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"TOTTI E’ STATO UN GENIO MA NEGLI ULTIMI 3 ANNI ERA LA PARODIA DI SE STESSO!" - IL ROMANISTA NICOLA PIOVANI LE SUONA AL PUPONE: "LA FESTA DI ADDIO MI HA COMMOSSO, MA VEDERLO IN CAMPO NEGLI ULTIMI TEMPI MI FACEVA STARE MALE. I TIFOSI DICONO: "MA HA FATTO DELLE BELLE GIOCATE" E IO RISPONDO: "SÌ, MA VI RICORDATE COS’ERA?"- VIDEO DELLA LETTERA

 

 

Malcom Pagani per Il Messaggero

 

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Mastroianni fumava senza sosta: «Durante le pause di Ginger e Fred, nel Teatro 5 di Cinecittà, lo vedevi sempre con la sigaretta in bocca. Aveva costellato il set di pacchetti – uno lo teneva dentro il mio pianoforte - e non appena poteva ne accendeva una. Marcello conosceva l’ironia, in “Intervista” di Fellini, quando una terapeuta gli manipola il torace garantendogli che lo farà smettere di fumare, si ribella di scatto: “Se ci riesce giuro che le faccio causa”».

 

Nicola Piovani ha smesso 6 anni fa e da pochi giorni ne ha compiuti 71: «Ogni tanto, quando vedo gli orchestrali aspirare di gusto a fine concerto, mi prende la nostalgia. Ma resisto e da qualche tempo faccio anche un po’ di sport. L’altro giorno ho comprato una specie di vogatore in rete. Ho speso 98 euro e dal primo esercizio sono uscito a pezzi. Mi sono maledetto, ho insistito e adesso è diventato una specie di droga». Il vero vizio di una vita- palco, orchestra, note- è di nuovo alle porte. Cinque giorni di concerti e racconti biografici dal 7 all’11 giugno con “La musica è pericolosa” al Teatro Argentina e una vigilia culinaria che definire monastica è riduttivo.

 

Merluzzo, asparagi, fragole. Riesce difficile immaginarla per quasi un decennio al desco con Fellini.

 

IL RITIRO DI FRANCESCO TOTTI  IL RITIRO DI FRANCESCO TOTTI

«Faccio allegramente finta di niente, però sono nato nel 46, mangiare spesso fuori come si sa è mortale e Federico, che in trattoria ci viveva, l’ho conosciuto quando ero più giovane. “La sacrosanta pausa pranzo” la definiva. Uno spazio dilatato in cui il racconto non era mai soliloquio perché Fellini amava dialogare ed è stato uno dei più attenti ascoltatori che abbia mai conosciuto. A fine pasto, prima di tornare al montaggio della musica, diceva: “Andiamo a mettere un po’ di vento a una sequenza che ha i piedi di piombo».

 

Un grande ascoltatore.

 

«Interessato agli uomini colti come a quelli creaturali senza che mai traspirasse un soffio di giudizio. Fellini non covava il difetto comune a tanti amici artisti che più ottengono e meno sono appagati».

 

Quale difetto?

 

nicola piovaninicola piovani

Un narcisismo compulsivo inserito in uno schema ripetitivo. I narcisisti non ti ascoltano e mentre parli li vedi fremere per dire la propria. Il narcisista non è un vanitoso, è generalmente un uomo solo e infelice perché cancella il prossimo e alla fine anche se stesso».

 

Ne conosce tanti?

 

«Tantissimi. Mi informano sul successo che hanno avuto o sul premio immeritato ricevuto da un loro collega. Io li lascio parlare tacendo, perché tanto so che è inutile che parli io».

 

Mastroianni era narciso?

 

«Non sembrava proprio. Mastroianni nascondeva la propria affilatissima arguzia dietro pudore e minimizzazione. “Essere intelligenti è molto faticoso- diceva- è impegnativo, Nicò”. 

IL RITIRO DI FRANCESCO TOTTI  IL RITIRO DI FRANCESCO TOTTI

 

Lei è d’accordo?

