1- EU-GENIO SCALFARI COL MAL DI PANSA (GIAMPAOLO) SBATTUTO NEL CARRELLO DEI BOLLITI 2- 14 ANNI AL FIANCO DEL FONDATORE DI “REPUBBLICA”, UN RAPPORTO DI ODIO/AMORE PER UN UOMO EGOLATRICO CHE “PORTA LA TESTA COME IL SANTISSIMO IN PROCESSIONE” 3- IL RAPPORTO CONFLITTUALE CON BETTINO CRAXI: “LA VERITÀ È CHE AVREBBE VOLUTO ESSERE, NELLO STESSO TEMPO, IL CAPO DI UN GRANDE GIORNALE E UN LEADER DI PARTITO” 4- “TROPPA AUTOSTIMA E NON AMMETTEVA CHE I SUOI GIORNALISTI POTESSERO ANDAR VIA” 5- “SCALFARI NON POTEVA SOFFRIRE CLAUDIO RINALDI. VEDEVA IN LUI UN CONCORRENTE PERICOLOSO CHE AVREBBE POTUTO SOPPIANTARLO NELLA GUIDA DI “REPUBBLICA”” 6- OGGI SCRIVE PER PARTITO PRESO, PRIMA IL NEMICO ERA BERLUSCONI OGGI CHISSACCHÌ”

Pubblichiamo il capitolo «Io e Barbapapà. Eugenio Scalfari» tratto dal nuovo libro di Giampaolo Pansa: Tipi sinistri. I gironi infernali della casta rossa (Rizzoli, pp. 422, euro 19,50), in uscita il 18 aprile. Nel volume, il grande giornalista e firma di «Libero» ritrae alcuni dei grandi personaggi della sinistra italiana: intellettuali, giornalisti, politici, alternando figure di primo piano ad altre forse meno note ma ugualmente importanti.

dal libro di Giampaolo Pansa - "Libero"

Mentre stavo scrivendo sui tipi sinistri, arrivato a Eugenio Scalfari divenne inevitabile farmi due domande. Che cosa provavo per lui? E che cosa provava lui per me? Erano interrogativi impossibili da evitare. Accade sempre quando si deve raccontare un personaggio che si è conosciuto a fondo. Poiché si è lavorato con lui, e per lui, tanti anni. Nel mio caso quattordici.

La prima domanda aveva una risposta precisa. Per Barbapapà, come veniva chiamato dai suoi giornalisti, avevo provato, e provavo ancora, una grande ammirazione. Un tempo anche come uomo. Oggi soltanto come insuperabile professionista. Il fondatore di un quotidiano diverso da qualsiasi altro: la Repubblica.

Penso di poterlo affermare con sicurezza, avendo lavorato per molti direttori. Devo elencarli? L'ho fatto e la lista che tra poco ricorderò mi ha spaventato. Ma non per il numero dei big che mi avevano assunto, con mansioni sempre diverse e una fiducia sempre corrisposta. No, ho pensato alla profonda diversità dell'Italia di allora da quella di oggi.

Quando entrai nel mio primo giornale, La Stampa, era il 1° gennaio 1961 e avevo compiuto da poco 25 anni. Il nostro era un paese dinamico, che passava da un boom all'altro. L'economia tirava e le aziende spendevano molto in pubblicità sulla carta stampata. Era l'unico media esistente, insieme alla radio.

Ma la regola che vigeva nelle testate più importanti non ammetteva deroghe: le pagine delle inserzioni commerciali non potevano superare quelle delle notizie e dei commenti. Il rapporto massimo era paritario. Almeno una metà del giornale doveva essere sempre scritta dai giornalisti. E più le pagine crescevano, più redattori erano necessari.

