GIORGIA MELONI INVITA AD ATREJU IL MAGISTRATO BRASILIANO CHE VUOLE ESTRADARE BATTISTI- POI SARA' LA VOLTA DI ZITTO PALMA SULLA "GOGNA" DELLA GIUSTIZIA (DALLA MINISTRA ACCORDO CON ABI E INPS PER MUTUI AI GIOVANI) - LA DISPERAZIONE DEL PIDIELLINO CAZZOLA: “QUASI QUASI È MEGLIO UN GOVERNO TECNICO” (MA CHE NON SIA SMONTEZEMOLATO) - IL NETWORK SACCONI: AL MINISTERO “FASO TUTO MI” CON QUALCHE AMICO (BONANNI)…

Da "Italia Oggi"

1 - IN BRASILE C'E' UN GIUDICE CONTRO BATTISTI E LA MELONI GLI DA' UN PREMIO...
Walter Filho è un magistrato brasiliano che vuole estradare Cesare Battisti in Italia. Già, perché in Brasile mica tutti la pensano come l'ex presidente Lula e compagni: sono in tanti a protestare contro la decisione di lasciare in libertà il terrorista (e assassino) rosso: per questo a Roma Filho riceverà il premio Atreju dalle mani del sottosegretario all'Interno Alfredo Mantovano e del ministro per la Gioventù Giorgia Meloni.

Filho ha scritto un libro, intitolato «Il caso Battisti. La parola della Corte» edito da Imprice, nel quale elenca le prove della giustizia italiana sugli omicidi di Antonio Santoro, Pierluigi Torreggiani, Lino Sabbadin e Andrea Campagna, dove Battisti è coinvolto e condannato, oltre ad essere il responsabile del ferimento grave causato al medico Giorgio Rossanigo e Diego Fava, e ancora per l'attentato contro l'agente di polizia Arturo Nigro, senza contare altri reati "minori".

Per questi crimini Cesare Battisti è stato condannato dal tribunale italiano all'ergastolo e messo in isolamento diurno per un periodo di sei mesi. Filho sostiene che le autorità brasiliane ignorarono le decisioni della giustizia di una repubblica. Lo stesso Filho ha detto che il suo lavoro «cerca di smantellare le falsità messe pro Battisti in Brasile», usando la lente del pubblico ministero e «di difensore dello stato democratico».

E Atreju, oltre a questo incontro, ha in calendario la presenza del presidente del consiglio Silvio Berlusconi, nella giornata del 9 settembre, e nella serata successiva, il 10 settembre, sarà la volta del neo ministro della giustizia Francesco Nitto Palma, che presenterà il libro «La gogna. Come i processi mediatici e di piazza hanno ucciso il garantismo in Italia», di Maurizio Tortorella, pubblicato da Boroli editore.

Dove sulla copertina campeggiano, insieme al volto del Cavaliere, quelli di Alfredo Romeo, Ottaviano Del Turco, Calogero Mannino, Giuseppe Rotelli, Guido Bertolaso e Silvio Scaglia: alcuni saranno presenti alla serata. Per confermare che l'ingiustizia resta sovrana, a ogni latitudine. (Pierre de Nolac)

2 - MUTUI, MELONI TROVA 51 MILIONI...
La casa? I giovani la potranno comprare grazie a Giorgia Meloni. Il ministero della Gioventù, con 51 milioni di euro, dà il via a 3 fondi destinati ai giovani per l'acquisto della prima casa, per finanziamenti agevolati per lo studio universitario, e una dote di 5mila euro per le aziende che assumono a tempo indeterminato giovani genitori.

Tutto con la collaborazione di Abi e Inps. Il presidente dell'Abi Giuseppe Mussari ha definito l'iniziativa «intelligente per favorire i giovani: l'adesione degli sportelli bancari a questa iniziativa è già del 40%, ma siamo certi di poter andare oltre». Per il presidente dell'Inps Antonio Mastrapasqua, l'istituto «è in grado già il giorno successivo all'iscrizione sul sito dell'Inps di liberare l'incentivo, mentre i controlli li faremo ex post, perchè ci fidiamo di quello che i giovani ci dichiarano». (Sebastiano Luciani)

3 - CAZZOLA, OK GOVERNO TECNICO...
Giuliano Cazzola, parlamentare Pdl, già sindacalista, vuole una svolta: «Quasi quasi inizio a pensare che sia arrivato il momento di un governo tecnico, con una persona che non sia Luca Cordero di Montezemolo, ma comunque una persona in grado di dire: signori, la situazione è questa, ed un governo che dice la sua e tira dritto».

