CASERMA AMARA CASERMA - IL NONNISMO DEI NOSTRI TEMPI COLPISCE SOPRATTUTTO LE DONNE - PER IL PENTAGONO IL 23% DELLE DONNE ARRUOLATE NEL 2012 HA SUBITO UN TENTATIVO DI VIOLENZA SESSUALE

1. I CORPI DISARMATI DELLE DONNE SOLDATO

Emiliano Liuzzi per ‘Il Fatto Quotidiano

I francesi lo chiamano le déshonneur. Lì dove nelle stanze di vita quotidiana si respira il terrore che irrompa qualcuno in camerata al buio, come già accaduto, con le docce che spesso e volentieri non sono separate. Per non parlare di quello che avviene sulle navi scuola della Marina, spazi ristretti, minuscoli corridoi. La facilità di nascondersi davanti ai controlli e quella parola che si pronuncia a voce alta e si traduce in ricatto: sono un tuo superiore, la mia parola contro la tua.

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Il nonnismo, pratica che si è attenuata nel tempo, solo perché è stato eliminato il servizio di leva, ma che ha avuto trasformazioni perfino patologiche. Vita dura, quella delle donne nelle caserme. Hanno dovuto superare l'imbarazzo di essere considerate una quota minore, hanno combattuto perché anche a loro si aprissero possibilità di una carriera con le stellette, ma molte di loro hanno dovuto lasciare, chiedere il congedo. Non tutte ce l'hanno fatta. Problemi di violenza fisica, talvolta, ma anche psicologica, molto spesso peggiore.

  

Gerarchia esasperata

   Le déshonneur, appunto. Ma la questione degli abusi sessuali nelle caserme esiste. Non emerge nella sua gravità. E questo per tre motivi sostanziali. Il codice penale militare è stato scritto nel 1941, le donne all'epoca non avevano neanche il diritto di votare, figuriamoci se potevano maneggiare armi. Il secondo è che all'interno delle caserme lo strumento della querela non è previsto. Se una soldatessa subisce abusi da un collega maschio può solo rivolgersi al comandante che cerca di risolvere la questione all'interno e si guarda bene dal coinvolgere i magistrati. Terzo, e non ultimo, la difficoltà di definire le competenze tra magistratura ordinaria e militare.

 

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“Nel 2013”, dice il procuratore della corte d’appello militare Antonio Sabino, “sono stati ben 96 i casi in cui gli organi di giustizia militare hanno dovuto trasmettere gli atti all’autorità giudiziaria ordinaria e solo 6 i casi in cui si è verificato il contrario”. Una dichiarazione che la dice lunga sul conflitto di attribuzioni che a ogni anno giudiziario viene riproposta anche e soprattutto perché, inclima di spending review, più di una volta ai governi è venuta la tentazione di eliminare i tribunali militari. Eppure l'ambiente è di quelli delicati, come ammette il procuratore capo militare di Roma, Marco De Paolis, perché all'interno delle caserme la “gerarchia è elemento portante della vita quotidiana”. Il superiore può, nella sostanza.

 

“Quando ci siamo trovati a indagare sulla caserma di Ascoli, dopo l'incriminazione del caporal maggiore Parolisi condannato perché colpevole dell'omicidio della moglie, abbiamo scoperto un frammento di vita quotidiana che spesso non affiora. Non è un'emergenza, ma il fenomeno c'è”.

  

Alla caserma ex Smipar di Pisa la camerata delle donne è a pochi metri da dove morì Emanuele Scieri, in circostanze mai chiarite, sicuramente legate al nonnismo. E solo a revocare il nome Scieri tremano i polsi. Il processo si è concluso con un nulla di fatto, probabilmente verrà chiesta una commissione d'inchiesta, molto più verosimilmente resterà il nome e cognome di un ragazzo e nessun colpevole. La caserma è una delle più rigide, perché i paracadutisti hanno un senso della gerarchia molto spiccato. E il linguaggio usato è appunto quello da caserma. Apprezzamenti, volgarità.

 

Spesso costrizioni a pratiche sessuali perché a chiederlo è un superiore. Tra Livorno e Pisa sui tavoli della polizia giudiziaria ci sono almeno tre fascicoli per violenza che ancora non hanno nomi, perché le indagini sono in fase preliminare, avviate attraverso soffiate. “Un caso come questo, e sappiamo che esistono, potrebbe configurarsi come violenza sessuale”, spiega il magistrato De Paolis, “ma se non arriva una denuncia noi non lo sapremo mai. Sappiamo che c'è il fenomeno. Come ci sono persone che si innamorano e decidono di vivere insieme, ma anche questa ipotesi crea imbarazzo in una comunità come quella. Negli Stati Uniti, per esempio, non è consentito, uno dei due è costretto a congedarsi”.