Ecco il motivo delle tante assunzioni. E dei passaggi da una testata all'altra. Credo di essere uno dei pochi che abbiano cambiato molti giornali, sempre su richiesta dei direttori. Non lo considero un merito personale. Mi davo molto da fare, sul lavoro e studiando. Ma il mio vantaggio più grande era il momento felice dell'Italia di allora: molti consumi, una società in crescita, denaro che circolava.

Oggi per i giornalisti il mercato del lavoro è un territorio gelato, dove non si muove quasi nulla. Reso anche peggiore dalla crisi economica e dalla recessione incombente. Per questo i giovani debbono fare lunghissime anticamere prima di essere assunti. E i trasferimenti sono diventati rarissimi.

DODICI COMANDANTI
Comunque, guardate l'elenco dei miei direttori: Giulio De Benedetti, Italo Pietra, Alberto Ronchey, Alessandro Perrone e Giorgio Fattori, Piero Ottone, Eugenio Scalfari, Claudio Rinaldi, Giulio Anselmi, Daniela Hamaui, Antonio Polito e oggi Maurizio Belpietro. Dodici comandanti, molto diversi tra loro, ma tutti eccellenti. Però nessuno impareggiabile quanto Barbapapà.

Di lui ricordo soprattutto la sua giornata di lavoro. Cominciava in casa, la mattina presto, con la lettura della mazzetta dei quotidiani, consegnata da un'edicola all'alba. Verso le nove, Eugenio arrivava a Repubblica con un foglio dove aveva annotato tutti i servizi che desiderava vedere sul numero dell'indomani. Gianni Rocca e io, entrambi vicedirettori, lo chiamavamo "il Foglio d'Ordini" perché conteneva le idee di Barbapapà da mettere subito in pratica.

Dopo un primo incontro con Gianni e con me, alle dieci del mattino iniziava la riunione plenaria dei capi intermedi e di tutti i redattori interessati a parteciparvi. Questa era "la messa cantata" di Eugenio, il momento per dare il meglio di se stesso come leader di una squadra. Fra proposte, incitamenti, rimproveri, elogi, telefonate a questo o quel big politico. Grazie al vivavoce, Scalfari le faceva ascoltare a tutti. E tutti si sentivano importanti.

Finita la messa cantata, c'era appena il tempo di un'altra riunione fra Eugenio e noi due vicedirettori, insieme al redattore capo. Poi si scappava a mangiare un boccone in qualche trattoria nei dintorni di piazza Indipendenza dove allora stava Repubblica. Quindi si rientrava subito in redazione. Eugenio vi arrivava poco dopo noi della truppa. E restava al lavoro sino all'inizio della sera. Quando insieme all'ufficio del redattore capo partecipava alla confezione della prima pagina, titoli compresi. Accadeva spesso che Scalfari ritornasse al giornale verso mezzanotte. Per controllare la prima edizione uscita dalle rotative.

E correggere gli errori che a Gianni e a me potevano essere sfuggiti. Negli anni Settanta e Ottanta, i direttori non avevano molte distrazioni. Nessuno di loro guidava trasmissioni televisive o partecipava ai talk show, che del resto allora non esistevano. L'unica occasione di farsi vedere alla tv era rappresentata dalla Tribuna politica o dalla Tribuna elettorale. Ma di solito i capi delle testate importanti ci mandavano i sottoposti.

Per vent'anni, dal 1976 al 1996, Eugenio si dedicò con tutte le energie fisiche e intellettuali soltanto a Repubblica. Era la figlia prediletta, più importante delle due figlie vere. Ed era anche l'unica donna amata sino in fondo, senza risparmio. Con una dedizione assoluta.
Quando sentivo parlare degli amori privati di Barbapapà, un gossip allora molto in voga anche all'interno della redazione, scuotevo la testa. E dicevo: venite in piazza Indipendenza e vedrete la signora che Eugenio ama per davvero, tutti i giorni, tutte le ore, senza mai tradirla.

