1- L'UOMO CHE FINO A SEI MESI FA ERA CONSIDERATO, DOPO BERLUSCONI, IL PIÙ POTENTE D'ITALIA, SPAZZATO VIA DALLA CONDANNA PER IL CRAC PARMALAT, ROMPE IL SILENZIO 2- RACCONTA AL ‘’CORRIERE’’ QUANDO CUCCIA, DIFFIDENTE DEL VALORE DELLE ANTENNE, GLI DISSE: “I BILANCI DI BERLUSCONI SONO FALSI”. E SPIEGA ANCHE GLI “OTTIMI RAPPORTI” CON D’ALEMA E FASSINO: “MI FECI CARICO DEL SALVATAGGIO DEL PCI” 3- E POI UNA STOCCATA VELENOSISSIMA SULL’ITALIA DEI MONTI SORGENTI DA GOLDMAN SACHS: “LA MASSONERIA INVECE CONTA, FORSE CONTA MOLTO, ED È SPESSO SEGNALATA COME PROTAGONISTA DI SNODI PIÙ IMPORTANTI DI SETTORI POLITICI E FINANZIARI” 4- SULLA CONDANNA CHE HA CHIUSO LA SUA CARRIERA: “LEI SA CHI ERA IL PROCURATORE AGGIUNTO CHE SI È OCCUPATO DEL CASO CIRIO? ACHILLE TORO. UN UOMO CHE POI I FATTI HANNO DIMOSTRATO COME E QUANTO FOSSE INADEGUATO. TERMINALE DI UN GRUPPO DI INTERESSI PRIVATI, E FORSE ANCHE DI QUALCHE MEMBRO ISTITUZIONALE” 5- CESARONE SA ANCHE SCEGLIERE DA CHI FARSI DIFENDERE: CONGEDATA PAOLA SEVERINO (ORA MINISTRO DELLA GIUSTIZIA), AVANTI FRANCO COPPI, PENALISTA CON I FIOCCHI

Aldo Cazzullo per il "Corriere della Sera"

Cesare Geronzi, 77 anni il prossimo 15 febbraio, ha ancora l'ufficio alle Generali. Ma è presidente della Fondazione, non più del primo gruppo assicurativo del Paese. L'uomo che fino a sei mesi fa era considerato, dopo Berlusconi, il più potente d'Italia, vive un momento difficile, culminato nella condanna per il crac Parmalat. Ora Geronzi rompe il silenzio. E affronta la questione giudiziaria e le vicende che hanno capovolto l'assetto della finanza italiana.

Presidente, in primo grado le hanno dato cinque anni per bancarotta fraudolenta e usura. Una condanna molto grave.
«Un'ingiustizia molto grave. Non è facile accettare di essere trattato, in quanto banchiere, alla stessa stregua di imprenditori le cui malefatte non possono essere riconosciute a priori. È la perenne applicazione del "non poteva non sapere", in questo caso riferita non alla propria azienda, ma a un soggetto esterno che aveva tutto l'interesse a occultare la propria realtà.

È una vicenda significativa che oggettivamente incita i banchieri, soprattutto in tempi di crisi, a non finanziare le imprese che possono avere qualche problema per il rischio di essere ritenuti corresponsabili di bancarotta, nelle sue diverse forme. Tenga conto che non sono stato ritenuto degno di un solo interrogatorio. Anche quando mi sono presentato, in seguito alla decisione del tribunale di sospendermi, né il gup né il pm mi hanno rivolto una sola domanda. Tutto è durato sette minuti: il tempo di una semplice dichiarazione».

Lei è stato condannato per aver fatto pressioni su Tanzi perché acquistasse le acque minerali di Ciarrapico, che potè così rientrare dai debiti con la sua banca.
«Nessuno è mai stato in grado di fare pressioni su un uomo come Tanzi. Tanzi ha sempre fatto quello che ha voluto. Non c'è un fatto, un documento, una testimonianza, una firma, un verbale di riunione che attesti la mia responsabilità. E Tanzi è stato severamente condannato in più procedimenti».

