L’ULTIMO MAGHEGGIO DEL PREMIER PAROLAIO: PRESENTARE IL DEF CHE ANCORA NON C’È – “NIENTE TASSE E NUOVI TAGLI”, PROCLAMA RENZI – MA NON SI CAPISCE COME SARANNO COPERTI 21 MILIARDI DI (PRESUNTE) MINORI TASSE – AUMENTERANNO I TRIBUTI LOCALI?

Maurizio Belpietro per “Libero quotidiano

 

Il Documento di economia e finanza, ossia il piano di previsione a medio termine, ancora non c’è ma già Renzi ne parla. Anzi, come è ormai sua abitudine su qualsiasi cosa leggi comprese, il presidente del Consiglio ne straparla. Invece di presentare il testo approvato dal Consiglio dei ministri, il premier ha rinviato il tutto a venerdì, ciò nonostante non si è sottratto alle domande dei giornalisti in apposita conferenza stampa.

 

matteo renzi pier carlo padoanmatteo renzi pier carlo padoan

E che ha detto il nostro? A dar retta a un giornale ben informato sulle cose di Palazzo Chigi, cioè Repubblica, che sul suo sito ieri virgolettava la frase, nel Def non ci saranno né tagli né aumenti di tasse. «Capisco che non ci siate abituati», avrebbe detto Renzi ai cronisti, «ma è così». Già le premesse del presidente del Consiglio ci hanno fatto sentire puzza di bruciato, perché conoscendo la velocità con cui sentenzia, via twitter o in tv, sappiamo che non sempre c’è rispondenza tra parole e fatti.

 

La lingua infatti colpisce più di decreti e disegni di legge. Ciò detto, per il premier nel 2015 le tasse caleranno per 18 miliardi, dieci con gli 80 euro e 8 con i provvedimenti sul lavoro. A ciò andrebbero aggiunti circa 3 miliardi di clausole di salvaguardia disinnescate per circa 3 miliardi: totale 21 miliardi di euro. Come Renzi pensi di riuscire a scovare 21 miliardi senza spiegare nel dettaglio dove taglierà le spese e senza aumentare le tasse è un mistero.

 

matteo renzi pier carlo padoanmatteo renzi pier carlo padoan

Fino a ieri la Corte dei conti manifestava forti dubbi sulle coperture dei famosi 80 euro, ritenendo che parte dei tagli annunciati nella legge di stabilità fosse incerta. Soprattutto, ciò che stupisce è che il premier annunci in conferenza stampa cifre non confermate, perché la cosiddetta spending review era alla base di molte delle misure annunciate. Anzi.

 

A ottobre dello scorso anno il capo del governo dichiarava ai quattro venti che i tagli sarebbero stati una cosa mai vista e mai fatta da nessuno: 16 miliardi in un sol colpo e per di più senza neppure dar retta al commissario straordinario Carlo Cottarelli, prontamente rispedito a Washington. Ora parla di dieci miliardi. Ma se sui risparmi alla spesa pubblica i numeri sono sempre stati un po’ ballerini, tanto che per il 2014 si oscillava fra i 7 e i 3 miliardi ma a quanto pare alla fine non se n’è portato a casa neppure uno e anzi se ne sono andati più soldi dell’anno prima, anche sulle clausole di salvaguardia (ossia sulle tasse apposte nella legge di Stabilità e pronte a scattare nel caso il governo non rispetti le previsioni di spesa) c’è un po’ di confusione.

RENZI PADOANRENZI PADOAN

 

Renzi parla di 3 miliardi trovati che scongiurerebbero l’introduzione di nuove imposte o il rincaro di quelle esistenti. Tuttavia, secondo i magistrati contabili, le clausole di salvaguardia per il 2016 ammonterebbero a 16 miliardi, per oltrepassare i 23 nel 2017, «senza contare altri 3 miliardi».

 

Insomma, come abbiamo scritto giorni fa rivolgendoci al presidente del Consiglio, sarebbe opportuna un’operazione verità, o, ancor meglio una cosiddetta Due diligence, ossia una certificazione dei conti fatta da soggetti terzi che non rispondano a Palazzo Chigi, perché si fatica a capire quale sia la situazione finanziaria dell’Italia.

 

MATTEO RENZI E PIERCARLO PADOAN MATTEO RENZI E PIERCARLO PADOAN

Il sospetto è che Renzi stia facendo il gioco delle tre carte, confondendo le idee agli italiani. Da una parte annuncia il contenimento di tasse e spese, dall’altra scarica sulle amministrazioni periferiche i costi, riducendo i trasferimenti. Che a Roma promettano un taglio delle imposte, ma poi queste siano delegate ai Comuni, cambia poco per il contribuente. Che il Fisco bussi a nome di Renzi o dello smunto Fassino, la sostanza infatti resta la stessa: bisogna sempre pagare. Il premier può continuare finché vuole a sostenere di aver ridotto le tasse, ma lo stato dell’arte l’ha spiegato giorni fa il presidente della Bce Mario Draghi: la pressione fiscale (ovvero l’intero ammontare delle tasse che grava sui redditi degli italiani) è aumentata dello 0,1 per cento. Punto.

 

RENZI E PADOAN RENZI E PADOAN

Altro da dire non c’è. O meglio, ci sarebbe. Il capo di un governo non parla ogni due per tre con slide, interviste e tweet: parla con decreti e disegni di legge pubblicati sulla Gazzetta ufficiale, unici provvedimenti che al di là delle promesse e delle chiacchiere possono essere giudicati. Quando si deciderà dunque Renzi a rispettare questa semplice regola della politica e della buona amministrazione? Ci auguriamo presto.

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