S-MONTIAMOCI! - IL GOVERNO DEI TECNICI FA SCHIFO NON SOLO AI POLITICI SMANIOSI DI TORNARE NELLA STANZA DEI BOTTONI MA ANCHE AI MAGISTRATI - TERRIBILE ATTO DI ACCUSA DI ROBERTO SCARPINATO, PG DI CALTANISSETTA, SUL MANCATO INTERVENTO SU CORRUZIONE, CONFLITTO DI INTERESSI, APPALTI TRUCCATI, CHE COSTANO AGLI ITALIANI 60 MLD € L’ANNO: “INVECE DI TAGLIARE I COSTI DELL’ILLEGALITÀ, SI SONO TAGLIATI I COSTI DELLO STATO SOCIALE E GLI INVESTIMENTI DESTINATI A INNOVARE E RENDERE COMPETITIVO IL DEL PAESE. L’AUSTERITÀ SENZA LEGALITÀ CI PORTERÀ NEL BARATRO”…

Roberto Scarpinato* per il "Fatto quotidiano"
*Procuratore generale presso la Corte di Appello di Caltanissetta

"Le misure di austerità, inevitabili e necessarie sono irrealizzabili senza una democrazia funzionante e una classe politica incorrotta. Ambedue le cose mancano in Grecia, a causa di una storia postbellica caratterizzata da profonda sfiducia nello Stato e da una cultura della legalità inesistente".

Con queste parole, riportate da Barbara Spinelli in un suo articolo, Alexis Papahelas, direttore del quotidiano Kathimerini, nel giugno 2010 pronosticava l'irredimibilità della crisi del suo paese, individuandone le cause in un male interno - sfiducia nello Stato e illegalità dilagante - giunto ormai alla sua fase terminale.

Il caso greco offre importanti spunti di riflessione per l'Italia, paese nel quale la cultura della legalità è pure pressoché inesistente come attestano, tra i tanti indicatori, le dimensioni di massa della corruzione e dell'evasione fiscale e, soprattutto, lo statuto impunitario garantito a corrotti ed evasori da una successione di leggi che nel loro sapiente e progressivo stratificarsi hanno dato vita a un sistema che, come ha recentemente dichiarato il ministro della Giustizia Paola Severino, "scoraggia gli investitori premiando i corrotti e chi non paga, penalizzando le persone oneste".

Chi conosce la storia italiana sa che corruzione ed evasione fiscale sono componenti risalenti e stabili della costituzione materiale del paese, con le quali, il sistema Italia ha imparato a convivere pagando prezzi altissimi.

Analoghe considerazioni valgono per il male di mafia che, oggi come ieri, nonostante i successi ottenuti nel contrasto alla mafia militare, continua purtroppo a restare pressoché intangibile nel suo cuore di tenebra che si annida all'interno della c.d. borghesia mafiosa, nucleo duro e stabile di un potente blocco sociale in grado di aggregare e orientare quote rilevanti di consenso sociale nel libero gioco democratico.

Siamo tuttavia entrati in una fase storica nuova nella quale le vecchie strategie di sopravvivenza messe a punto nella Prima Repubblica, sono divenute impraticabili, sicché il paese, a meno che non si ponga in essere una brusca inversione di tendenza, rischia di avviarsi sulla via della grecizzazione, nonostante le nuove politiche di austerità.

Nell'Italia degli anni del boom economico, i costi globali di corruzione, evasione fiscale e mafie furono metabolizzati e riassorbiti grazie a un ciclo economico espansivo talmente elevato da consentire di accumulare comunque le risorse fiscali necessarie per impiantare lo Stato sociale e per garantire una redistribuzione dei redditi che finanziava la capacità di spesa e di consumo delle masse popolari, contribuendo alla crescita del mercato interno nazionale.

Dopo la chiusura di quella fortunata parentesi storica, iniziò una seconda fase, protrattasi sino agli inizi degli anni Novanta, nella quale per compensare il mancato introito fiscale dovuto all'evasione, per finanziare gli enormi costi della corruzione e per continuare a gestire la spesa pubblica come instrumentum regni, si fece ricorso sempre più massiccio all'inflazione. Il ricorso alle svalutazioni competitive della lira consentiva inoltre di rimettere in pari il bilancio del commercio estero.

