IL "CAMPO LARGO", UN'ALTERNATIVA CHE NON C’È – "LA STAMPA": “I MESI TRASCORSI (E BUTTATI) SONO LA STORIA DI EGO SFOGGIATI PIÙ CHE DI PROGETTI COSTRUITI, DA PARTE DI LEADER DEL CENTROSINISTRA CHE NON HANNO TROVATO UNA SOLA OCCASIONE PER CHIUDERSI IN UNA STANZA E METTERE GIÙ CINQUE COSE DA FARE SE ANDASSERO AL GOVERNO. PERSI, OGNUNO COI PROPRI SODALI, TRA CAMPAGNE D'ASCOLTO, FOTO OPPORTUNITY E TOTO-CARICHE TRA CHI SOGNA PALAZZO CHIGI, CHI IL QUIRINALE, CHI SI VEDE ALLA PRESIDENZA DEL SENATO E CHI AL VIMINALE. IL PROBLEMA ATTIENE ALLA COSTRUZIONE DI UN'ALTERNATIVA, NON BASTANO I NUMERI DEL NO AL REFERENDUM, PERCHÉ LÌ DENTRO C'È UNA POTENZIALITÀ SU CUI LAVORARE NON UN "GIÀ FATTO": TANTI POPOLI DIVERSI, LIBERI DALLA LOGICA DI SCHIERAMENTO, COMPRESA QUELLA "GENERAZIONE GAZA" CHE POCO SI APPASSIONA AI CACICCHI. E, INFATTI, DOPO LA GRANDE PARTECIPAZIONE AL REFERENDUM, È TORNATA L'ASTENSIONE ALLE COMUNALI. L'ERRORE DEL CENTROSINISTRA RIGUARDA PROPRIO L'ANALISI DEL RAPPORTO TRA SÉ E IL POPOLO"
Alessandro De Angelis per “la Stampa” - Estratto
Peggio del voto c'è solo il dopo-voto, come accade spesso in questi tempi di social-democrazia, intesa come democrazia dei social, grande luna park del battutismo quotidiano.
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GIUSEPPE CONTE ELLY SCHLEIN CORTEO A PALERMO
Ebbene sconfitta e frettolosa rimozione, come valore politico, sono più grandi di Venezia e del test locale nel suo insieme.
Lo sono in relazione al contesto: un voto dopo la scossa referendaria, un pesante aggravamento delle condizioni materiali del Paese, segnalato da ultimo anche ieri da Confindustria e accolto da una premier disarmata su salari e energia.
E lo sono in relazione all'iniziativa messa in campo: pressoché inesistente in uno schieramento che ha messo in scena il Festival delle ambizioni e della vanità. Come se ormai le "secondarie" fossero un dato acquisito dopo il referendum, è partita la competizione tutta tarata sulle "primarie".
I mesi trascorsi (e buttati) sono la storia di ego sfoggiati più che di progetti costruiti, da parte di leader (del centrosinistra) che non hanno trovato una sola occasione per chiudersi in una stanza e mettere giù almeno quelle quattro o cinque cose da fare se andassero al governo. Persi, ognuno coi propri sodali, tra campagne d'ascolto, foto opportunity e toto-cariche tra chi sogna palazzo Chigi, chi il Quirinale, chi si vede alla presidenza del Senato e chi al Viminale.
Ecco il film proiettato. L'uno (Giuseppe Conte) prima ha proposto le primarie, e ha scritto anche un libro per l'occasione, poi ha frenato sulle primarie, pensando evidentemente per sé a una carica istituzionale.
E, dopo lo "scavalcamento a sinistra", si è cimentato nello "scavalcamento al centro", segnalato da una postura più moderata nei toni e nei temi. A confronto, Matteo Renzi, sembra un "tupamaro" con la sua guerriglia di manifesti nelle stazioni.
L'altra (Elly Schlein), in auto-promotion internazionale, tra un incontro con Obama, uno con Bernie Sanders e un vertice del Pse a Barcellona, ha lanciato, come unica iniziativa, una "piazza per la pace". Poi se ne è persa traccia. Serviva solo quel giorno per oscurare, con un titolo forte, la presentazione in pompa magna del libro di Conte.
Con una agenda così fitta, non c'era il tempo per cimentarsi con le candidature dove si registra, come ogni volta su liste e candidati, la rinuncia alla discontinuità e al rinnovamento, da Venezia a Salerno. È la fotografia di uno iato tra un'ambizione coltivata (palazzo Chigi), peraltro accompagnata da un radicalismo parolaio, e una prassi da notaio delle correnti.
Il tema che si propone nella sua urgenza, nel voto di Venezia - circoscritto nella Ztl e perso nelle zone popolari anche sul tema sicurezza - e altrove intercettato solo attraverso la filiera dei "capibastone", è quello del "popolo". Se il problema fossero le primarie, la discussione si potrebbe chiudere qui.
Le vince Elly Schlein proprio grazie all'organizzazione del partito, da ricompensare poi distribuendo seggi in Parlamento. Non c'è partita con Conte che a Reggio Calabria non riesce neanche a presentare le liste e nel Nord è al tre per cento.
Ma il problema squadernato è ben altro. E attiene alla costruzione di un'alternativa, perché il popolo non è un'entità sociologica che si mobilita nella declamazione di ciò che non va, ma una composizione politica complessa. Non basta agitare gli indicatori di Pil per creare un'appartenenza.
Come non bastano i numeri del no al referendum, perché lì dentro c'è una potenzialità su cui lavorare non un "già fatto": tanti popoli diversi, liberi proprio dalla logica di schieramento, compresa quella "generazione Gaza" che poco si appassiona ai cacicchi. E, infatti, proprio perché è un'altra cosa, dopo la grande partecipazione al referendum, è tornata la grande astensione alle comunali.
Dunque l'errore del centrosinistra riguarda proprio l'analisi di fondo, nel rapporto tra sé e il popolo. Non è l'unità dall'alto contro qualcuno che crea il basso, a maggior ragione non la crea una competizione leaderistica senza un progetto collaudato.
Ma il processo sociale guidato - e i comuni sono una frontiera del basso - attorno a cui prende forma un corpo e una testa. Ed è proprio della politica "separata" dal popolo, praticare la rimozione della sconfitta e il non concepirsi fuori dalle alchimie e dall'autoreferenzialità del linguaggio. In definitiva, la rinuncia a essere alternativi a se stessi, come unico modo per costruire un'alternativa agli altri.