Sono stato a Repubblica forse per troppo tempo. E quando ho deciso di andarmene, ho compreso sino in fondo il lato nascosto di Scalfari. L'unico in grado, a mio parere, di spiegare molti dei suoi comportamenti. Eugenio amava essere amato. Era il suo desiderio più forte. Si sentiva il patriarca di una grande famiglia. Non voleva essere lasciato da nessuno dei giornalisti che rispettava e gli erano utili. Perché lo obbedivano e lo aiutavano a compiere ogni giorno il capolavoro che per anni aveva sognato di realizzare.

Dentro di lui esisteva una convinzione che provo a descrivere nel modo seguente. Barbapapà pensava di essere il miglior direttore possibile, il più generoso, il più democratico, il più altruista. Per queste doti nessuno dei suoi giornalisti poteva permettersi di andarsene via. Tutti avevano l'obbligo di restare con lui sino alla vecchiaia. Soltanto dopo l'abbandono di Scalfari o la sua morte, sarebbero stati liberi di decidere se rimanere con il nuovo direttore o passare a un'altra testata.

Eugenio era restio a cacciare pure chi avesse commesso di proposito un errore o un gesto sleale. Nei primi anni di Repubblica, un redattore del servizio politico ci rifilò una falsa intervista a un leader di partito e noi la pubblicammo. Quando scoppiò il putiferio, Gianni e io dicemmo a Scalfari che doveva licenziarlo su due piedi. Lui rifiutò di farlo. Spiegandoci che, prima o poi, quel collega se ne sarebbe andato da solo. E infatti successe così.
Mi resi conto che Eugenio non voleva perdere nessuno della tribù il giorno che decisi di trasferirmi all'Espresso. Era il luglio 1991 e Carlo De Benedetti aveva affidato la direzione del settimanale a Claudio Rinaldi. Era stato il capo di Panorama, poi si era dimesso dalla Mondadori, il giorno stesso dell'arrivo di Berlusconi a Segrate.

L'ASTIO PER RINALDI
Avevo lavorato come rubrichista con Claudio, che voleva il mio Bestiario. Lui mi chiese di seguirlo anche all'Espresso da condirettore. E io accettai. Mi ero stancato di stare a Repubblica: quattordici anni era un tempo molto più lungo di quello che avevo trascorso in tutti gli altri giornali. Scalfari non poteva soffrire Rinaldi. Vedeva in lui un concorrente pericoloso che avrebbe potuto soppiantarlo nella guida di Repubblica. Questo lo sapevamo tutti, compreso l'ultimo praticante di piazza Indipendenza. Per di più, Claudio aveva un ottimo rapporto con l'Ingegnere. Lui e De Benedetti erano amici intimi. E anche questo disturbava Eugenio.

La trattativa per il mio arrivo all'Espresso venne condotta nella riservatezza. Soltanto dopo la firma del contratto, informai Scalfari che si irritò molto. Mi domandò perché me ne andavo e glielo spiegai: non avevo nulla contro di lui, volevo soltanto cambiare testata, come del resto mi era successo altre volte. Ma le mie ragioni non lo convinsero. Disse: «La tua stanza a Repubblica resterà vuota. Non ci metterò nessuno al tuo posto». E infatti Rocca rimase l'unico vicedirettore.

Se ci ripenso oggi, il fastidio di Eugenio era la spia di un lato essenziale del suo carattere. Scalfari aveva una grande stima di se stesso. Di solito, l'autostima viene considerata un fattore importante di successo. Ma lui, forse, esagerava con le dosi. Ogni volta che lo osservavo, mi tornava in mente una battuta di Carlo Caracciolo, suo socio e amico per la pelle. Diceva: «Eugenio porta la testa come il Santissimo in processione».

Scalfari si comportava in quel modo anche con i partiti politici. Li conosceva bene da anni, poiché li aveva sempre visti da vicino e qualcuno anche dall'interno. Nessuno dei direttori di grandi testate aveva fatto il suo percorso. Era stato un liberale di sinistra, poi socialista e in questa veste eletto deputato al Parlamento per una legislatura.

