LA VENEZIA DEI GIUSTI - “DIO RIDE” DI GIOVANNI VERONESI È UN RITORNO ALLA COMMEDIA STORICO DIALETTALE, RECITATA IN UMBRO DA PIERFRANCESCO FAVINO NEI PANNI DI FRATE LEOPOLDO DA CASAMACCHIA, CHE RACCONTA LE STORIE DI GESÙ, VITA E MIRACOLI, COME FOSSERO SKETCH DI AVANSPETTACOLO - MA PROPRIO IL FATTO DI UN DIO CHE RIDE E FA RIDERE È VISTO COME UN INSULTO, UNA BLASFEMIA, DAI PRETI SENESI DEL POSTO DOVE FRA’ LEOPOLDO SI È FERMATO. COSI’ SI RITROVA SOTTO PROCESSO PER ERESIA - LA REGIA DI GIOVANNI VERONESI È FUNZIONALE, ANCHE SE BANALIZZA UN PO’ LA STORIA, TROPPA MUSICA MESSA NEI PUNTI GIUSTI PER ENFATIZZARE OGNI SITUAZIONE, TROPPI DRONI CHE STRIDONO CON QUEL CHE VEDIAMO, MA ALLA FINE IL FILM SI VEDE…
Marco Giusti per Dagospia
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Torna l’Italia dei frati predicatori, dei nobili, dei cardinali, dei malati di peste e dei morti di fame del 600 in “Dio ride” diretto da Giovanni Veronesi, scritto con Nicola Baldoni, Gianluca Bernardini, Nicola Deorsola, prodotto da Indiana, presentato come film di chiusura della Mostra del Cinema di Venezia.
Un ritorno alla commedia storico dialettale, recitata in umbro da Pierfrancesco Favino nei panni di frate Leopoldo da Casamacchia, un frate che, come gli ha rivelato il suo superiore, Paolo Rossi, prima di morire, ha il raro dono di saper far ridere il suo pubblico.
Al punto che racconta da frate predicatore le storie di Gesù, vita e miracoli, come fossero sketch di avanspettacolo. Non a caso, gli rivelerà il cardinal Vaculavi di Silvio Orlando alla fine del film, suo padre era uno zanni, tal Pier Maria Cecchini (omaggio, penso, a un attore che ancora ricordiamo in “Abbronzatissimi 2” in un ruolo di rara coattaggine), un comico che si esibiva col nome di “Frittellino” e la madre una domatrice di cavalli, ahimé, senza nome.
Ma proprio il fatto di un Dio che ride e sa come far ridere i suoi fedeli è visto come un insulto alla sua grandezza, una blasfemia, dai preti senesi del posto dove fra’ Leopoldo si è fermato, tra Santa Fiora e Montalcino, in fuga da quel di Scheggino, in Umbria, dove era nato.
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E i toscani, si sa, a differenza degli umbri, sono cattivi, come dice a un certo punto qualcuno nel film. Così fra’ Leopoldo, che è vissuto tutta la vita pensando a Dio e raccontando le sue storie, si ritrova rapidamente sotto processo per eresia. Da Roma, mandato dal papa, un Carlo Cecchi vecchio e malato, ma ancora strepitoso, che ha un volto di marmo degno di Bernini, arriva il cardinal Vaculavi, Silvio Orlando, fresco fresco di processo a Galileo Galilei.
Un cardinale che cercherà di salvargli la vita e evitargli tortura e morte, a patto che firmi l’abiura e per due anni si taccia in qualche convento. Ma fra’ Leopoldo non ci sta. Il suo è un Dio che ride, e non un Dio che punisce.
Veronesi cerca di pescare dalla tradizione della commedia storica alla Brancaleone di Monicelli, Age e Scarpelli, ma forse anche da quella più papalina di Gigi Magni, una storia e dei personaggi credibili. Grande è la nostalgia di quel cinema, come quella dei protagonisti e dei caratteristi del tempo, un elenco che va da Gigi Proietti a Nino Manfredi, da Camillo Milli a Paolo Stoppa.
pierfrancesco favino in Dio ride
E, riconosco, che Favino e Silvio Orlando portano ai loro personaggi umanità e commedia, per non parlare di Paolo Rossi che sembra venire dal lebbrosario di “La coda del diavolo” di Giorgio Treves. Ma sono bravi anche i giovani Francesco Gheghi, un fraticello, e Alma Noce, figurina di contessa triste e mal sposata con un nobile scopatore, e Maurizio Lombardi come frate che ha visto Satanasso.
La regia di Giovanni Veronesi è funzionale ma banalizza un po’ la storia, troppa musica di Paolo Buonvino messa nei punti giusti per enfatizzare ogni situazione, troppi droni, che stridono parecchio con quel che vediamo, un unico personaggio femminile ancora più banale di quelli della nostra vecchia commedia.
Ecco, malgrado la bella ambientazione umbro-toscana, malgrado la costruzione di buoni personaggi, circola una messa in scena un filo antica che appesantisce il film. Si vede, certo. Come si vedono i film francesi a Cannes messi lì per compiacere pubblico locale e produttori. E la bravura di Favino e di Orlando rendono il tutto più accettabile. Esce il 29 ottobre.
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