DIO CI SALVI DAI FANATICI COME PETER THIEL E DAGLI EVANGELICI CHE PREGANO CON TRUMP – IL VATICANISTA LUCIO BRUNELLI RACCONTA LA CORRENTE DEL “SIONISMO CRISTIANO”: “CREDONO CHE IL RITORNO DEGLI EBREI NELLA TERRA PROMESSA SIA LA CONDIZIONE PER IL RITORNO DI CRISTO ALLA FINE DEI TEMPI. PER QUESTO SOSTENGONO INCONDIZIONATAMENTE LA POLITICA ISRAELIANA, FINANZIANO LE NUOVE COLONIE EBRAICHE E VEDONO NELL'IRAN IL NEMICO DEFINITIVO” – “NON CI SAREBBE RAGIONE DI PRENDERE SUL SERIO TALE FENOMENO SE NON AVESSE QUALCHE INFLUENZA SUL DESTINO DEL MONDO, CIOÈ DI NOI TUTTI. PETER THIEL È UOMO POTENTE, VICINISSIMO ALL'INQUILINO DELLA CASA BIANCA. E GLI APOCALITTICI RELIGIOSI HANNO FORNITO UN CONTRIBUITO NON SECONDARIO ALLA ELEZIONE DI TRUMP, CHE RICAMBIA E NON DISDEGNA L'IMMAGINE DI ‘UNTO DEL SIGNORE’”
@skytg24 Alcuni leader evangelici invitati alla Casa Bianca hanno benedetto giovedì 5 marzo il presidente #Trump e hanno pregato con e per lui e il suo successo nella guerra contro l'Iran. Il video della benedizione mostra il tycoon seduto dietro la Resolute Desk accerchiato da venti leader evangelici che in coro intonano una serie di preghiere mentre posano la mano destra sul presidente. Il gruppo include Robert Jeffress della Prima Chiesa Battista di Dallas, Ralph Reed della Coalizione Fede e Libertà e Gary Bauer del Family Research Council. L'evento, ormai una riccorenza annuale, è stato organizzato da Paula White Cain, capo dell'Ufficio per la fede della Casa Bianca e telepredicatrice di salute e ricchezza (? Margo Martin via Storyful) #skytg24 #news ? audio originale - Sky tg24
L'APOCALISSE E L'ANTICRISTO
Estratto dell’articolo di Lucio Brunelli per “la Repubblica”
[…] Teorico del transumanesimo, Thiel vede nell'ecologismo, nel socialismo e nell'islamismo i segni di un male assoluto che avanza, spingendo il pianeta sull'orlo dell'abisso; fino a identificare "in qualcuno come Greta Thunberg" le sembianze dell'Anticristo e in Donald Trump l'ultimo argine che può fermare o almeno rallentare la fine del mondo.
Questa curiosa versione laica dell'Apocalisse nell'America odierna si intreccia politicamente con la corrente del "sionismo cristiano", branca per nulla marginale degli influenti gruppi dell'evangelismo protestante.
DONALD TRUMP PREGA ALLA CASA BIANCA
[…] I sionisti cristiani credono che il completo ritorno degli ebrei nella Terra promessa sia la condizione per l'atteso ritorno di Cristo alla fine dei tempi. Per questo motivo teologico sostengono incondizionatamente la politica israeliana di annessione di territori palestinesi, finanziano le nuove colonie ebraiche e vedono nell'Iran il nemico definitivo.
Il loro millenarismo li porta ad attendere con ansia la Battaglia Finale, la biblica Armageddon che individuano geograficamente in una località reale, Tel Megiddo, pochi chilometri a sud di Nazareth, nella bassa Galilea.
@independent Pete Hegseth quoted scripture to end his brief war update on Iran. The US Secretary of War quoted Psalm 144:1, which includes the lines: “Praise be to the Lord my Rock, who trains my hands for war, my fingers for battle. He is my loving God and my fortress, my stronghold and my deliverer, my shield, in whom I take refuge, who subdues peoples under me.” Hegseth said in January that he prayed the passage during the mission to oust Venezuelan leader Nicolas Maduro. Click on link for more ?