 

«È faticoso provare a essere come gli altri vorrebbero che fossi, assecondare la diffusa ossessione della competizione, seguire le mode. Lo scopo del modista è creare forme che hanno una data di scadenza. Cose che oggi sembrano belle e domani devono sembrarci brutte. Questa è la moda. L’arte intenzionalmente abita altrove e se è tale, trova faticosamente la maniera di esprimersi. È come l’erba che nasce in mezzo alle quadrelle di cemento, si fa strada comunque».

 

 

Raggiungere la libertà espressiva è stato uno sforzo?

 

Nicola PiovaniNicola Piovani

«No, perché sono stato fortunato, ho incontrato maestri per i quali libertà e identità rappresentavano un valore».

 

Ci fa qualche nome?

 

«Elsa Morante. Era libera. Così libera da mostrarsi burbera senza temere di essere sgradevole. Un giorno, al sole di Piazza del Popolo, si avvicinò un suo lettore lanciandosi in un complimento. Le disse che era emozionato di trovarsi di fronte alla più grande poetessa vivente ed lei reagì male: “Io non sono una poetessa, sono una poeta. Poetessa è il femminile di poetesso. E di poetessi ce ne sono tanti”. Io ero imbarazzato, ma a lei sembrava che trattare l’ammiratore da pari a pari invece di restituire un sorriso forzato fosse la più sincera manifestazione di rispetto possibile».

 

«È meglio non viziare troppo il prossimo e mandarlo ogni tanto all'inferno». Esattamente 60 anni fa Elsa Morante scriveva L’isola di Arturo. Tra le righe brilla una certa coerenza.

 

FRANCESCO TOTTI IN LACRIMEFRANCESCO TOTTI IN LACRIME

«Elsa Morante era così, prendere o lasciare. Ai tempi dell’espressività da sacrificare ai dettami dell’avanguardia a ogni costo, confrontarsi sul questo tema fu vitale per me. Era l’epoca in cui temevo che il mio lavoro fosse inattuale e troppo distante dalla lingua egemone della contemporaneità».

 

Perché nutriva una paura simile?

 

«Perché i connotati stilistici utili a essere accettati come contemporanei erano imposti in modo dogmatico. La Morante fu fulminante: “Prova soltanto a esprimerti liberamente, fuori dal tuo angusto tempo”. Una lezione che non ho dimenticato, simile a quella massima di Eduardo: “Cerca la vita e troverai lo stile. Cerca lo stile e troverai la morte”».

 

Che altre lezioni ha imparato da mezzo secolo di musica?

 

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«Che perdersi non è un peccato. Me l’ha insegnato Fellini, una persona a cui la musica provocava commozione. Era vulnerabile alle note perché lo portavano altrove, ai confini dell’inconscio, in una zona privata, mitica, nascosta. Una notte di 30 anni fa, uscendo da Cinecittà, Federico mi indicò una scorciatoia nei pressi dell’Acquedotto Felice: “Prendi questa strada, me l’hanno insegnata da poco”. Senza navigatori, lampioni e insegne stradali ci smarrimmo in un dedalo di viuzze confinanti con un campo nomadi. Tra le case abusive, i copertoni e gli scheletri delle auto abbandonate, Federico si era incantato : “Guarda che meraviglia, Nicolì». Io ero preoccupato e non facevo niente per nasconderlo. Tornammo miracolosamente indietro e la sera dopo, ci ritrovammo allo stesso bivio: “Stavolta fidati-disse-mi sono fatto dare indicazioni precise”. “E se ci perdiamo di nuovo?”. Obiettai? “Speriamo” disse Fellini. Non me lo sono più dimenticato».

 

Ricorda il vostro primo incontro?