Da allora, negli anni successivi al 1968, l'inizio della sua esperienza a Montecitorio, non aveva più militato in nessuna delle parrocchie partitiche. Ma senza mai smettere di curare il gioco che preferiva: essere l'interlocutore numero uno della politica italiana.
Con Craxi il rapporto durò poco. Quando Bettino diventò segretario del Psi, nel luglio 1976, poco dopo la nascita di Repubblica, Scalfari gli dichiarò guerra. Lo scontro divenne all'arma bianca nel 1978, quando le Brigate rosse rapirono e poi uccisero Aldo Moro.

Bettino era l'alfiere della trattativa per salvare il leader democristiano. Scalfari, invece, era il campione della fermezza, in base al principio che lo Stato non doveva trattare con il terrorismo. Un principio che ho sempre condiviso anch'io.

IN GUERRA CON CRAXI
Nella lunga e terribile fase del sequestro, Eugenio mi mandò a intervistare più volte Craxi che preferiva parlare con me. Non poteva farne a meno, perché sapeva bene di avere tra i suoi lettori molti socialisti. Si sentiva obbligato a pubblicare le opinioni di Bettino, ma lo faceva a denti stretti. La guerra fra Eugenio e il leader del Psi diventò totale alla fine del 1989. Berlusconi aveva messo in atto un blitz per mangiarsi l'intero gruppo Espresso, a cominciare da Repubblica, il boccone più grosso, la preda più ambita. E aveva un alleato potente: il segretario del Psi.

Iniziò allora la stagione della guerra con Berlusconi e Craxi. E penso che la linea ferocemente anti-Cav di Scalfari, destinata a durare per anni e farsi sempre più ostinata, abbia preso corpo allora. Con un impasto di ingredienti diversi. La sfida personale. Il risentimento di un calabrese come Eugenio. La convinzione di avere a che fare con un bandito, Sua Emittenza, ben più pericoloso del leader socialista.

Il conflitto con Craxi spinse Scalfari a coltivare un rapporto stretto con due leader politici che erano avversari tenaci del Cavaliere. Il primo fu Ciriaco De Mita, che Eugenio affiancò nella conquista della Dc e poi del governo. Il secondo rapporto, più conflittuale, fu con Enrico Berlinguer.

Il segretario del Pci aveva un gran rispetto della potenza di Repubblica, il secondo giornale dei comunisti che però lo leggevano per primo, come recitava una battuta micidiale di Giancarlo Pajetta. Ma non si fidava di Eugenio, un mix unico tra libertinaggio politico e protagonismo.

E in realtà Scalfari voleva essere il padrone assoluto del proprio terreno. Il suo era l'atteggiamento dell'agrario che teme qualunque invasore ed è sempre pronto a combatterlo e a respingerlo. Per di più, riteneva che il dibattito politico, il campo preferito di Repubblica, non doveva legargli le mani, a favore di nessuno.

La verità è che Eugenio avrebbe voluto essere, nello stesso tempo, il capo di un grande giornale e un leader di partito. Me ne resi conto sino in fondo nell'estate del 1978, durante i giorni della corsa al Quirinale, poi vinta da Sandro Pertini, il candidato di Scalfari.

Gli avevo portato un mio articolo e lui lo aveva letto con attenzione, come faceva sempre. Lo vidi rabbuiarsi e allora gli dissi: «Se il pezzo non ti piace, sono pronto a riscriverlo». Lui scosse la testa: «No, il tuo articolo è eccellente». Gli chiesi: «Ma allora a che cosa stai pensando?». Scalfari mi replicò: «Al fatto che sono qui al giornale, mentre vorrei essere là». «Là dove?» «In Parlamento.»

