DAVVERO L'11 SETTEMBRE HA CAMBIATO TUTTO? /2 - L'ANALISI DEL "NEW YORK TIMES": "UNA PARTE DELLA NOSTRA REALTÀ ATTUALE DERIVA DALL’11 SETTEMBRE: L’ONNIPRESENZA DELLE TECNOLOGIE DI SORVEGLIANZA, L’INDETERMINATEZZA E L’ASSENZA DI UNA SCADENZA CHE ORMAI CARATTERIZZANO TUTTE LE OPERAZIONI MILITARI AMERICANE, LA GENERALE MILITARIZZAZIONE DELLA VITA QUOTIDIANA. NATURALMENTE, ALLA FINE GLI STATI UNITI NON OTTENNERO NÉ CONSAPEVOLEZZA DI SÉ NÉ AUTOREALIZZAZIONE. CIÒ CHE OTTENNERO, UN DECENNIO E MEZZO PIÙ TARDI, FU DONALD TRUMP..."
Traduzione dell'articolo di Charles Homans per il “New York Times”
ATTENTATO 11 SETTEMBRE 2001 ALLE TORRI GEMELLE
[…] L’11 settembre ha cambiato tutto? Per anni, persone che non erano d’accordo su nient’altro riguardo alle conseguenze degli attentati avrebbero concordato sul fatto che la risposta fosse sì.
Sostenere il contrario sarebbe stato un affronto alle vittime, alle vittime civili e militari della guerra al terrore e al buon senso di chiunque abbia dovuto togliersi le scarpe ai controlli di sicurezza in aeroporto.
Ma tanto la domanda quanto la risposta sono sempre state condizionate dal presupposto che l’11 settembre dovesse cambiare tutto: che, essendo stati attaccati in quel modo, gli Stati Uniti si trovassero davanti a una prova che potevano superare o fallire.
george bush jr 11 settembre 2001 air force one
A un quarto di secolo di distanza, è possibile considerare la questione con almeno un certo distacco critico. Una parte fin troppo grande della nostra realtà attuale deriva direttamente dall’11 settembre perché qualcuno possa sostenere in modo credibile che non sia stato un punto di svolta della nostra storia recente:
l’onnipresenza delle tecnologie di sorveglianza, l’indeterminatezza e l’assenza di una scadenza precisa che ormai caratterizzano tutte le operazioni militari americane, la generale militarizzazione della vita quotidiana.
intervista donald trump dopo attacco torri gemelle 11 settembre 2001
Allo stesso tempo, considerando gli aspetti più distopici di questa realtà, l’influenza dell’11 settembre non appare così unica come un tempo poteva sembrare. È un capitolo intermedio nella storia della frattura americana, non il suo spettacolare inizio.
Quasi tutti i resoconti dell’11 settembre menzionano il tempo. Era una mattina perfetta a New York, ci viene invariabilmente detto, con un cielo di un azzurro quasi innaturalmente puro, senza una sola nuvola, a meno di non contare il cumulonembo dell’ironia drammatica che incombe su ogni cosa.
[…] Per la classe intellettuale liberal di sinistra, considerare gli attentati impensabili significava ammettere un’ignoranza inaccettabile: del risentimento che l’egemonia americana aveva suscitato in tutto il mondo, dei conflitti che erano continuati in gran parte di quel mondo anche mentre gli Stati Uniti godevano del dividendo della pace successivo alla Guerra fredda. «Qualche frammento di consapevolezza storica potrebbe aiutarci a capire ciò che è appena accaduto e ciò che potrebbe continuare ad accadere», scrisse Susan Sontag sul New Yorker.
george bush air force one 11 settembre 2001
A destra, gli attentati alimentarono la speranza che la mollezza dell’America del dopo Guerra fredda, e l’ambivalenza liberal nei confronti di un patriottismo orgogliosamente ostentato che persisteva dai tempi del Vietnam, potessero essere giunte a una gradita conclusione; definirlo una nuova Pearl Harbor era insieme una descrizione e un’aspirazione. In una recente conversazione in un podcast, Darryl Worley,
il cantautore il cui aggressivo inno a favore dell’invasione dell’Iraq “Have You Forgotten?” è uno dei documenti culturali fondamentali dei primi anni Duemila, ha ricordato lo stupore provato l’11 settembre vedendo bandiere americane sventolare lungo una strada secondaria fuori Nashville. «Si era già trasformata, tipo, nel percorso di una parata», ha detto. Ha ricordato di aver pensato tra sé: «Dovevamo arrivare a questo per farci sventolare il rosso, il bianco e il blu?».