  

L'ultima udienza di un processo porta la data di maggio. Tribunale ordinario di Belluno. Un caporal maggiore, cacciato senza troppi complimenti e spogliato della divisa, amava costringere colleghi maschi e femmine a pratiche sessuali davanti ai suoi occhi.

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Come scrive il Corriere delle Alpi, “costretti a masturbarsi e poi a “portare le prove” del gesto. Insultati, umiliati, puniti con allenamenti massacranti e infine indotti ad abbandonare il Modulo K se non erano all’altezza dei soldati migliori. Puniva tutta la squadra per l’errore di un singolo. Alcuni, i meno bravi, finivano nella stanza dei cani morti”. In questo caso era talmente insostenibile la situazione che la querela è stata fatta e a muoversi è stata la magistratura ordinaria. Più controverso il caso di qualche mese fa, in un paese vicino a Cagliari. Niente nonnismo: fu l'appuntato a palpeggiare la marescialla e a finire sul registro degli indagati per violenza sessuale.

  

Il caso Parolisi ha fatto scuola: 13 persone rinviate a giudizio e condannate. Tutte estranee all'omicidio, ma condannate, chi per violenza e chi per “violata consegna” che, tradotto, vuol dire sesso tra due consenzienti dentro la caserma e durante il servizio. Episodi emersi perché c'era da indagare su un omicidio, altrimenti nessuno avrebbe saputo niente.

 

La lista è lunga, e parliamo solo dei casi emersi. In realtà la caserma può trasformarsi in un inferno per i più deboli e per le donne. “L’importante è superare il primo anno”, spiega un’allieva parà, “l’ingresso è traumatico. Poi ci fai l’abitudine e impari a difenderti. Ma se ti rivolgi ai superiori è solo peggio. Devi difenderti da sola, a suon di calci”.

  

I CASI EMERSI DA AVELLINO A BELLUNO

   È accaduto ad Avellino, poche settimane fa, che un caporale sia stato arrestato. Molestava la recluta: gli contestano stalking e un’altra serie di reati. Sempre a guardare in tempi recenti, basta spostarsi nel Bresciano. In una giornata di servizio di pattuglia al perimetro della polveriera militare, una ragazza di vent’anni resta sola con il sergente, dieci anni più anziano. Erano su un Defender, e il più alto in grado fa i complimenti al soldato.

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La ragazza, lunghi capelli scuri, intimidita anche dal grado del superiore, resta in silenzio, limitandosi -come ha poi spiegato nella sua denuncia -a girarsi verso il finestrino. Ma il sergente non si era limitato ai complimenti e, accostato il mezzo, ha fatto il resto, baci non graditi e palpeggiamenti. Il sergente finisce in tribunale, prima nega e poi patteggia la pena. La Cassazione respinge il patteggiamento e ora l’uomo dovrà vedersela davanti ai giudici in un dibattimento.

  

Potremmo andare avanti. Basta spostarsi alle scuole di allievi sottufficiali a Viterbo (atti di nonnismo) e all’Accademia di Modena (violenza sessuale). In quest’ultimo caso era un professore civile a palpeggiare le allieve. E a toccarle, a ogni occasione possibile. Questa volta è intervenuto un processo con sentenza confermata in Cassazione: “È violenza sessuale anche una pacca sul sedere”. Ma era il contesto di umiliazione che ha portato alla decisione. Erano allieve, avevano un sogno nel cassetto, diventare militari. Alcune ragazze hanno dovuto lasciare: meglio continuare a guardare la vita senza abbassare gli occhi.

 

2. FRANCIA E USA: È ORMAI CADUTO IL MURO DI OMERTÀ

 e.l. - a.s. per ‘Il Fatto Quotidiano’

 

Una donna soldato arruolata nell’esercito americano ha più possibilità di subire una violenza carnale che di morire sul campo di battaglia. Sono dati che fanno impressione quelli forniti dal Pentagono: nel 2012, il 23 per cento delle donne e il 4 per cento degli uomini ha ammesso di avere subito un tentativo di violenza sessuale. In totale le vittime sono 26 mila, di cui 12 mila donne e 14 mila uomini. Numeri enormi, che l’ispettorato del Dipartimento della difesa è riuscito a mettere insieme attraverso un’inchiesta che ha garantito l’anonimato alle vittime.