Quando passai all'Espresso i nostri rapporti a poco a poco si fecero inesistenti. La lunga amicizia e il ricordo del lavoro in comune per tanti anni presero a contare sempre di meno.
E da un certo punto in poi vennero incrinati da un fastidio nei miei confronti che sentivo crescere in Scalfari. Era una mia sensazione personale, però la provavo. Tanto da chiedermi che origine avesse. Pensai, e lo penso ancora, che il fastidio fosse dovuto ai miei libri revisionisti sulla guerra civile. A cominciare dal Sangue dei vinti, pubblicato nel 2003 quando stavo ancora all'Espresso, con i direttori venuti dopo Rinaldi.

Una delle critiche più assurde sosteneva che avevo affrontato quella ricerca per fare un piacere a Berlusconi. Eugenio mi conosceva bene e immagino che non abbia creduto a questa accusa grottesca. Eppure qualcuno mi rivelò che non aveva gradito per niente Il sangue dei vinti e i libri successivi.

Confesso di non averne compreso la ragione. A Scalfari non era mai importato un fico secco della guerra civile. Pur essendo del 1924, la classe di molti partigiani e di tanti ragazzi di Salò, aveva evitato di schierarsi. Non aveva imitato né il suo amico Italo Calvino, partigiano in Liguria, né Livio Zanetti, poi direttore per molti anni dell'Espresso, tenente della Guardia nazionale repubblicana. Eugenio si era limitato a rifugiarsi in Calabria, in una proprietà della famiglia.

Insomma, Scalfari era uno dei tanti giovanotti italiani che erano rimasti a guardare, mentre molti loro coetanei si accoppavano ogni giorno. Tuttavia i miei libracci revisionisti erano un prodotto estraneo al clima antifascista duro e puro che si respirava nel gruppo Espresso.

ORMAI UN ESTRANEO
A spiegarmelo tra le righe, ma con la franchezza che bisogna riconoscergli, fu Ezio Mauro. Nel 2007, alla fine di un nostro incontro di lavoro, il direttore di Repubblica, arrivato dopo Eugenio, mi offrì un consiglio bonario: «Dovresti scrivere un libro per i tuoi lettori di prima».

Erano tanti i segnali che l'ambiente del gruppone dell'Ingegnere ormai mi considerava un estraneo. Quando morì Gianni Rocca, era il febbraio 2006, alla conclusione della cerimonia funebre, andai a salutare Scalfari. Ma lui si comportò come se non mi riconoscesse.

Aveva una barba bianca da sant'uomo e lo sguardo perso nel vuoto. Dopo di allora mi è capitato di vederlo soltanto alla tv. Un vegliardo impassibile. Ormai abituato a dare risposte lente, come si addice ai profeti. Qualche volta butta lì cose sensate, altre volte no.
La sua figura si è allontanata molto dalla mia vita. Non leggo i lunghi editoriali della domenica, però non ne avverto la mancanza. Li trovo inutili perché sempre ispirati a un partito preso: dapprima la guerra totale contro Berlusconi, oggi contro chissachì.

Non conosco se i giudizi al veleno di Scalfari, in un succedersi di requisitorie pronunciate con l'asprezza di un pubblico ministero ogni volta più accanito, abbiano ancora influenza sul mondo politico. Però temo, per lui, che a contare sia soprattutto il giornale che le stampa: lo strapotente foglio repubblicano guidato da Mauro.

Ma è possibile che a Eugenio non importi nulla. Come tutti i signori anziani, me compreso, lui è sensibile soltanto agli omaggi. Specialmente se gli vengono dalle signore dei talk show, come Lilli Gruber e Serena Dandini. Oppure dagli articoli enfatici di Barbara Spinelli, esempio di adulazione concettosa e sempre eccessiva. Tuttavia questo libro non è fatto per confezionare soffietti a vantaggio di qualcuno. E così spero che Scalfari, arrivato alla gloriosa età di 88 anni, non si adonti se lo colloco nel girone dei bolliti.

 

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