 

nicola piovaninicola piovani

«Mi veniva a trovare in certi appartamenti senza ascensore e dalla tromba delle scale ne vedevo l’incedere giocoso- le sciarpe, il cappello, il cappottone- con la certezza che non mi sarei mai annoiato. La prima volta in realtà avevo più timori che certezze. Abitavo in un appartamento del centro storico con vista su Piazza Navona che mi aveva generosamente ceduto Vincenzo Cerami e aspettavo il maestro con apprensione. Al secondo piano abitava una anziana bigotta e aggressiva che aveva il vezzo di insultare tutti i miei ospiti in entrata o in uscita. Una vecchietta che alle ragazze dedicava tirate sui danni del libertinismo e ai ragazzi sulla barbarie delle barbe lunghe. L’idea che lei e il maestro potessero incontrarsi mi metteva i brividi. Così quando il campanello suonò trattenni il fiato. Passarono 5 minuti, poi 10,  poi 15 minuti. Pensai che gli fosse successo qualcosa e mi affacciai sul pianerottolo. Sentii le voci. Scesi di un piano e dall’uscio socchiuso vidi l’incredibile. L’arpia aveva intercettato Federico, ma lui l’aveva sedotta e sedeva sulla poltrona dell’ingresso intrattenendola. Gliel’ho detto, Fellini riusciva a parlare con chiunque».

 

Per lei è lo stesso?

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«Non ho poi molti amici e coltivo un rapporto speciale con poche persone. Una con cui avverto gioiosa sintonia è Ennio Morricone. È diretto e abrasivo, come Elsa Morante. Se ti deve dire che stai sostenendo un’idiozia non si tira indietro. Però sa scherzare. Una volta ci vediamo alla premiazione dei David di Donatello. “Scommetti che vinci tu?” mi dice. Mi schermisco e scuoto la testa. “Scommettiamo 50 euro” propone. Accetto e alla fine la statuetta va nelle mani di un altro musicista. Sciamando verso casa, Ennio mi si avvicina senza dire una parola e mi infila una banconota nel taschino. Passa qualche settimana, mi assegnano un Nastro d’Argento. Squilla il telefono: “Sono Ennio, penso che quei 50 euro tu me li debba ridare”.

 

Altre persone speciali?

 

«Una è Silvano Agosti. Mi diede fiducia e mi fece esordire nel cinema giovanissimo. Fino ad allora avevo realizzato solo un commento musicale per un Cinegiornale del Movimento Studentesco. Mi mise in mano un film con una generosa spericolatezza per la quale gli serbo gratitudine incancellabile».

 

Quanto hanno contato le origini umili?

 

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«Se mio padre la sentisse parlare le risponderebbe a tono, perché lui che aveva origini umilissime, era felice della dignità che, arrabattandosi nel commercio, aveva costruito per noi. Anche se parmigiano e carne li vedevamo una volta alla settimana e io indossavo le scarpe di mio fratello, avevamo l’acqua corrente in casa, un lusso, e persino la tv. I Condòmini venivano a vederla da noi: “Stasera mangiamo in fretta” diceva mia madre. Poi iniziava la processione dei vicini. Io per terra, con il mio cuscino e gli altri con le sedie portate dalle loro case. Iniziava l’isola del tesoro e si spegneva la luce. Non era gente acculturata, ma conservava un grande rispetto della forma».

NANNI MORETTINANNI MORETTI

 

Bellocchio, Fellini, Moretti, i fratelli Taviani, Monicelli, l’Oscar per “La Vita è bella” di Benigni. La impressiona sentirsi chiamare maestro?

 

«Con la parola avevo perplessità da giovane, mi sembrava eccessiva. Ne parlai anche con Mario Monicelli: “Maestro è una parola corretta- diceva- perché è una parola artigianale, una parola di cantiere che indica colui che ha una competenza in un ramo, maestro non è solo quello che cammina sulle acque”. Aveva ragione. Il maestro o mastro falegname, il maestro o mastro carpentiere, il maestro o mastro muratore. Il maestro di musica nella corte del settecento sedeva al penultimo posto, il primo spettava al cuoco».

 

Lei cucina musica?