Presidente, tutti dicono che in Capitalia nulla veniva fatto senza il suo assenso, senza la sua responsabilità.
«Ciò che "tutti dicono" non è la verità. Nell'accertare la verità c'è molta pigrizia. E c'è un film che i pubblici ministeri si sono costruiti, senza agganci fattuali. Un teorema».

Ma c'è anche un'altra condanna per bancarotta: quattro anni per il crac Cirio.
«Lei sa chi era il procuratore aggiunto che si è occupato del caso Cirio? Achille Toro. Un uomo che poi i fatti hanno dimostrato come e quanto fosse inadeguato».

Un uomo accusato di essere il terminale giudiziario di un gruppo di interessi privati. È così?
«Di un gruppo di interessi privati, e forse anche di qualche membro istituzionale».

Quale membro istituzionale?
«La verità vera alla fine si affermerà. Confido che in appello le sentenze che mi riguardano saranno ribaltate. Dedicherò a tal fine un impegno incessante. Sarà il mio assillo quotidiano».

Cos'è successo davvero alle Generali?
«Guardi, io ho studiato e ho costruito la mia professionalità in un istituto, la Banca d'Italia, dove non sono entrato per raccomandazione. Ho vinto un concorso, e nelle graduatorie di tutti i concorsi che in Banca d'Italia si fanno per salire di grado sono sempre stato il primo. Ho lasciato Via Nazionale per andare al Banco di Napoli quando era una cloaca, dopo che il terremoto in Irpinia aveva reso industriale l'attività della camorra. Ho imparato molto.

Se vedo una cosa, se rientra nelle mie dirette responsabilità, la capisco. Oggi vanno di moda i presidenti che si dedicano a visite istituzionali, che riuniscono i consigli d'amministrazione, che vanno in giro con fasci e borse di documenti che nulla dicono e a nulla servono. Io non sono adatto a portare borse. Chi conosce e sa parlare delle questioni e dei progetti non gira con fasci di documenti. O ha tutto qui (Geronzi si indica la testa), oppure sono pressoché inutili l'immagine e la comunicazione».

Sta dicendo che in Generali hanno qualcosa da nascondere?
«Niente affatto, non mi riferisco alle Generali. Io sono ancora nel mondo di questo gruppo. Apprezzo questa grande, storica compagnia e coloro - a cominciare dai manager di vertice - che vi lavorano. Verrà, comunque, il momento in cui parlerò della mia vicenda "sine ira ac studio" e non è detto che questo tempo sia molto lontano. Ora presiedo la Fondazione Generali e sono impegnato a far sì che, con mezzi e risorse adeguati, possa svolgere il ruolo, nella ricerca, nella cultura, nell'assistenza, che compete a un ente fondato dalla prima multinazionale italiana».

Le è stato attribuito il disegno di fondere Mediobanca e Generali. È stata questa la causa della rottura?
«Fanfaluche. Timori inconsistenti. Mai pensato a una operazione siffatta».

È stato un errore scegliere di lasciare Mediobanca un anno e mezzo fa?
«Io non ho mai scelto di fare alcunché. Hanno scelto sempre i miei azionisti. Io ho aderito alla proposta che mi è stata fatta dagli azionisti di Mediobanca: mi sembrava un'esperienza interessante, per concludere con soddisfazione una carriera di grande rispetto e di grande successo».

Fu un errore allora fare la guerra a Vincenzo Maranghi nel 2003, quando era amministratore delegato di Mediobanca?
«Lei deve pensare a come veniva svolta all'epoca l'attività di Mediobanca. I consigli d'amministrazione consistevano nella lettura del verbale della seduta in corso. E il consiglio successivo si apriva con l'approvazione del verbale della seduta precedente. Ognuno apprendeva ogni decisione dai giornali. La lotta a Maranghi, che non ho fatto certo da solo, si aprì alla scadenza del patto, che lui voleva cambiare. Maranghi pretendeva che le banche uscissero, lasciando il campo (all'interno del patto di sindacato che regge la banca, ndr) al cosiddetto gruppo B, quello storico degli imprenditori, e ad alcuni "foresti", come venivano chiamati».