? original sound - Independent
Pur essendo schierati con decisione dalla parte di Israele nella loro visione apocalittica agli ebrei non spetterà una sorte così piacevole: molti di loro perirebbero nell'ultima guerra combattuta in questo mondo e i pochi sopravvissuti si convertirebbero alla fede cristiana.
Bizzarrie a stelle e strisce, si dirà, in un paese dove il nome di Dio è stampato sulle banconote. Certamente questa Apocalisse, sia quella in versione laico-tecnocratica sia quella religiosa dei millenaristi cristiani, suona alquanto bizzarra alle nostre orecchie di europei occidentali.
Non ci sarebbe forse nemmeno ragione di prendere sul serio tale fenomeno se esso non avesse qualche influenza sul destino del mondo, cioè di noi tutti. Peter Thiel è uomo potente, vicinissimo all'inquilino della Casa Bianca. E gli apocalittici religiosi hanno fornito un contribuito non secondario alla elezione di Trump sia nel primo sia nel secondo mandato.
MIKE HUCKABEE NEL 2018 ALLA POSA DELLA PRIMA PIETRA DELL INSEDIAMENTO DI EFRAT IN CISGIORDANIA
L'ambasciatore americano a Gerusalemme, Mike Huckabee, già governatore dell'Arkansas e pastore battista, è un fervente seguace del sionismo cristiano.
Trump insomma ricambia l'appoggio ricevuto e non disdegna l'immagine di "unto del Signore". Ha avuto una certa diffusione (ma derubricato a notizia di colore) il video recente che mostrava una ventina di pastori evangelisti imporre le mani sul presidente americano […]: ebbene, diversi tra loro credono e propagano la visione degli "ultimi tempi" professata dai sionisti cristiani. E non può non provocare qualche brivido sentire Pete Hengseth, "ministro della guer
ra", recitare pubblicamente, a conclusione dei suoi bollettini militari, i versetti del salmo 144: «Benedetto sia il Signore, mia roccia, che addestra le mie mani al combattimento e le mie dita alla battaglia». Missili e Bibbia.
Un Dio che per affermarsi nel mondo vuole morte e distruzione?
Decisamente più convincenti e confortanti, in tema di Apocalisse, sono per noi altre immagini, più care alla tradizione cattolica europea. Come quelle dipinte nella cripta medievale del Duomo di Anagni.
In una parete laterale dell'abside sono raffigurati i quattro cavalieri immaginati da san Giovanni nel suo libro: il primo, quello sul cavallo bianco, con l'aureola e l'arco, mette in fuga il cavaliere armato di uno spadone che impersonifica la guerra. Secondo gli esperti più accreditati […] la figura sul cavallo bianco è Cristo stesso e l'Apocalisse non annuncia tragedie infinite ma rivela la vittoria già accaduta di Gesù e la sua lotta ancora in corso contro la guerra, l'inferno e la morte.
PETE HEGSETH RECITA UN SALMO AI GIORNALISTI
LA MUTAZIONE DEL CAPITALISMO: LA TECNOLOGIA ORDINE DEL MONDO
Estratto dell’articolo di Paolo Venturi per “Avvenire”
[…] Peter Thiel non […] è soltanto un miliardario della Silicon Valley o il fondatore di Palantir ma è uno degli interpreti più radicali di un passaggio d’epoca: quello in cui il mercato, la tecnica e la finanza smettono di presentarsi come strumenti e iniziano a proporsi come principio d’ordine del mondo. Il punto, infatti, non è più soltanto economico.
Non siamo davanti a un capitalismo che produce ricchezza, consumo e nuove diseguaglianze, siamo davanti a qualcosa di più profondo: un sistema che usa il denaro per plasmare istituzioni, immaginari, gerarchie, perfino antropologie.
Non si limita a organizzare gli scambi ma organizza il senso decidendo quali vite contano, quali paure meritano protezione, quali libertà possono essere sospese in nome della sicurezza. L’economia diventa così una forza pedagogica e politica. Non descrive il mondo: lo costruisce.
