BALLE MEDIATICHE! - I GIORNALONI ESALTANO IL DATO EUROSTAT SUL MIGLIORAMENTO DEL BUCO NEI CONTI PUBBLICI DA GIUGNO A SETTEMBRE 2013, ROBA DA DECIMALI IMPERCETTIBILI (0,4%)

Francesco De Dominicis per "Libero"

Il segnale è importante, anche se per ora non basta a dire che la crisi sia alle spalle. Fatto sta che per la prima volta in due anni il debito pubblico italiano è calato. Eurostat, l'organismo statistico dell'Unione europea, ha certificato che rispetto al prodotto interno lordo, il «buco» nei conti del nostro Paese è arretrato di 0,4 punti percentuali. Nel terzo trimestre del 2013 il rapporto debito/pil si è attestato al 132,9%; era al 133,3% a giugno. Come accennato, si tratta della prima riduzione dal terzo trimestre del 2011.

La speranza è che la rotta si sia invertita davvero. Ma è troppo presto per cantare vittoria. Bisogna aspettare ancora un po' per scoprire se siamo di fronte a un miglioramento strutturale: per dirlo serve un periodo di «osservazione» più lungo. Così, andando all'indietro, si scopre la fregatura: su base annuale, il rapporto tra deficit/pil in Italia è drammaticamente cresciuto: a settembre del 2012 quella odiosa percentuale era assai più bassa, addirittura al 127%.

Vuol dire che in un anno - quello fatto di rigore, austerity e mazzate fiscali - c'è stata una «cavalcata» che ha portato il rapporto tra debito e pil avanti di 5,9 punti percentuali. Ciò perché in questi 12 mesi, è cresciuto sia il numeratore (debito) sia il denominatore (pil): conti pubblici sfasciati ed economia in piena recessione hanno cagionato la corsa al rialzo del rapporto tra debito e pil che ha solo frenato tra luglio e settembre.

Enrico Letta, tuttavia, ha esultato. Secondo il presidente del consiglio, si vede l'inizio della discesa. Il premier ha parlato di «un'altra riprova della bontà del cammino di politica economica intrapreso, un nuovo segnale che ci incoraggia a proseguire sulla strada delle politiche per la crescita». Il Primo ministro ha toccato pure la questione del «rispetto della tenuta dei conti pubblici». Di lì non ci si schioda: Letta continua a ripetere il mantra del rigore delle finanze statali, sulla stessa linea di Mario Monti, che lo ha preceduto a palazzo Chigi da novembre 2011 fino ad aprile dello scorso anno.

In ogni caso, il segnale di miglioramento, sul versante dei conti pubblici, non riguarda solo l'Italia. Eurostat, infatti, ha certificato la riduzione del debito dell'intera zona euro dal 2007. In questo caso, il miglioramento è dello 0,7 per cento rispetto al trimestre precedente: a settembre il debito/pil dell'area euro era al 92,7%. Anche in questo caso si tratta di un calo relativo a un solo trimestre, perché su base annua, quindi rispetto al terzo trimestre del 2012, il debito pubblico nei 17 paesi con la moneta unica è comunque aumentato (dal 90% al 92,7%).

In Europa, il debito italiano (passato da 1.996,5 miliardi a 2.068,7 miliardi) è «secondo» solo a quello della Grecia. Il percorso insomma - nonostante il tifo (di parte) del premier - è tutt'altro che in sicurezza: non è detto che il debito veda a breve un nuovo calo, visto che nelle ultime previsioni la Commissione Ue lo dava in aumento al 134% per il 2014. La riduzione sistematica e in termini assoluti ci dovrebbe essere dal 2015, secondo i calcoli dei tecnici di Bruxelles.

Nel frattempo, quindi, la montagna di debito accumulato deve essere ridotta il prima possibile. Del resto, non si può attendere che torni la crescita economica ad aumentare il pil e quindi a migliorare i conti. Bruxelles aspetta sempre da Roma i risultati della spending review: se arriveranno entro aprile, dettagliati delle misure per abbattere la spesa e gli arretrati dello Stato, la Commissione potrà tenerli in considerazione per le previsioni di primavera, e magari aggiornare la stime.

Terreno sul quale il governo viene sistematicamente sbugiardato. Sia la Banca d'Italia sia il Fondo monetario internazionale recentemente hanno «corretto» al ribasso le previsioni di palazzo Chigi, secondo cui a fine 2014 la crescita economia dovrebbe far segnare più 1,1%. Un miracolo a cui non crede nessuno: Bankitalia e Fmi parlano di 0,7%.

Ieri è toccato alla Confcommercio smentire l'esecutivo. Secondo l'associazione presieduta da Carlo Sangalli, il pil si fermerà allo 0,3% e la domanda di consumi proseguirà il suo ritmo negativo con un meno 0,2%. Per tre settori portanti della nostra economia - commercio, turismo e servizi - all'orizzonte non ci sono prospettive di miglioramento. Tutto fermo. Pure la pressione fiscale, che resta inchiodata al 44,2% del pil. Che le tasse vanno (sensibilmente) ridotte, però, il governo non lo ha capito. O, peggio, finge di pensare che sia sufficiente tenere in ordine le finanze pubbliche.

 

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