Foresti?
«Fu allora che emerse il cosiddetto gruppo francese: all'evidenza, un acquirente clandestino non noto, di cui nessuno conosceva né i nomi né l'entità degli investimenti. Questo naturalmente determinò nelle banche una crisi di rigetto. Il conflitto nacque là. E le dimissioni non furono forzate; alla fine furono volontarie».

Ne è proprio sicuro?
«Maranghi si accorse che l'azionariato delle Generali era profondamente cambiato; e lui sapeva che le Generali sono fondamentali per la vita di Mediobanca. Preferì dimettersi, pur di evitare che i rapporti tra Generali e Mediobanca fossero diversi».

I francesi non le rimasero ignoti a lungo.
«Mi fu chiesto di ricevere due signori a me sconosciuti. Erano Vincent Bolloré e Tarak ben Ammar. Fu così che, nonostante la difficoltà di trattare con Bolloré, nacque l'accordo basato sui tre gruppi: le banche, gli imprenditori, e appunto i foresti. Si affermò la piena trasparenza, richiesta anche dalla Vigilanza. Tornò la pace in Mediobanca; tornò la pace tra le banche; tornò la pace nelle Generali. Se permette, un pizzico di orgoglio personale credo di poterlo rivendicare».

Fu lei a salvare Berlusconi dai debiti, portando Mediaset in Borsa nel 1996 e rifinanziandola prima ancora di collocarne le azioni.
«Guardi, come presidente della Banca di Roma e membro del cda di Mediobanca, più volte avevo sostenuto con l'imprenditore Berlusconi che la soluzione dei suoi problemi era il collocamento in Borsa. O lo faceva l'Imi, o Mediobanca, o la Banca di Roma. Andammo ad Arcore in tre: Cuccia, Maranghi e io. Berlusconi ci spiegò l'operazione in modo sintetico e preciso.

Ma, appena la nostra macchina uscì dal cancello, Cuccia disse a me, che ero seduto dietro accanto a lui: "Questa operazione non si può fare". E perché?, gli chiesi. "Perché i bilanci sono falsi". Maranghi, che era seduto davanti, si girò di scatto, e rimase per tutto il viaggio di ritorno a Milano con il busto girato verso Cuccia, che proseguì: "Le cifre di Berlusconi non sono vere, ma virtuali. Quanto vale un'antenna? Un'antenna non è una ciminiera, non ha sotto un opicifio".

Lascio a lei valutare a che punto fosse l'evoluzione del pensiero in Mediobanca, attorno allo sviluppo di un settore dell'industria che ha avuto e avrà ancora grande successo. Ciò, naturalmente, nulla toglie al giudizio storico sulla grandezza di Enrico Cuccia, sulla sua opera che ha salvato l'asfittico capitalismo italiano. Forse se ne è ritardata l'evoluzione, ma senza quell'opera avremmo rischiato di essere una colonia economica».

È sicuro che le tv di Berlusconi avranno ancora grande successo, ora che lui non è più a Palazzo Chigi?
«Sì. Le tv commerciali non mi sembrano affatto finite. Guardi la corsa a comprare la Sette. Comunque, alla fine Mediaset fu portata in Borsa da Imi e da Banca di Roma. Fu un affare per l'azienda, ma fu un affare anche per noi. La quota di garanzia della Banca fu di 300 miliardi, con le azioni a 7 mila lire. Quando furono ricollocate, 4 o 5 mesi dopo, valevano tra le 18 e le 21 mila lire».