  

PERCHÉ il problema, negli Stati Uniti come in Italia, è sempre lo stesso: chi viene molestato ha paura di denunciare. Solo una soldatessa su cinque e un soldato su quindici denuncerebbe un superiore che ha tentato un abuso. La ricerca della verità sugli abusi procede per spinte improvvise, nate sulla scorta di scandali episodici, interrotte da lunghi periodi di silenzio. Gli Stati Uniti sono più avanti nella prevenzione rispetto agli altri Paesi perché affrontano il problema da più tempo. La prima volta è stato nel settembre di ventidue anni fa, in un teatro insolito per una gigantesca orgia in divisa: all’Hilton hotel di Las Ve-gas, in quello che è entrato nei libri di storia come lo scandalo di Tailhook.

  

Come ogni anno migliaia di aviatori della marina impegnati nell’operazione Desert Storm in Iraq sono chiamati a un meeting di due giorni organizzato da un’associazione di reduci. Il simposio si concluderà con la denuncia di novanta casi di stupro (commessi o tentati). In piscina, nel patio, nei corridoi: ovunque le reclute vengono convinte o costrette a partecipare a giochi a base di alcol e sesso sfrenato. Tra le vittime c’è anche il tenente e pilota di elicottero Paula Coughlin, che denuncia ai suoi superiori di essere stata vittima di uno stupro di massa.  Com  ’era abitudine, questi tentano di insabbiare tutto, ma lei non si perde d’animo e scrive una lettera alla Casa Bianca.

 

   Il presidente di allora, George Bush padre, decide di incontrarla. Da quel colloquio nascerà la prima grande inchiesta sugli stupri in divisa all’interno dell’esercito. Oltre trecento tra ufficiali e sottoufficiali verranno congedati o puniti.

 

   L’alcol è una costante delle violenze sessuali compiute in divisa. I militari più anziani lo offrono alle reclute più avvenenti. Non, come si potrebbe pensare, per allentare i loro freni inibitori. Ogni shot di bourbon diventa un’arma di ricatto: se tu denunci lo stupro, verrà fuori che avevamo bevuto insieme e verrai congedata con disonore. Una tecnica che ha funzionato fin da quando, il 28 giugno del 1976, l’esercito recluta le prime ottanta soldatesse.

 

Il meccanismo si inceppa però nel 2003 alla base aeronautica di Colorado Springs. Ventidue donne raccontano di essere state violentate con questa tecnica. Il Pentagono indaga, parla con tutte le ex soldatesse uscite dall’accademia e scopre che il 70 per cento aveva subito molestie e un altro 12 per cento una violenza carnale. Due anni dopo il Congresso approverà una legge che permette a tutti i cadetti vittima di violenza sessuale di denunciare il proprio attentatore in forma del tutto anonima, almeno fino alle ultime battute del processo.

 

   Questa la situazione negli Stati Uniti. Non va meglio in Francia: Libération nel marzo scorso ha pubblicato un’inchiesta sugli abusi sessuali in caserma chiamati senza mezzi termini disonore e male assoluto. C’è un particolare, però, che riguarda la Francia: un anno fa il codice militare è stato soppresso e la giurisdizione è passata sotto la magistratura ordinaria. Questo ha permesso in qualche modo di evitare il muro di omertà che spesso si è creato attorno ai casi di violenza sessuale dentro le caserme.

  

Ma più di ogni altro fattore, decisivo è stato il libro-inchiesta di Leila Minano e Julia Pascual. Un documento che inizia con la storia di Alice, che è stata più volte molestata, costretta a guardare commilitoni che si masturbavano, oppure sculacciata perché aveva disobbedito agli ordini. Un'altra soldatessa che invece ha testimoniato nel libro è stata drogata e violentata diverse volte, diventando la "puttana" della caserma, fino a entrare in depressione ed essere esonerata. Ogni volta che le vittime hanno tentato di sporgere denuncia sono state isolate, derise, con la tecnica, hanno spiegato le autrici, della "pecora nera".

 

   Quando uscì il libro l'allora ministro della Difesa, Michéle Alliot-Marie, aveva commentato: "Non c'è maschilismo nell'esercito francese". Un muro di omertà, anche ai livelli più alti. Ma poi la magistratura ha indagato, con minuzia, e i casi sono emersi. Ora la violenza sessuale nell’esercito non è più nascota, coperta da un muro di omertà. Ma un nemico da abbattere.

 

   La situazione non è diversa in Germania e nel Regno Unito, neppure nei Paesi scandinavi, tra i primi ad aprire l’esercito alle donne, il problema è superato. Esiste, eccome. E, finalmente, non viene più messo a tacere dai governi di turno.

 

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