giorgia meloni

FRATELLI D’ITALIA E ANCHE UN PO’ D’AMERICA! LA RETE A STELLE E STRISCE DI GIORGIA MELONI – LA "DUCETTA" VANTA OTTIME ENTRATURE A VIA VENETO, ERA IN CORDIALI RAPPORTI CON L’EX AMBASCIATORE LEWIS EISENBERG E HA AVUTO UNA BUONA INTESA CON L’INCARICATO D’AFFARI USCENTE, THOMAS SMITHAM, PRONTO A LASCIARE IL POSTO AL SUCCESSORE SHAWN CROWLEY. UN ANNO FA POI LA SCELTA DI ISCRIVERSI ALL’ASPEN INSTITUTE, TRA I PIÙ PRESTIGIOSI THINK TANK D’OLTREOCEANO. LA DAGO-RIVELAZIONE SUI RAPPORTI TRA MELONI E WASHINGTON

Francesco Bechis per formiche.net

 

Un mese fa, nella ressa di Villa Taverna, un brusio ha iniziato a farsi sentire, “è arrivata”. Chi ha messo via i flute, chi ha staccato gli occhi da un hamburger e le orecchie dal jazz set sul palco. Alla tradizionale festa del 4 luglio all’ambasciata americana Giorgia Meloni è stata un’osservata speciale.

giorgia meloni

 

Un mese dopo – crollato il governo Draghi sotto i colpi di Forza Italia, Lega e Cinque Stelle – la leader della destra italiana non solo sogna, ma vede più vicino il portone di Palazzo Chigi. E mentre la campagna elettorale d’agosto entra nel vivo, i riflettori della comunità internazionale tornano ad accendersi su Fratelli d’Italia e i piani della sua condottiera.

 

Non arriva impreparata, la Meloni. Perché non da mesi, ma da anni ha iniziato a tessere una tela di relazioni che disinneschi la più tipica delle mine sul cammino della destra verso il governo. E cioè i dubbi e le preoccupazioni di quell’establishment internazionale dal cui expedit, piaccia o meno, bisogna passare per governare il Paese: finanza, cancellerie europee, Washington DC. Su quest’ultimo fronte l’ex ministra della Gioventù ha fatto i compiti a casa. Lavorando per sfatare il cliché di una destra italiana intrisa di antiamericanismo.

 

meloni negli usa

Missione compiuta? Si scoprirà nelle prossime settimane. Certo la valanga di inchiostro sul “ritorno del fascismo” in Italia che ha di nuovo riempito patinati quotidiani americani – su tutti il New York Times – non è il migliore degli auspici. Ma la Meloni ha qualche asso nella manica. Stampa a parte, la parabola atlantista di FdI è ben presente a chi segue la politica italiana a Washington.

 

Un lavoro personale: Meloni vanta ottime entrature a Via Veneto, era in cordiali rapporti con l’ex ambasciatore Lewis Eisenberg e ha avuto una buona intesa con l’incaricato d’affari uscente, Thomas Smitham, pronto a lasciare il posto al successore Shawn Crowley. Un anno fa poi la scelta – svelata da Formiche.net – di iscriversi all’Aspen Institute, tra i più prestigiosi think tank d’oltreoceano.

 

GIORGIA MELONI ANTONIO TAJANI MATTEO SALVINI

Un lavoro di squadra. Perché a costruire il “recinto” di sicurezza americano in questi anni non c’è stata solo la presidente del partito. C’è Adolfo Urso, senatore e presidente del Copasir, un veterano. Che nel tempo ha lavorato per accreditare FdI oltreoceano, forte della guida del comitato di Palazzo San Macuto ma soprattutto della presidenza di Farefuturo, la fondazione di finiana memoria che nel direttivo conta atlantisti navigati, come l’ambasciatore Gabriele Checchia.