I partiti sono stati clienti altrettanto buoni? Compresi quelli della sinistra?
«L'idea che io sia stato un banchiere politico è una leggenda metropolitana. Nessun politico mi ha mai chiesto o ha mai ottenuto alcunché. Io ho fatto il banchiere e ho rigorosamente tutelato gli interessi della banca, dei risparmiatori e dei prenditori di credito».

È una leggenda metropolitana molto diffusa.
«È un luogo comune originato da una delle dodici o tredici fusioni che ho curato a partire dall'89. A Roma c'erano due banche dell'Iri, il Banco di Roma e il Banco di Santo Spirito, che l'Iri doveva ricapitalizzare ad anni alterni, tante erano le perdite. Tra i clienti finanziati da entrambe le banche c'erano, per esempio, il Pci e l'Unità. Dovetti farmi carico dell'operazione di salvataggio dei crediti».

Quali furono i suoi interlocutori, e come si comportarono?
«Furono D'Alema e Fassino, con cui ho sempre avuto un ottimo rapporto. Ripeto: non sono mai stato un banchiere politico. E non sono neppure mai stato un uomo di centrodestra: da giovane votavo Partito repubblicano».

Non votava Dc?
«No. Vorrei ricordare che Capitalia, nata da tutte queste fusioni, fece l'ultima in un momento che si intravedeva straordinariamente pericoloso, nel luglio 2007. E la fusione con Unicredit creò valore per tutti gli azionisti».

Oggi Unicredit non se la passa così bene.
«I problemi di Unicredit non derivano dalla fusione con Capitalia. Derivano forse dal contesto in cui è avvenuta la cacciata di Profumo. L'unica colpa che gli si può forse imputare è aver comprato troppo in fretta. Ma Profumo è un banchiere eccellente, che conosce a fondo il proprio mestiere».

Da Profumo vi divise la linea su Rcs. Lui intendeva uscire. Lei volle restare.
«Unicredit non ha mai posseduto un'azione Rcs. Capitalia acquisì una quota quando Romiti lasciò, e i soci del patto avrebbero dovuto rilevare le sue azioni. Mediobanca, per bocca del suo presidente Galateri, disse di non essere interessata. Chiesi una verifica, e sulla decisione di crescere in Rcs ci fu in Mediobanca l'unanimità. Grazie al mio rapporto stretto con Giovanni Bazoli abbiamo superato quello e altri momenti durissimi».

Che giudizio ha di Tremonti?
«È definito da tutti intelligente, geniale. Uomo dunque capace di tutto. Per questo, meno adatto a gestire istituzioni pubbliche».

Quanto conta oggi il Vaticano nella finanza?
«Poco o niente».

Conterà almeno l'Opus Dei, dalle cui file viene Gotti Tedeschi, il presidente dello Ior.
«Non è certo quella finanziaria l'attitudine principale che si richiede alla Chiesa sia per il mandato divino sia per la sua opera pastorale-evangelica. Molto ordine è stato fatto, da un po' di tempo, nell'economia e nella finanza vaticane. Quanto a Ettore Gotti Tedeschi, che è stato anche consulente di Tremonti, è un personaggio ritenuto preparato, che si è particolarmente esercitato nella demografia».

E la massoneria?
«La massoneria invece conta, forse conta molto, ed è spesso segnalata come protagonista di snodi più importanti di settori politici e finanziari».

2- CESARONE SA ANCHE SCEGLIERE DA CHI FARSI DIFENDERE
Romana Liuzzo per Il Giornale  - Cesare Geronzi, ex presidente delle Generali, ha cambiato avvocato. Non perché il suo non fosse bravo. Forse lo era troppo: dalla Luiss è finito al governo Monti. Geronzi, oltre ad essere un banchiere vecchio stampo, uno di quelli cui questa manovra non convince, sa anche scegliere da chi farsi difendere: via Paola Severino (ora ministro della Giustizia), avanti Franco Coppi. Penalista con i fiocchi.

 

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