pasticceria dagnino roma

“UN LOCALE COSÌ NON PUÒ VIVERE L’ONTA DEI SIGILLI”. IL MARCHESE FULVIO ABBATE RILANCIA L’APPELLO PER LA PASTICCERIA PALERMITANA DAGNINO DI ROMA, IN ZONA PIAZZA ESEDRA, CHE DOPO SETTANT’ANNI VIENE SFRATTATA DALLA FINAVAL, LA SOCIETA’ IMMOBILIARE DEL GRUPPO FELTRINELLI - “PANELLE E GELO DI MELLONE HANNO UN POTENZIALE ONIRICO PIU’ TITANICO DELLE MADELEINE DI PROUST” - C’È CHI SI MOBILITA ARRIVANDO PERSINO A SCRIVERE UNA LETTERA APERTA AL MINISTRO DELLA CULTURA ALESSANDRO GIULI….

Fulvio Abbate per mowmag.com - Estratti

 

PASTICCERIA DAGNINO ROMA 5

La pasticceria siciliana, meglio, palermitana, “Dagnino”, dolci, certo, e ancora tavola calda e insieme molto di più, che, a Roma, dalla Galleria Esedra s’apre su via Vittorio Emanuele Orlando, di fronte all’Aula Ottagona, già Planetario delle Terme di Diocleziano, è un’autoclave inenarrabile del Tempo.

 

Un gruppo Facebook che inquadra l’universo capitolino tra “Via Veneto e il Rione Ludovisi”, perimetro turistico essenziale, da settimane avvisa che è in corso uno sfratto irricevibile, così dopo 70 anni di attività. “Un altro scrigno di bellezza e tradizione artigiana rischia di scomparire dalla mappa della nostra zona!”, leggo. Una minaccia simile ha riguardato l’“Antico Caffè Greco”.

 

Ossia “Dagnino”, presente in città dal 1954, che da allora offre e consegna alle papille di tutti leccornie siciliane, palermitane, dolci e salate. “Il contratto di locazione delle mura scade infatti il 31 dicembre e la proprietà – Finaval Gruppo Feltrinelli – vorrebbe rientrare in possesso del bene immobile”.

 

Un appello di Italia Nostra per salvarla dalla cancellazione è stato indirizzato segnatamente al ministro della Cultura, Alessandro Giuli: “Desideriamo richiamare la Sua attenzione sulla situazione della storica Pasticceria Dagnino, un'attività che rappresenta non solo un'eccellenza della tradizione dolciaria italiana, ma anche un importante presidio culturale, sociale e identitario del territorio.

PASTICCERIA DAGNINO 2

 

Il 27 luglio sarà costretta a lasciare i locali che l'hanno ospitata, con il concreto rischio di interrompere una storia fatta di lavoro, qualità, memoria e tradizione. Non si tratta soltanto della possibile perdita di un esercizio commerciale, ma della dispersione di un patrimonio che appartiene all'intera comunità”. La Pasticceria Dagnino, ripeto, è un’autoclave, un veliero, una carrozza, un vettore di un Tempo siciliano, assai di più, palermitano, che non deve essere sfiorato dal genocidio in atto sulle attività storiche, asserragliate come bene immaginario nella memoria condivisa cittadina.   

 

Il negozio, inaugurato nel 1954 da Alfredo Dagnino, su un progetto di Peppino Contino, è un trionfo d’arredi e decorazioni ancora originali (…) Giuseppe Tomasi di Lampedusa (…) Non è escluso però che nelle sue soste romane abbia frequentato anche “Dagnino”, lo scrittore infatti morirà nella Capitale, tre anni dopo l’inaugurazione del locale, in casa della cognata,

PASTICCERIA DAGNINO

 

Olga von Wolff-Stomersee, moglie dell’ambasciatore Augusto Bianchieri Chiappori, al civico 2 di via San Martino della Battaglia, la stessa strada dove Vittorio De Sica ha girato alcune tra le scene più struggenti di “Umberto D.”, affacciata su piazza Indipendenza, sotto i suoi portici per anni c’era altrettanto modo di trovare un bar frequentato dai generici in cerca di ingaggio a Cinecittà: Franchi e Ingrassia, e ancora Nino Terzo e Enzo Andronico fra loro, tutti siciliani in cerca, forse pirandellianamente d’autore, certamente di piccoli guadagni settimanali, espressione della diaspora occupazionale fuori dall’isola di Trinacria.

 

L’onda lunga di quelle scosse, assecondate dalla coscienza dolente del principe, sembra adesso avere raggiunto anche la Pasticceria Dagnino, presente da più di 20 anni nell’albo delle botteghe storiche, tra i pochi esercizi ancora aperti e vivi nella Galleria Esedra, segnata negli ultimi decenni da una progressiva desolante perdita dell’originaria funzione commerciale e mondana; condannata alla desertificazione in modo visibile, ostinato e pervicace nel disprezzo per la memoria.

 

Il mese scorso, come in un racconto di Gogol trasmigrato all’Esquilino, si era presentato l'ufficiale giudiziario, alla fine però gli affittuari sono riusciti a strappare la concessione di una proroga, tuttavia adesso in scadenza. In attesa di una risposta, resta solo l’immagine definitiva, mortalmente burocratica dei sigilli.

 

fulvio abbate

Nel menu di Dagnino, in ordine sparso nell’idea del trionfo di gola: cannoli, cassate, frutta martorana, buccellati, “mariestuarde”, bignè di san Giuseppe, arancine (a Palermo è al femminile), panelle, “crocchè”, timballi di anelletti al forno, pasta con le sarde, caponata, involtini di pesce spada, cioccolato di Modica, iris alla ricotta, “gelo di mellone”, granite di limone, gelsi, arancia, mandorla; e ancora l’anice “Unico Tutone”.

 

Nel film di Ettore Scola, “La Famiglia” (1987) l’esistenza dei dolci di Dagnino è evocata come compendio gastronomico dei pranzi domenicali delle famiglie romane residenti tra piazza Vittorio, via Conte Verde e piazza Dante. Come in una navicella, capsula, vettore, ascensore, spinterogeno del Tempo, e qui le anime più semplici citerebbero Marcel Proust con le sue “madeleine”, peccato però per l’autore della “Recherche” che panelle e “gelo di mellone” abbiano un potenziale onirico assai più titanico.

 

(…) Un locale così non può vivere la punizione, l’onta dei sigilli, non può diventare un ricordo del genocidio ovunque in atto dei negozi ritenuti ormai d’epoca trascorsa. La decapitazione di Luigi XVI ‘la testa meglio staccata della storia’ nelle parole di Lampedusa svanisce davanti al bene assoluto immateriale e insieme concreto della “nostra” pasticceria. Resta la speranza che l’appello rivolto ad Alessandro Giuli, ministro della Cultura, trovi risposta e una tenaglia “civile” che abbia questa volta ragione dello spettro dei sigilli appena minacciato.

PASTICCERIA DAGNINO ROMA 3

 

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