EFFETTI INDESIDERATI DELLA GUERRA IN IRAN: STIAMO DANDO A UN ALTRO STATO CANAGLIA L'OPPORTUNITA' DI DIVENTARE CRUCIALE – IL PAKISTAN È UN PAESE NUCLEARE, DA DECENNI È CULLA DEL TERRORISMO JIHADISTA (BIN LADEN SI NASCONDEVA LÌ) ED È UN SATELLITE DELLA CINA. ORA, SI PROPONE COME MEDIATORE TRA WASHINGTON E TEHERAN. NEL FRATTEMPO, FORNISCE L’OMBRELLONE NUCLEARE ALL’ARABIA SAUDITA E TESTA LE ARMI DI PECHINO CONTRO L’AFGHANISTAN…
ABBIAMO GLI OCCHI SULL'IRAN, NON VEDIAMO L'ALTRA MINACCIA: IL PAKISTAN (CHE HA LA BOMBA NUCLEARE) - QUIRICO: “IL PAESE RISCHIA DI ESSERE TRAVOLTO DA TALEBANI CHE PUNTANO A IMPORRE LA SHARIA E DARE VITA A UNA REPLICA DI KABUL. A KARACHI SI INCENDIA IL CONSOLATO AMERICANO E PLEBI FURIBONDE DI MIGLIAIA DI PERSONE SFILANO INNEGGIANDO AL MARTIRE KAMENEI. QUI È DOVE BIN LADEN È STATO PROTETTO E NASCOSTO ED È DOVE POTREBBE REALIZZARSI IL SUO SOGNO DEL PRIMO STATO JIHADISTA CON LE BOMBE ATOMICHE. NON SI TIENE CONTO CHE LE NOSTRE GUERRE ‘PREVENTIVE’ POSSONO FAR ESPLODERE L’ENNESIMA VOLTA LA FORZA D'URTO DEL JIHAD...”
IL FATTORE PAKISTAN NELLA GUERRA IN IRAN
Mariam Qureshi per “Appunti”, la newsletter di Stefano Feltri
[…] perché il Pakistan — tra gli altri — spinge per una soluzione diplomatica?
E cosa accade se questo tentativo fallisce?
[…] È importante notare che: a) l’India intrattiene buoni rapporti con l’Arabia Saudita, mentre il Pakistan con gli Emirati Arabi Uniti; b) il cambiamento nella natura delle relazioni di Pakistan e India con l’Afghanistan è recente: in passato Kabul era più vicina a Islamabad che a Nuova Delhi; c) il Pakistan non riconosce Israele.
Diversi attori regionali — tra cui Egitto, Turchia e Oman — hanno cercato di offrire un’uscita diplomatica, ma è il Pakistan a emergere come principale promotore dell’iniziativa.
Le spiegazioni più immediate fanno riferimento ai legami etnici, religiosi e culturali con le popolazioni baloch e sciite presenti sia in Iran sia in Pakistan.
Il traffico marittimo nello stretto di Bab-el-Mandeb nel Mar Rosso, dove sono attivi gli Houthi
Si cita anche l’impatto economico della guerra sull’economia pakistana e la vulnerabilità dei lavoratori pakistani nei Paesi del Golfo, le cui rimesse rappresentano una fonte essenziale sia per molte famiglie sia per le riserve valutarie del Paese.
Altri osservatori sottolineano invece un elemento di continuità storica.
Il Pakistan ha già svolto in passato un ruolo di mediazione: dal riavvicinamento tra Stati Uniti e Cina nel 1972 agli Accordi di Ginevra del 1988 che posero fine alla guerra sovietica in Afghanistan, fino ai negoziati del 2020 tra Washington e i Talebani a Doha.
E in effetti, soprattutto dopo il presunto successo militare nel conflitto indo-pakistano del maggio 2025, Islamabad cerca di affermarsi come attore regionale di primo piano.
Lo dimostrano, tra l’altro, le forniture militari al governo sudanese sostenuto dall’Arabia Saudita, le esportazioni del caccia JF-17 prodotto con la Cina verso Paesi come Myanmar, Nigeria e Azerbaigian, e i negoziati in corso con Indonesia, Bangladesh e Arabia Saudita.
Ma, come spesso accade in politica internazionale, il quadro è più complesso di quanto sembri.
I rapporti del Pakistan sia con Washington sia con Teheran sono tutt’altro che lineari.
Solo due anni fa, missili iraniani hanno colpito il territorio pakistano in risposta a presunte attività terroristiche e secessioniste nella provincia del Belucistan.
Un movimento separatista è attivo da decenni nell’area e punta alla creazione di uno Stato indipendente che includa territori di Iran, Pakistan e Afghanistan.
Inoltre, il Belucistan iraniano ha un rilievo strategico per l’India, che investe nel porto di Chabahar anche in funzione anti-pakistana rispetto a Gwadar.
Un’escalation tra Iran e Pakistan avrebbe quindi effetti ben oltre il piano bilaterale.
A complicare ulteriormente il quadro, Islamabad ha rafforzato i legami militari con l’Arabia Saudita — rivale strategico dell’Iran — con un accordo di difesa firmato nel settembre 2025.
STRIKE DI ISRAELE E AMERICA E AZIONI RITORSIVE DELL'IRAN
Allo stesso tempo, il progetto di gasdotto Iran-Pakistan non è mai decollato a causa delle sanzioni statunitensi, proprio perché Islamabad ha preferito non compromettere i rapporti con Washington.