In una intervista a RadioIes, Cazzola si mostra scettico sulla possibilità dell'esecutivo di riuscire a creare una nuova manovra: «Il problema è che da quello che capisco, la maggioranza ancora non sa più che pesci pigliare». E individua anche la causa dello sbandamento collettivo delle forze di maggioranza e di opposizione: «Questa campagna sulla casta ha avuto effetti molto negativi da cui non so come ci riprenderemo. Io conto come il due di coppe: scrivo, dico delle cose e ricevo lettere di insulti». (Stefano Di Giovanni)

4 - LA TELA DEL RAGNO DI SACCONI...
C'è anche chi ne parla come del network Sacconi. Un'impresa privata creata da un omonimo del ministro del Lavoro? No. È proprio il dicastero di via Veneto (nomen omen, viste le radici trevigiane) a sembrare a molti un'impresa, quasi familiare, di Maurizio Sacconi. Lui non ha mai fatto mistero, quando era sottosegretario di Maroni, un paio di legislature fa (2001-2006), di sentirsi già allora il «vero» ministro.

Da quando venne nominato al dicastero per il Welfare (con competenza dal Lavoro alla Salute) il suo ego ne risultò ingigantito. La sottrazione della Salute finita a Ferruccio Fazio gli provocò qualche sussulto, subito ricomposto con le ambizioni malcelate di leader post-berlusconiano in conflitto perenne, ma sotterraneo, con Giulio Tremonti (l'ultimo pasticcio sulle pensioni conferma questa distonia).

La rinuncia alla Salute fu «suggerita» da «ragioni familiari»: la seconda moglie di Sacconi è una efficiente lobbista del mondo farmaceutico. Persa la Salute, non perse le energie. E al ministero (del Lavoro), usando il motteggio veneto che Sacconi ama utilizzare con i collaboratori, si potrebbe sentire una frase del tipo: «faso tuto mi».

Fino al 15 aprile, con l'arrivo di Nello Musumeci, (poi raggiunto con analogo incarico il 6 maggio da Luca Bellotti) il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, era da sette mesi senza alcun sottosegretario. Un record. Il senatore Pasquale Viespoli, per poche settimane leader del gruppo dei finiani al Senato, lasciò via Veneto per coerenza politica, ma senza nostalgie reali. Sacconi non gli aveva dato grandi deleghe.

Per lo stesso motivo - diciamo scarso utilizzo delle risorse «interne» - Francesca Martini ed Eugenia Roccella avevano preferito seguire da sottosegretarie il nuovo ministro Fazio piuttosto che restare con Sacconi. Lui aveva sofferto la «diminutio» del dicastero ma non aveva fatto nulla per trattenere le parlamentari leghista e pidiellina. Molto aveva invece brigato per evitare che la virago Santanchè giungesse a fargli da sottosegretaria, riuscendo a dirottarla verso il più tenero Rotondi.

Il network Sacconi si contraddistingue per uno spiccato senso di appartenenza. Molti consiglieri ma nessun collaboratore fuori linea. Spoil system? Molto di più. Meglio amici degli amici (e qualche volta parenti) che ingombranti comprimari.

Un esempio recente? Alla direzione generale delle politiche previdenziali del ministero siede da pochi mesi un ex dirigente dell'Inail, Edoardo Gambacciani, che vanta una parentela stretta (anche se acquisita) con l'attuale capo del Gabinetto del ministro, Lucrezio Caro Monticelli.

Gambacciani ha preso il posto dell'accademico Gianni Geroldi, prezioso collaboratore di Cesare Damiano e forse per questo (oltre che per essere un vero e riconosciuto competente di materia previdenziale) sgradito a Sacconi. Certo è che il peso del professore lasciato in pensionamento anticipato (Geroldi) non è stato colmato dal genero di Monticelli (Gambacciani). Tutto in famiglia. Da qualche mese il segretario generale del Ministero è Matilde Mancini, ex direttore generale per gli ammortizzatori sociali.

All'epoca l'unica a dialettizzare con il consigliere speciale del ministro, su questi temi, il professor Michele Tiraboschi. Permaloso ed egocentrico forse persino più del ministro, Tiraboschi si è fatto largo con il titolo di «erede» di Marco Biagi. Le norme che ha partorito hanno avuto il merito di dover esser spesso riscritte, per una frequente incompletezza o contraddittorietà. E il privilegio di essere «anticipate» sul Sole-24 Ore da articoli firmati dallo stesso Tiraboschi (e a lui lautamente pagati) come fossero scoop.

