IL BANANA SBUCCIATO PREPARA A STACCARE LA SPINA A LETTA, PRONTO PER UNA CAMPAGNA ELETTORALE CONTRO L’EUROPA

Ugo Magri per "la Stampa"

Ieri mattina il Cavaliere era di pessimo umore per via delle grane giudiziarie che stanno prendendo, secondo quanto risulta nel suo staff legale, una gran brutta piega. Cattive notizie gli giungono in particolare dalla Consulta che domani si pronuncerà sul «legittimo impedimento» (e, di riflesso, sulla condanna a 5 anni per i diritti Mediaset).

In questo stato d'animo non molto sereno sta, secondo alcuni collaboratori, la chiave delle parole incendiarie che Berlusconi più tardi ha pronunciato a Pontida con il governatore leghista Maroni al suo fianco.

L'ex premier esorta Letta a fare ciò che non è, né potrà mai essere, nelle corde del suo successore: prendere di punta l'Europa e violare gli impegni sul rispetto del deficit pubblico. Il presidente del Consiglio ha chiarito quasi in tempo reale che di sfondare il tetto del 3 per cento nel rapporto deficit-Pil non se ne parla nemmeno.

Ma i dietrologi, sempre numerosi nei palazzi romani, si domandano se per caso Berlusconi non stia per mettere in scena qualche colpo di teatro dei suoi, magari già dopo la sentenza della Consulta o all'indomani di quella su Ruby, attesa per lunedì prossimo.

Di sicuro, se decidesse di far vacillare un governo coperto di elogi non più tardi di domenica scorsa, l'uomo di Arcore sceglierebbe proprio l'Europa come terreno di scontro con la sinistra. Lo conferma il plauso incondizionato dei suoi colonnelli, senza distinzione tra «colombe» e «rapaci».

Il leader Pdl è convinto di trascinarsi dietro non solo il partito, ma la maggioranza degli italiani. Pensa che nessuna campagna sarebbe altrettanto popolare quanto quella contro l'austerity decisa a Bruxelles. È disposto a prefigurare una zona euro senza la Germania o, in alternativa, senza l'Italia.

Se Berlusconi nutre un rimpianto, è di non avere calcato a sufficienza la polemica anti-tedesca e anti-Merkel durante l'ultima campagna elettorale che aveva lanciato a dicembre, quando ancora le Camere non erano state sciolte, con proclami talmente fragorosi da scatenare la rappresaglia preventiva di Westerwelle, capo della diplomazia di Berlino: «Non accetteremo che la Germania sia fatta oggetto di una campagna elettorale populista».

Berlusconi successivamente abbassò i toni, un po' perché Letta (in questo caso zio Gianni, non il nipote Enrico) l'aveva scongiurato di non farsi troppi nemici nelle cancellerie. E poi anche perché Monti avrebbe avuto facile gioco nel rinfacciargli la responsabilità del «fiscal compact» e degli altri strumenti di tortura finanziaria sottoscritti dal governo dei tecnici nel marzo 2012: era stato proprio il Cavaliere a impegnarsi a Bruxelles per il pareggio di bilancio con un anno di anticipo (anche se è lecito dubitare che l'avrebbe rispettato).

Per entrambi questi motivi, il cavallo di battaglia europeo è rimasto tranquillo a pascolare fino al 7 giugno scorso, quando il «Foglio» ha pubblicato una lunga intervista a Berlusconi del direttore Ferrara. Rileggendola oggi, vi si trovano già i concetti che Silvio ha ripetuto ieri con linguaggio meno nobile e certamente più popolaresco: «Chi va a Bruxelles, non sbatta i tacchi... Il governo dica all'Unione europea: il limite del 3 per cento annuo e il fiscal compact ve lo potere dimenticare».

Di lontane reminiscenze thatcheriane l'argomento sfoderato ieri: «Versiamo all'Europa 18 miliardi all'anno, ce ne ridanno indietro solo 10...». «I want my money back», picchiava i pugni sul tavolo la Lady di Ferro, «voglio indietro i nostri soldi». In fondo, segnala Capezzone, «Berlusconi rivolge a Bruxelles le stesse critiche del britannico Economist, di quattro premi Nobel e soprattutto dei mercati». Si sentirebbe in ottima compagnia.

 

berlusca BERLUSilvio Berlusconi

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