 milioni e mezzo di spettatori, per l' equazione in esso insita di selvaggi, ma sordi=simpatici; la seconda per il sotto testo che la accompagna: di fronte a una gioventù rassegnata, meglio due amici cinquantenni, ricchi e in salute, e se uno "si fa" la figlia adolescente, del resto non è una santarellina, dell' altro, pazienza...

LA VIE D'ADELELA VIE D'ADELE

 

Si tratta di titoli quasi tutti usciti sul mercato italiano, e dunque è più facile, avendoli visti o avendone almeno sentito parlare, capire di che cosa si tratti, ma del resto, e più in generale, non è che fra Francia e Italia ci siano molte differenze sulla sensazione di «vuoto politico».

 

Quando Delorme nota come il fenomeno sia esteso nei media «che riducono la politica a sceneggiato televisivo (La Grecia, sesta stagione di programmazione), o a una trasmissione sportiva (chi vincerà la corsa per l' Eliseo, quale punteggio record farà il Front National?)», sembra di vedere le nostre reti pubbliche e private.

 

LA FAMIGLIA BELIERLA FAMIGLIA BELIER

E lo stesso vale per «gli uomini politici che ci spiegano, in modo mellifluo, la loro impotenza di fronte al diktat economico, ai giganti transnazionali di Internet, al disastro ecologico, in breve all' andamento del mondo. Come stupirsi che questo vuoto politico si rifletta nel cinema francese?».

 

Già, come stupirsi che si rifletta nel cinema italiano? Se tuttavia si va più a fondo nell'analisi dei Cahiers, ci si accorge che c' è qualcosa che non quadra. Il suo impianto accusatorio riprende la distinzione fatta da un filosofo francese, Jacques Rancière, nel suo Aux bordes du politique, Ai margini del Politico, fra «la polizia e la politica.

 

SCENA DEL FILM LA LOI DU MARCHE?SCENA DEL FILM LA LOI DU MARCHE?

La prima è il consenso secondo il quale non c' è altra realtà che quella che noi viviamo (oggi la realtà economica) e che sono i custodi di questa realtà a definire chi è dentro e chi è fuori, ciò che bisogna esprimere e vedere. La loro parola d' ordine è "Circolare, non c' è niente che ti riguardi"...

 

La politica, invece, comincia quando i limiti del visibile e dell' enunciabile sono spostati, quando un altro paesaggio sensibile è delineato e lo spazio è riconfigurato». In questa logica binaria, Dheepan , così come La legge del mercato , sono appunto film non politici, ma polizieschi, nel senso di reazionari, insomma: tracciano delle linee di demarcazione e si limitano a proporre «la continuazione della dominazione».

la loi du marche  2la loi du marche 2

 

In sostanza, accettano la legge della giungla, nel primo caso, la legge del mercato, appunto, che è poi la stessa cosa, nel secondo. Periferie fuorilegge e fuori dal mondo civile da un lato, dove ci si fa giustizia da soli, impossibilità di alternativa dall' altro, se non un farsi da parte che però non ti assolve.

 

In quest' ottica, Dheepan sarebbe la variante cinematografica del romanzo Sottomissione di Houellebecq. Entrambi raccontano «l' impotenza della Repubblica giunta a uno stadio terminale e che deposita in angoli del territorio i fermenti di una guerra civile che non dice il suo nome».

 

de rouille et d os RUGGINE E OSSA DI JACQUES AUDIARD de rouille et d os RUGGINE E OSSA DI JACQUES AUDIARD

In più, proprio perché «non ci si può attendere nessun miglioramento della situazione, né dallo Stato, né dalla volontà dei suoi abitanti, quella che si impone è una "pacificazione venuta da altrove" e con le maniere forti». La Fratellanza musulmana, nel romanzo, la giustizia fai da te dell' ex guerriero tamil, nel film.

 

«Una logica da pompiere piromane» dicono quelli dei Cahiers. Limitarsi a raccontare la realtà, dunque, non è fare politica, ma un' operazione di polizia, un modo più elegante, o più corrivo, fate voi, per non ammettere che si tratti di film politici che però raccontano una politica diversa da quella che si vorrebbe vedere sullo schermo. Se non c' è "emancipazione", dice l' atto di accusa dei Cahiers , non c' è politica.

 

francofonia di sokurov  4francofonia di sokurov 4

«La politica ha inizio quando un film parla per tutti e a tutti di tutto. Una forma di enunciazione collettiva che oggi manca crudelmente»: il che suona nobile, ma, come dire, fumoso. Nel tentativo di mettere un po' d' arrosto sul fuoco, l' inchiesta prova a fare un passo in avanti che però si rivela un salto all' indietro.

 

«Quando la storia è assente, e dunque la politica, regnano la psicologia e i suoi stereotipi», scrive nel dossier Christophe Kentcheff per spiegare la debolezza di film come Un Français , in cui la redenzione del giovane estremista di destra «sembra una favola di natale».

 

Al contrario, scrive ancora, un «grande film politico» è L' exercice de l'Etat (anche questo uscito in Italia, sia pure in sordina), dove è in scena «lo svanire della politica, gli uomini politici divenuti zombies politicanti che curano la loro carriera, spossessati del loro potere a vantaggio di istanze superiori: la zona euro, la Banca centrale»...

 

Peccato che L' exercice de l'Etat non faccia altro che dare della politica lo stesso sguardo disincantato, "poliziesco", che Dheepan dà alle periferie e La legge del mercato ai rapporti economici. Non c' è «emancipazione», nuova configurazione di spazi, altri «paesaggi sensibili».

 

francofonia di sokurov  3francofonia di sokurov 3

C'è la presa d' atto di una decadenza, l' impossibilità e/o l' incapacità a tirarsene fuori... Solo che applicata al fantasma della politica per i Cahiers è benvenuta, suona di sinistra; se riguarda i fantasmi della società e dell' economia è da respingere, è reazionaria, suona di destra.

 

Per molti aspetti, nonostante il bello stile, le citazioni colte e uno sforzo di andare oltre (la critica di film dove si fa delle minoranze, di sesso, di classe, eccetera, i soggetti di pellicole furbe perché compassionevoli) il concetto di «film politico» che dai Cahiers sembra venir fuori ricorda molto il realismo socialista d'antan: la ricerca di un eroe positivo, che fa la rivoluzione, per la felicità del popolo...

 

Pura fiction, e per di più televisiva, verrebbe da dire dando uno sguardo alla realtà, ovvero alla Storia... Allo scorso Festival di Venezia, Francofonia , del regista russo Sokurov, aveva come tesi di fondo che le radici dell' Europa sono nella sua arte, che l' arte può anche portare alle guerre, che le stesse guerre fanno parte di un comune percorso di cui è importante conservare il segno identitario, grazie al quale esse rientrano in una memoria depurata dalle contingenze della storia.

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Risultato dei furti e delle razzie napoleoniche, il Louvre di Francofonia finisce per incarnare una civiltà, non una nazione. Film politico o film «poliziesco»? Aspettiamo la risposta dei Cahiers, anche se la domanda da porre forse dovrebbe essere un' altra, per questo come per gli altri titoli prima citati: bello o brutto? Perché forse ci salverà l' estetica, di certo non la politica.

 

 

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