 

«Sono sempre stato dell’opinione di Nino Rota: “Io non scrivo musiche per il cinema, io risolvo problemi cinematografici attraverso la musica”. L’ispirazione poetica di fronte al foglio bianco o al pentagramma esiste ed è una zona che mi piace, ma per fare il  mio lavoro il metodo è indispensabile. La musica è un elemento che si va a mettere tra il dialogo, l’inquadratura e il ritmo per alleggerire un passaggio o per dare peso a un altro. È narrazione che necessità di artigianato. Per assurdo non è detto che Chopin riuscirebbe nell’impresa. Il musicista è un drammaturgo del cinema, come lo sceneggiatore o il direttore della fotografia, ma se pensa più al proprio campo che all’equilibrio generale dell’opera, non fa bene il suo mestiere. Se gioco da terzino destro, non devo fare per forza gol».

 

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Lei è romanista.

 

«Indubbiamente. E quindi sono abituato a soffrire».

 

Colpito dall’addio di Totti? Tra le note suonate in uno degli spettacoli pop più efficaci dell’ultimo decennio c’erano anche le sue.

 

«La festa di addio di un personaggio unico e di un grandissimo comunicatore mi ha commosso, ma il dolore dell’addio parte da lontano. Sono almeno tre anni che soffro nel vedere un genio che quando entra per 5 minuti è la parodia di se stesso. Mi fa male. I tifosi dicono: «Ma ha fatto delle belle giocate» e io rispondo: «Sì, ma vi ricordate cos’era?». Ai tenori accade la stessa cosa. Un grande che nella serata del congedo stecca il Si bemolle è un momento triste. E la ferita di Totti non l’ha provocata né Spalletti, né Pallotta».

 

E chi l’ha provocata?

 

«Le leggi cosmiche. Il tempo, l’anagrafe, gli anni. È dura da digerire. Conosco il dolore dei ballerini, so che al momento di lasciare il sipario piangono, vanno in crisi, proprio come i calciatori cantati da De Gregori».

 

 

L’orgoglio è importante?

 

pasolini elsa morantepasolini elsa morante

«È il rifugio degli insicuri. Dopo aver fatto insieme La messa è finita e Palombella Rossa, Nanni Moretti aveva deciso di cambiare indirizzo musicale ai propri film rivolgendosi a un musicista pop olandese. Ma una sera mi telefonò, stavo uscendo: “Ti dovrei parlare”. “Ci vediamo domani, Nanni?”, “Stasera non è possibile?” Mi preoccupai e feci saltare il mio appuntamento. Come carbonari, tra le luci basse di Piazza Rosolino Pilo a Monteverde, mi raccontò delle sue difficoltà con le musiche di Caro Diario e mi propose di salire a bordo: “C’è una settimana di tempo” disse. In seguito raccontò lui stesso tutta questa storia, sostenendo di essere venuto da me con il capo cosparso di cenere. La cenere non me la ricordo. Ma siamo artisti liberi, possiamo accettare o rifiutare un lavoro, e i rapporti umani contano. Quella sera tagliai corto: “Non sprechiamo tempo con le parole” pensai, e mi misi al lavoro. Scrissi una musica che funzionò bene nel film e che considero fra le mie più riuscite»

 

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Scrisse quella musica in una settimana?

 

In due, perché la mattina dopo generosamente Moretti mi ritelefonò :“Ho fatto un miracolo, abbiamo sette giorni in più”. Non avevo visto un’immagine, non conoscevo la storia, andai in proiezione con l’innocenza dello spettatore ignaro. L’esperimento ci piacque così tanto che lo replicammo. Per La stanza de figlio venni tenuto volontariamente all’oscuro e fu un bene perché ebbi di nuovo l’opportunità di mettermi emozionalmente dalla parte dello spettatore, guardando il film con i suoi stessi occhi».

 

Uno più altero, richiamato all’ultimo istante, Moretti l’avrebbe mandato a quel paese.

 

«Ma a me piaceva di più l’idea di affrontare quella scommessa. Nanni è speciale, sa che se domani lui ha bisogno un mio accordo di do maggiore e di uno di re settima, può disporne: l’amicizia è un fatto serio».

 

Che senso ha il successo?

 

«Per me è soprattutto un participio passato: riguarda ciò che è già accaduto. Mi piace dedicarmi a quel che succederà».

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