Si trattava di un'economia in buona misura drogata che teneva a galla un paese che aveva messo a punto una ricetta di breve termine per coniugare illegalità di massa ed economia all'interno di un sistema domestico che poteva autogestirsi contando su risorse illimitate, grazie alle carte truccate di cui si è detto.

E fu soprattutto a causa di tali carte truccate che il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo passò da quota 62,4% del 1979 a quota 124,2% nel 1994. Il libero mercato fondato sulla concorrenza garantita dal rispetto di regole legali era stato progressivamente sostituito, in molti comparti importanti, da un arcipelago nazionale di mercati protetti, soggetti a barriere di ingresso, e che si autoregolavano secondo codici illegali alternativi, finalizzati a eliminare i costi e i rischi della concorrenza, scaricando enormi oneri economici sul bilancio statale.

La tempesta di Tangentopoli mise a nudo nel settore dei pubblici appalti, una delle tante declinazioni di una economia assistita e illegale che aveva eliminato la selezione meritocratica nel mondo delle imprese, rendendo superfluo l'investimento in innovazione e ricerca. Tutto si giocava sul terreno degli accordi collusivi, chi entrava a farne parte aveva una rendita di posizione garantita.

Anche l'evasione fiscale di massa faceva parte della costituzione materiale del paese sulla base di un tacito patto collusivo tra classe politica e imprenditoriale secondo cui si chiudevano entrambi gli occhi sulle tasse evase sui profitti di impresa che venivano utilizzati, oltre che per finanziare le tangenti per la corruzione, anche per compensare l'esborso degli oneri fiscali sui costi del lavoro subordinato e per garantire il livello delle retribuzioni.

Il sistema Italia così descritto consentiva anche la coesione Nord-Sud all'insegna di reciproche convenienze. La spesa pubblica, alimentata pro quota anche con i prelievi fiscali effettuati al Nord del paese, veniva utilizzata al Sud per finanziare enormi reti clientelari, garanzia di un voto di scambio fidelizzato che assicurava il consenso elettorale ai partiti di maggioranza.

Dalla metà degli anni Novanta siamo entrati in una terza fase storica estremamente pericolosa perché da una parte la corruzione, l'evasione fiscale, il management del sottosviluppo e le mafie restano realtà costanti e anzi ingravescenti, dall'altra sono venute meno tutte le leve alle quali il sistema Italia aveva affidato la sua strategia di sopravvivenza per coniugare illegalità di massa ed economia.

Il punto di svolta si è verificato a seguito dell'adesione dell'Italia al Trattato di Maastricht che ha posto fine alle svalutazioni competitive e, imponendo rigorosi vincoli ai bilanci statali dei paesi aderenti, ha impedito di finanziare la continua lievitazione della spesa pubblica tramite il ricorso all'inflazione. Come si fa allora a sostenere gli enormi costi macroeconomici generati dal male italiano?

Come finanziare un debito pubblico che nel 2011 ha toccato l'ennesimo record arrivando a quota 1890,60 miliardi di euro? Dove reperire i fondi necessari per compensare il mancato introito annuo di 120 miliardi evasione fiscale? I capitali italiani illecitamente esportati all'estero e sui quali i proprietari non hanno pagato un centesimo al fisco si aggirano tra i 500 e i 700 miliardi.

Nelle casse dello Stato sono venuti a mancare 230 miliardi di introiti fiscali, tutta liquidità immediata che se correttamente investita per sostenere lo Stato sociale e per rilanciare la politica industriale, ci avrebbe consentito di restare alla pari della Germania, paese che non essendo zavorrato dagli enormi costi macroeconomici dell'illegalità di massa, ha brillantemente superato la crisi internazionale garantendo la piena occupazione e salari per il lavoro dipendente doppi rispetto a quelli italiani.

E dove trovare i fondi necessari per compensare i costi macroeconomici di 60 miliardi di euro della corruzione, in gran parte impunibile grazie alla legalizzazione del conflitto di interessi, cioè dell'interesse privato in atti di ufficio, e alla costruzione di un vero e proprio scudo impunitario per il vastissimo universo sociale che vive dell'indotto della corruzione?