Naturalmente, alla fine gli Stati Uniti non ottennero né consapevolezza di sé né autorealizzazione. Ciò che ottennero, un decennio e mezzo più tardi, fu Donald Trump, la cui elezione nel 2016 è stata spesso descritta come il culmine di quella che il giornalista Spencer Ackerman, nel suo libro del 2021 “Reign of Terror”, definisce la «fase decadente della guerra al terrore».
Il percorso di Trump da celebrità dei reality televisivi alla presidenza passò attraverso le paludi febbrili dell’islamofobia della destra post-11 settembre — il panico per la moschea di Ground Zero, le teorie cospirazioniste sul certificato di nascita di Obama — ma anche attraverso un malcontento sempre più bipartisan nei confronti della guerra al terrore che, nel 2016, si era trasformato in cinismo.
intervista donald trump dopo attacco torri gemelle 11 settembre 2001
Trump fu il primo candidato repubblicano alla presidenza a infrangere il formidabile tabù che impediva di affermare ciò che ormai credeva la maggior parte degli americani: che l’avventurismo militare del Paese dopo l’11 settembre fosse stato un errore. Inoltre, durante la sua prima presidenza fece ben poco per ridurlo seriamente e nella seconda lo ha ampliato con entusiasmo.
Da tempo è allettante considerare le presidenze Trump come la logica conclusione della follia dell’era post-11 settembre e come una conferma della tesi liberal secondo cui gli appelli al patriottismo lanciati dalla destra in quell’epoca avevano sempre avuto in realtà l’obiettivo di conquistare il potere interno. Ma Trump ha anche reso possibile un riesame della storia, persino di quella recente, che complica la narrazione della centralità dell’11 settembre.
ATTENTATO TORRI GEMELLE 11 SETTEMBRE 2001.
L’estremismo di destra scatenatosi nell’ultimo atto della sua prima presidenza prendeva in prestito sul piano estetico lo stile delle operazioni speciali dello Stato militarizzato post-11 settembre, ma sul piano sostanziale aveva un debito maggiore con gli anni Novanta: con Ruby Ridge, Waco e le varie milizie di quel decennio.
[…] L’elezione di Trump nel 2016 «rappresentò la cristallizzazione di elementi che erano ancora allo stato embrionale» all’inizio degli anni Novanta, scrive John Ganz in “When the Clock Broke”, la sua recente storia del malessere sottovalutato di quel periodo. A posteriori, l’11 settembre fu paradossalmente sia una tregua dalle polarizzazioni e dalle patologie che erano già allora ben avviate, sia un loro acceleratore. Permise agli americani di ignorarle per un momento, finché non tornarono con fragore e con forza raddoppiata.
ATTENTATO TORRI GEMELLE 11 SETTEMBRE 2001.
Affermare l’unicità dell’11 settembre significa anche presumere che le linee di demarcazione tra le epoche della vita pubblica si traccino più naturalmente intorno alla geopolitica. Era un presupposto comprensibile per gli americani che avevano vissuto la fine della Guerra fredda, o il Vietnam, o la Seconda guerra mondiale. È meno vero per chiunque sia nato dopo gli anni Ottanta.
Se non ricordate il Muro di Berlino ma avete avuto un’adolescenza plasmata dai social media e dai telefoni cellulari, le linee di demarcazione più nette nella storia recente sono tecnologiche — e, con la rapida accelerazione dell’intelligenza artificiale, lo stanno diventando sempre di più.
ATTENTATO TORRI GEMELLE 11 SETTEMBRE 2001.