Dentro questo orizzonte, Thiel rappresenta una posizione precisa presentandosi come difensore dell’umano contro il conformismo ideologico e contro il rischio di una tecnocrazia senza volto.
Ma il suo pensiero è attraversato da un paradosso decisivo: per salvare l’uomo, propone dispositivi che finiscono per restringere ciò che nell’uomo è più umano; per difendere la libertà, affida crescente potere a strutture di controllo.
BENJAMIN NETANYAHU AL MURO DEL PIANTO PREGA PER TRUMP DOPO L ATTACCO AMERICANO ALL IRAN
È qui che Palantir smette di essere solo un’azienda e diventa un simbolo e l’espressione di una mentalità. L’idea che la complessità della vita possa essere trasformata in informazione leggibile, la fragilità in variabile, il conflitto in previsione. Non più comprendere l’umano, ma renderlo trattabile.
In questa postura affiora la radice della sua visione hobbesiana della convivenza. Alla base c’è il sospetto che l’uomo sia anzitutto un essere pericoloso, segnato da passioni, portato naturalmente al conflitto, bisognoso di contenimento. Se l’antropologia di partenza è questa, allora il resto segue quasi automaticamente.
Se l’uomo è minaccia, serve un ordine più forte, se il legame sociale è fragile, servono apparati più pervasivi, se il caos è sempre alle porte, la libertà deve arretrare perché avanzi la sicurezza. Ma proprio qui si vede il prezzo di una impostazione che concepisce l’umano come rischio: tutta la società si organizza contro di lui. La politica si irrigidisce, l’economia seleziona, la tecnica sorveglia.
La libertà non è più un compito da coltivare, ma un margine da concedere. La persona non è più un mistero da accompagnare, ma un comportamento da prevedere. E così la promessa di protezione genera il suo opposto: una società che per paura di essere ferita finisce per amputare ciò che la rende viva.
[…]
Per questo la questione che Thiel mette sul tavolo va presa sul serio, perché costringe a far emergere la domanda decisiva, quella che il nostro tempo ha progressivamente rimosso.
Liberi da che cosa, certo. Ma soprattutto: liberi per che cosa? A questa domanda non si risponde con un supplemento di tecnica e neppure con una reazione nostalgica o antimoderna. Si risponde tornando al cuore della questione: quale idea di uomo stiamo assumendo, spesso senza dirlo, quando progettiamo tecnologie, istituzioni, modelli economici?
Se partiamo dall’idea che l’uomo sia fondamentalmente negativo, un pericolo da contenere, allora il controllo sembrerà inevitabile. Ma se riconosciamo che nell’uomo c’è una positività originaria, allora tutto cambia. Questa positività ha un segno preciso: il desiderio.
Non il desiderio ridotto a impulso da sfruttare commercialmente o a pulsione da disciplinare, ma il desiderio come apertura costitutiva al senso, al bene, alla relazione. È qui che si decide la differenza tra una società che addestra e una società che educa.
Perché il desiderio può essere colonizzato, manipolato, eccitato artificialmente, ma può anche essere accompagnato, valorizzato come criterio. E allora la vera sfida del nostro tempo, prima ancora che politica o tecnologica, è educativa. Educare significa custodire e orientare il desiderio umano, non sostituirlo con automatismi, non consegnarlo alle piattaforme, non ridurlo a consumo o a paura. Per anni abbiamo pensato che il problema fosse governare l’innovazione.
Oggi sappiamo che la domanda è più radicale: quale umanità stiamo rendendo possibile? Perché ogni architettura tecnica educa e ogni modello economico produce una pedagogia implicita. La partita, in fondo, è tutta qui, non tra tecnofobia e tecnolatria o tra apocalittici e integrati. Ma tra due immagini dell’uomo: una fondata sulla paura, l’altra sul desiderio. Una vuole blindare la vita, l’altra vuole farla fiorire. Da questa scelta che dipenderà il nostro futuro.