Una corruzione che condanna al rachitismo il mercato interno e il tessuto imprenditoriale nazionale perché premia e rende vincente la parte più spregiudicata del mondo imprenditoriale: quella che sbaraglia la concorrenza e abolisce la selezione meritocratica utilizzando le carte truccate delle relazioni collusive con il mondo politico e amministrativo, per ottenere commesse pubbliche, finanziamenti, erogazioni del credito, le licenze necessarie per avviare e gestire l'attività.

Così come negli anni Ottanta e Novanta, la corruzione resta la madre della creazione di mercati protetti, della costruzione di oligopoli, della ibridazione tra colletti bianchi del mondo politico-imprenditoriale e quelli della mafia.

Non essendo possibile intervenire per debellare la corruzione, divenuto purtroppo un rimosso e spinoso affare di famiglia trasversale alle classi dirigenti nazionali, non essendo altresì possibile intervenire incisivamente sull'evasione fiscale e su altre illegalità di massa, perché ritenuto penalizzante sotto il profilo del ritorno elettorale, si è così scelta una terza via: invece di tagliare i costi dell'illegalità, si sono tagliati i costi dello Stato sociale e gli investimenti destinati a innovare e rendere competitivo il sistema imprenditoriale del paese.

Tagli alla scuola pubblica, ai fondi per la ricerca, ai servizi degli enti locali, alla sanità, riduzioni e congelamenti di stipendi eccetera.

Strategia perdente che rischia di strangolare il paese con la corda dei suoi vizi storici, avviandolo sulla strada di una occulta grecizzazione. Il taglio lineare delle provvidenze dello Stato sociale, al netto della razionalizzazione delle risorse e della eliminazione degli sprechi, ha determinato, infatti, come immediato contraccolpo, l'impoverimento del ceto medio e delle masse popolari la cui capacità di spesa e di consumo è stata sempre più compressa dalla triplice tenaglia della riduzione delle retribuzioni (le più basse in Europa), dell'incremento del carico fiscale diretto e da quello indiretto (Iva, tasse sulla benzina e sull'energia), e infine, della necessità di pagare servizi prima gratuiti o garantiti a prezzo politico dallo Stato sociale (dagli asili nido, all'assistenza agli anziani, dall'aumento del ticket sanitario ai costi dei trasporti pubblici e via elencando).

La riduzione coatta dei consumi di massa determina la conseguente riduzione degli ordinativi e il calo della produzione. Producendo meno le imprese versano minori imposte allo Stato, innescando così un avvitamento recessivo sempre più pericoloso.

L'impossibilità, per i motivi che si è detto, di porre fine allo statuto impunitario di cui gode il vastissimo popolo che vive dell'indotto della corruzione e del management del sottosviluppo , vota all'insuccesso anche quel residuo di politica keynesiana che mira al rilancio dell'economia mediante nuovi investimenti nelle opere pubbliche e nel sostegno allo sviluppo delle imprese, anche grazie all'utilizzo dei fondi comunitari.

Come la lezione dell'esperienza, insegna, immettere soldi pubblici in canali istituzionali infestati da enormi ragnatele corruttive e clientelari , equivale infatti a pompare acqua in un sistema idrico le cui condutture sono fuori controllo e lungo il cui percorso è costante il pericolo di emungimenti e allacci abusivi, sicché alla fine del percorso l'acqua che arriva a destinazione è troppo scarsa per irrigare i campi, per dissetare la popolazione e, talora, è pure infetta.

Esiste dunque in Italia una inscindibile correlazione tra questione economica e questione dell'illegalità che consente di replicare per il nostro paese la stessa diagnosi che nel 2010 Alexis Papahelas formulò per la Grecia.

Non per problemi etici, né per problemi di giustizia, ma per evitare che la sindrome greca continui a pregiudicare e forse a compromettere definitivamente la ripresa economica del paese, precipitandolo in una spirale di declino irreversibile, la vera sfida con la quale deve misurarsi oggi il governo Monti, e con la quale dovrà misurarsi domani chiunque avrà la guida del paese, si muove dunque sul terreno ineludibile del ripristino della legalità e del principio di responsabilità, coniugando legalità e sviluppo, Stato regolatore e libero mercato.

 

IL GIP ROBERTO SCARPINATO BARBARA SPINELLIpaola severinoMario Monti Sammontino italia strangolataGrecia

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