Lo si vede chiaramente nelle nostalgie prese in prestito dalla Gen Z, nei frammenti del passato che i ventenni hanno recentemente trasformato in emblemi di un’età dell’oro perduta: “Friends”, John F. Kennedy Jr. e Carolyn Bessette Kennedy, i filmini delle classi delle scuole superiori degli anni Novanta, i videoclip musicali e le riprese dei concerti di gruppi come Alien Ant Farm e Puddle of Mudd.
Questi reperti attraversano gli anni precedenti e successivi all’11 settembre, e l’innocenza perduta che rappresentano non ha nulla a che fare con gli attentati. Il loro fascino nasce dal fatto che evocano un periodo in cui le persone trascorrevano il tempo con gli amici di persona e sudavano accanto a sconosciuti nei club e ai festival musicali;
esercito americano in medioriente 6
gli adolescenti facevano gli sciocchi davanti alle telecamere senza alcuna autocoscienza, anziché mettersi in posa come celebrità disincantate; e la cultura popolare poteva essere rumorosa e stupida senza essere dissezionata nel panopticon digitale per le sue implicazioni sociopolitiche. La sagoma che incombe minacciosa su tutto questo non è quella delle Torri Gemelle. È l’iPhone.
Ma è difficile separare l’11 settembre persino dai cambiamenti sociali che non sembrano avere un rapporto evidente con esso. Quando di recente ho visitato per la prima volta il 9/11 Memorial and Museum, ho trascorso quasi un’ora nella mostra centrale del museo, una ricostruzione minuto per minuto degli eventi del giorno degli attentati.
l'iran attacca le basi usa in iraq 8
Nei video e nelle immagini fisse, nei reperti conservati sotto vetro, mi sono accorto di essere meno attratto dalla storia terribile ma familiare che raccontavano degli attentati che dalle testimonianze più ordinarie della vita a New York di un quarto di secolo fa conservate dalla mostra — una vita che avevo vissuto anch’io, ma che all’improvviso sembrava lontanissima.
Mi sono soffermato in particolare su una pila di floppy disk recuperati dalle macerie del World Trade Center, incrostati di polvere come i resti di un’antica civiltà. Ho cercato di ricordare l’ultima volta in cui avevo usato personalmente un floppy disk; probabilmente non molto tempo dopo l’11 settembre. Mi è venuto in mente che il mondo rappresentato da quei dischetti, nel quale una vita digitale era presente ma non ancora onnipresente, è per i miei figli almeno altrettanto inconcepibile quanto un grande attentato terroristico sul suolo americano.
attentato 11 settembre 2001 16
Da allora penso a che cosa, nello specifico, le persone della mia età sappiano del momento documentato nel museo che i miei figli non potranno mai sapere. Molto probabilmente non si tratta di nulla di specificamente legato all’11 settembre in sé, raccontato com’è stato in modo esaustivo.
Ma è visibile nella documentazione di quel giorno, se si guarda con attenzione: negli agenti di polizia non ancora avvolti nel Kevlar ed equipaggiati con droni e software Palantir, nei filmati girati da professionisti e appassionati assidui anziché da migliaia di occhi digitali autonomi, negli spazi pubblici non ancora disseminati di dissuasori, nei volantini scritti a mano da persone che cercavano i propri cari in un’epoca in cui scomparire era ancora, nel bene e nel male, una possibilità.
attentato al world trade center a new york del 1993 2
È l’immagine di un Paese sull’orlo di un cambiamento enorme — in parte conseguenza diretta dell’11 settembre, in parte no, in parte difficile da distinguere a questa distanza, con gli echi degli attentati che si confondono con gli echi degli echi stessi. Ma se allora eravate lì, adesso lo vedete: un mondo in cui così tanto di ciò con cui conviviamo oggi era già in movimento, ma non sembrava ancora così ineluttabile. I tanti narratori dell’11 settembre non sbagliano quando parlano del cielo di quella mattina. Era davvero qualcosa di straordinario. L’aria era così limpida.
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attentato al world trade center a new york del 1993 1
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attentato 11 settembre 2001 1