 

Ad Urso, già ministro del Commercio estero nel governo Berlusconi due, si deve fra l’altro la recente connection con il più grande think tank americano di ispirazione repubblicana, l’International Republican Institute. Fondato negli anni ’80 sotto l’egida di Ronald Reagan, è un punto di riferimento per l’“old party” moderato, si ispira alla figura dello scomparso John McCain e nel team conta pezzi da 90 dell’Elefantino, da Mitt Romney a Tom Cotton fino a Marco Rubio. Da più di un anno il pensatoio americano ha iniziato a muoversi a Roma, con la regia del direttore del Programma Europa Thibault Muzuergues, e ha trovato in FdI una sponda solida.

intervento di adolfo urso foto di bacco (1)

 

 

C’è poi Giulio Terzi di Sant’Agata, ambasciatore, già ministro degli Esteri nel governo Monti. Voce ascoltata nel partito, suona uno spartito che piace nel mondo a stelle e strisce: durissimo con Russia e Cina, inflessibile sui diritti umani. Andrea Delmastro, deputato e responsabile Esteri, è un altro tessitore di peso della rete meloniana fra Washington e Bruxelles. C’è anche la sua firma sulla netta presa di posizione della Meloni sulla guerra in Ucraina, con una condanna senza appello di Vladimir Putin, una carta che si può giocare nelle relazioni transatlantiche una volta al governo.

 

Conta ancora Carlo Fidanza: europarlamentare di punta, è sparito dai radar negli ultimi mesi dopo la polemica sulla presunta “rete nera” in FdI nata da un’inchiesta di Fanpage, ma dietro le quinte è attivo e segue da vicino la diplomazia meloniana. Sempre a Bruxelles, è attivissimo Raffaele Fitto, ex governatore della Puglia, prima linea di quel Partito conservatore europeo che la Meloni guida da più di due anni e che ripara FdI dallo “stigma” sovranista all’Europarlamento. Negli ultimi mesi la rete si è allargata, anche ad esterni. Lo scorso aprile non è passato inosservato, ad esempio, l’intervento alla convention di Milano di Stefano Pontecorvo, ex inviato della Nato in Afghanistan, corteggiato dal partito e chiamato in causa come consigliere, anche se un ruolo attivo al momento è escluso.

 

meloni sirena tricolore

Fratelli d’Italia, dunque, ma anche un po’ d’America. Il cammino americano della Meloni ha imboccato due strade diverse, ma tangenti. La prima con un progressivo avvicinamento al Partito repubblicano. Con Donald Trump la leader di FdI ha condiviso per ben tre volte il palco della Conservative Political Action Conference (Cpac), la più importante kermesse conservatrice negli States, riunita ogni anno ad Orlando, in Florida. Risale a due anni fa, poi, il primo invito alla National Prayer Breakfast, appuntamento imperdibile per i repubblicani che vede Trump ospite fisso.

 

Una simpatia, quella verso l’ex presidente, che in Italia in un primo momento ha preso il volto di Steve Bannon, l’ex consigliere del Tycoon finito ora sotto processo al Congresso americano per l’assalto a Capitol Hill del 6 luglio. L’ombra di Trump genera ancora sospetti fra le cancellerie europee, e non a caso negli ultimi tempi la Meloni ha riorientato la bussola americana del partito. Bannon non è stato più invitato ad Atreju, l’annuale convention romana, e nell’Elefantino sono altri i riferimenti cui guarda FdI, forte dell’appartenenza alla famiglia conservatrice europea che a Trump ha sempre guardato storto.

giulio terzi di santagata foto di bacco

 

La seconda strada è fatta di rapporti istituzionali, e deve ancora essere battuta. Perché, se sul piano politico gli agganci americani sono ormai solidi, lo stesso non si può dire dell’establishment di Washington DC. “Con l’amministrazione Biden ci sono stati tre, quattro tentativi di avvicinamento, ma non hanno avuto grandi riscontri”, racconta una fonte interna. Un gap da colmare, se l’aspirazione è davvero trasferirsi a Palazzo Chigi. Comunque vadano le elezioni di metà mandato in autunno – una probabile debacle per i democratici Usa – il prossimo premier italiano dovrà fare i conti con Joe Biden per altri due anni. E due anni per la politica italiana sono un’era geologica.

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