Relazioni che, peraltro, si sono deteriorate dopo l’uccisione di Osama bin Laden in Pakistan nel 2011 e il successivo ritiro americano dall’Afghanistan nel 2021.
Con Trump, tuttavia, si è aperta una fase di riavvicinamento opportunistico.
Islamabad ha sostenuto alcune narrazioni politiche del presidente americano, ha firmato un accordo sulle materie prime critiche nel 2025 e si è posizionata come interlocutore nei tentativi di mediazione in Medio Oriente.
Nonostante queste tensioni incrociate, il Pakistan ha cercato di mantenere un equilibrio tra Arabia Saudita e Iran.
Non a caso, all’inizio del conflitto ha espresso solidarietà a Teheran, ricevendo segnali di apertura reciproca.
Questo lo rende, almeno formalmente, un attore relativamente neutrale, privo di basi militari statunitensi e non direttamente coinvolto nel conflitto.
Resta però dubbio che disponga di una reale leva negoziale per portare Stati Uniti e Iran a un cessate il fuoco.
Il Pakistan ha comunque un interesse vitale a evitare il coinvolgimento diretto.
Un’eventuale escalation che spingesse l’Arabia Saudita a intervenire militarmente potrebbe trascinarlo in un conflitto lungo un confine di quasi 900 chilometri con l’Iran.
Il fattore sudasiatico
La dimensione sudasiatica amplia ulteriormente il rischio di allargamento del conflitto.
India ed Emirati Arabi Uniti — rivali rispettivamente di Pakistan e Arabia Saudita — hanno manifestato interesse per un accordo di difesa analogo.
Poco prima dell’inizio della guerra, il primo ministro indiano Narendra Modi ha incontrato Benjamin Netanyahu, che ha parlato della costruzione di una rete di Paesi per contrastare avversari sciiti e sunniti “radicali”.
L’allineamento tra India e Israele appare sempre più evidente, anche alla luce delle convergenze politiche interne.
gruppi etnici pakistan afghanistan
Per il Pakistan, potenza nucleare sunnita, questo rappresenta una minaccia concreta, soprattutto dopo l’uso di droni israeliani da parte dell’India nel conflitto del 2025.
Considerando le tensioni sul Kashmir e il conflitto in corso con i Talebani afghani, Islamabad non può permettersi un ulteriore fronte.
In uno scenario di escalation, un Pakistan militarmente impegnato altrove potrebbe offrire all’India un’opportunità strategica.
Tuttavia, le difficoltà economiche interne dell’India e le pressioni internazionali per evitare un conflitto tra due potenze nucleari potrebbero limitarne le ambizioni.
Questo non riduce la volatilità complessiva del quadro.
Chi beneficia dell’escalation
Diversi attori hanno interesse nel prolungamento del conflitto.
usa e israele attaccano l'iran 1
Israele, che ha avviato la guerra insieme agli Stati Uniti, continua a considerare l’Iran una minaccia esistenziale e appare meno incline a negoziare.
Resta incerto se Washington, anche qualora optasse per la de-escalation, sarebbe in grado di trascinare Israele verso un accordo.
Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti vedono nell’Iran un rivale strategico e, pur subendo i costi del conflitto, potrebbero trarre vantaggio da un suo indebolimento.
Al tempo stesso, l’inaffidabilità crescente degli Stati Uniti come garante della sicurezza regionale — già evidente nel 2019 dopo gli attacchi agli impianti sauditi — alimenta nuove dinamiche di potenza.
Sul piano globale, l’aumento dei prezzi dell’energia favorisce la Russia, mentre gli Stati Uniti si logorano in un nuovo conflitto.
Cina e Russia possono così consolidare le proprie posizioni rispettivamente su Taiwan e in Ucraina.
E ora?
L’ingresso ufficiale degli Houthi yemeniti nel conflitto, con attacchi contro Israele, segna un ulteriore salto di qualità.
Si moltiplicano le ipotesi di un’imminente invasione terrestre americana, mentre Israele intensifica le operazioni su più fronti.
Nonostante una relativa inferiorità militare, l’Iran ha dimostrato di saper sostenere una guerra di attrito, sfruttando la propria posizione geografica per colpire infrastrutture energetiche e bloccare lo Stretto di Hormuz.
Con il coinvolgimento degli Houthi, anche il traffico nel Mar Rosso e verso il Canale di Suez è a rischio.
I droni e i missili a basso costo iraniani hanno già messo sotto pressione i sistemi di difesa occidentali molto più costosi.
Un’eventuale invasione terrestre, in un territorio montuoso e ostile, rischierebbe di trasformarsi in un conflitto lungo e logorante per gli Stati Uniti.
Le richieste iraniane — fine della guerra, riparazioni e riconoscimento della sovranità sullo Stretto di Hormuz — sono difficilmente conciliabili con le posizioni americane e israeliane.
In assenza di una convergenza minima sugli obiettivi, il problema non è solo trovare un compromesso, ma la volontà stessa di cercarlo.
Il traffico marittimo nello stretto di Bab-el-Mandeb nel Mar Rosso, dove sono attivi gli Houthi
Le eliminazioni mirate della leadership iraniana non favoriscono un cambio di regime, ma rafforzano le componenti più radicali.
Al momento, non esiste una via d’uscita semplice.
Il conflitto si sta espandendo ben oltre il Medio Oriente, dando origine a nuove alleanze fluide e contraddittorie.
Un contesto che rende sempre più remota la prospettiva di una stabilizzazione.