Quindi meglio una Mancini al segretariato generale che un confronto troppo serrato alla direzione generale competente, dove è stata promossa una giovane, Paola Paduano, che sembra destinata a un semplice ruolo operativo come il coetaneo Gambacciani.

Matilde Mancini ha preso il posto di un altro giovane membro del team Sacconi, il consigliere giuridico Francesco Verbaro che ha lasciato il segretariato generale, ma non il ruolo di consigliere del ministro, per potersi dedicare alle sue molteplici attività: da quelle imprenditoriali di famiglia, in Sicilia, a quelle che attengono alla sua docenza alla Scuola superiore della Pubblica amministrazione, i suoi incarichi in diversi Oiv (gli organismi di vigilanza nella Pa nati con il decreto Brunetta), e una collaborazione con il gruppo editoriale del Sole-24 Ore.

In tutto questo gran daffare Verbaro ha avuto il tempo e il modo di stilare una direttiva - firmata poi da Sacconi - sulla governance degli enti vigilati, rivelatasi ricca di imprecisioni e foriera di grandi contrasti. E infatti riveduta e corretta dal ministro.

Il network Sacconi conta su almeno due azionisti, oltre al titolare. Uno di vecchia data, l'altro più recente. Il primo azionista è la Cisl di Raffaele Bonanni. Non si muove foglia in via Veneto che il potente leader del sindacato più forte del pubblico impiego non voglia. Bonanni non solo orienta la politica del ministero - e quella ruvida opposizione alla Cgil che contraddistinguono parole e fatti di Sacconi - ma produce scelte concrete e personali.

Due esempi: dopo una decennale presidenza all'agenzia ministeriale Italia Lavoro, un fedele cislino come Natale Forlani, è stato ulteriormente premiato in vista della pensione, con la direzione generale per l'immigrazione: non l'ultimo dei posti di responsabilità dell'organigramma di via Veneto. Un altro fedelissimo di Bonanni, Rino Tarelli, è stato beneficato da Sacconi con un posto da commissario alla Covip (l'organismo di vigilanza sui fondi pensione), poltrona (su cinque totali) che sarebbe spettata alla Cgil e non alla Cisl.

Ma il «povero» Tarelli aveva perso l'Ipost, il soppresso ente previdenziale delle Poste. Per tentare di sottrarsi al peso dell'azionista Cisl, il ministro è lesto nel cercare di controllare il controllore: ad esempio considerando sua emanazione personale (e territoriale) il responsabile Cisl della Pubblica amministrazione, Giovanni Faverin: «Xe n'omo mio». Tradotto: risponde a me, non a Bonanni. Un altro arruolato alla Cisl di Bonanni, è il direttore generale dell'Inps, Mauro Nori, che condivide con il ministro frequentazioni socialiste e post-socialiste, come l'attivissimo avvocato Sergio Lupinacci (emerso alle cronache quotidiane per i fatti della P3) assai vicino alla Fondazione Craxi.

Oltre alla Cisl, il team di Sacconi ha da qualche tempo aperto il suo azionariato a un altro gruppo di pressione: Comunione e Liberazione. Oltre a una crescente presenza al Meeting di Rimini - che da un paio d'anni ha voluto dire un investimento (o spesa?) di oltre 350mila euro per uno stand alla manifestazione riminese (riconfermato anche nel 2011, alla faccia dei tagli) - gli uomini di Cl intrattengono un sempre più stretto rapporto con il ministro.

Di Cl è il capo della segreteria tecnica del ministro, Lorenzo Malagola, poco meno che trentenne, già consigliere comunale di Milano. Malagola ha preso il posto del consigliere economico del ministro, Paolo Reboani dirottato alla presidenza di Italia Lavoro. Bagno di folla assicurato al Meeting. Anche quest'anno. Il popolo ciellino potrebbe risultare contendibile allo stesso celeste Formigoni (Lupi permettendo)? Il dopo Berlusconi targato Alfano non piace né al ministro, né al governatore. Una sponda forte nella Padania lombarda (ciellopoli è pur sempre in Padania), si aggiungerebbe al Veneto di nascita ed elezione, per rafforzare quella solida rete romana che ha sede in via Veneto. Giusto prima di puntare a palazzo Chigi. (Stefania Giudici)

 

GIORGIA MELONI nitto-palma-GIULIANO CAZZOLA MAURIZIO SACCONI

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