giorgia meloni pieni poteri referendum giustizia

GIORGIA MELONI È FINITA IN UN CUL DE SAC SUL REFERENDUM: È COSTRETTA A POLITICIZZARLO PER RAVVIVARE LA CAMPAGNA PER IL “SÌ”, MA COSÌ FACENDO AVVANTAGGIA IL “NO” – STEFANO FOLLI: “SE LA SCELTA ABBANDONA IL MERITO DEL QUESITO PER DIVENTARE OPZIONE POLITICA E PERSINO IDEOLOGICA, LA SINISTRA È AVVANTAGGIATA. HA UNA PIÙ SOLIDA TRADIZIONE DI BATTAGLIE, ED È PIÙ FACILE MOBILITARE UN ELETTORATO MINORITARIO MA AGGUERRITO” – “URNE ANTICIPATE? L’ITALIA NON È IL REGNO UNITO, DOVE È IL PREMIER A DECIDERE QUANDO ANDARE A VOTARE. E UN ATTO RISOLUTIVO PER FORZARE LA MANO DI MATTARELLA AVREBBE RIFLESSI MOLTO NEGATIVI...”

LA PREMIER E QUELL'APPELLO A DOPPIO TAGLIO

Estratto dell’articolo di Marcello Sorgi per “La Stampa”

 

GIORGIA MELONI

Entrando nella campagna per il referendum sulla riforma della separazione delle carriere del 22 marzo, ed anzi assumendone la guida, Meloni era consapevole di diventare un bersaglio per le opposizioni, anche più di quanto non lo sia abitualmente.

 

Ma l'invito a non trasformare l'ultimo mese di propaganda in «una lotta nel fango» è in realtà a doppio taglio.

 

La premier sa bene che il centrosinistra, e soprattutto il Pd, aveva già programmato un crescendo di attacchi nei suoi confronti [...]. E vuol cercare di far passare la sensazione che, se sarà costretta a trascendere, dovrà farlo per i toni scelti da Schlein, Conte e dagli altri esponenti delle opposizioni.

 

Ai quali – è sottinteso – si aspetta che il Capo dello Stato si rivolga con la stessa severità usata contro il ministro di Giustizia Nordio per gli insulti mirati sul Csm.

 

supermedia youtrend referendum giustizia 20 febbraio 2026.

Una previsione del genere ha trovato la sua prima conferma nell'intervista al "Domani" dell'ex ministro Franceschini, esponente di solito assai attento e punto di equilibrio del correntone che sostiene la segretaria del Pd. Franceschini, pur dichiarandosi soddisfatto del livello di mobilitazione per il "no" alla riforma e fornendo alcuni suggerimenti per il prosieguo della campagna, ha lanciato l'allarme sull'obiettivo dei "pieni poteri" che Meloni starebbe coltivando [...]-

 

L'argomento dei "pieni poteri", si sa, è più che una parola d'ordine: viene adoperato perché ha un forte ascolto nell'elettorato d'opposizione, così come la difesa della Costituzione [...]. E se a lanciarlo è un moderato come Franceschini, ovviamente pesa di più.

 

dario franceschini foto lapresse

Meloni però punta a politicizzare la campagna, ma fino a un certo punto. Palazzo Chigi sta organizzando un giro d'Italia finale, negli ultimi dieci giorni prima dell'apertura delle urne, dedicato soprattutto ai magistrati e agli errori giudiziari. Come dire, altra benzina sul fuoco che già arde sotto lo scontro sulla giustizia.

 

TRA SÌ E NO COSA RISCHIA CHI PERDE IL REFERENDUM

Estratto dell’articolo di Stefano Folli per “la Repubblica”

 

GIORGIA MELONI.

La vera partita del referendum non è ancora cominciata. La partenza sarà il primo marzo, quando mancheranno tre settimane alla data (domenica 22 e lunedì 23). Finora abbiamo assistito a scaramucce, benché aspre, e a qualche dimostrazione di forza o magari di debolezza.

 

Come sarà la gara? Di certo sappiamo che si tratterà di uno scontro tutto politico. L’opposizione unita sul No — salvo eccezioni da non sottovalutare, ma via via più esigue — contro la maggioranza di centrodestra senza dubbio compatta sul Sì.

GIORGIA MELONI - VIGNETTA BY ROLLI IL GIORNALONE - LA STAMPA

 

S’intende, se la scelta abbandona il merito del quesito per diventare opzione politica e persino ideologica, la sinistra è avvantaggiata.

 

Il terreno della contesa può favorirla. Ha una più solida tradizione di battaglie politico-ideologiche combattute, anche se non sempre vinte. Ed è più facile mobilitare un elettorato forse minoritario nel paese, ma agguerrito.

 

La destra deve difendere la riforma Nordio e dunque non può prescindere del tutto dai contenuti del testo. Può scendere sul terreno politico, ma entro certi limiti: deve ricordarsi che le nuove norme vanno spiegate, che lo strapotere delle correnti interne alla magistratura deve essere declinato con esempi concreti; e lo stesso andrà fatto per i casi di malagiustizia. O di favoritismi indebiti.

 

comitato per il no al referendum sulla giustizia - enrico grosso e antonio diella

Sul mero terreno dello scontro ideologico, la destra non è vincente. Per la semplice ragione che i padri della riforma hanno l’ovvio dovere di spiegarla agli elettori. Il che può avvenire in modo professorale e asettico, e dunque con scarse conseguenze sull’elettorato che si vorrebbe spingere alle urne.

 

Oppure con esempi concreti e citazioni volte a creare una corrente emotiva destinata a provocare sensibili effetti sull’affluenza. Un punto decisivo per la sorte del Sì, come si è detto più volte. Una percentuale intorno al 50 per cento di votanti aumenta fin quasi alla soglia di sicurezza l’ipotesi di una vittoria del binomio Meloni-Nordio. Al di sotto, le prospettive si rovesciano.

 

[...]

manifesti di fdi per il sì al referendum sulla riforma della giustizia

 

Dopo il 23 si faranno i conti. Una delle due parti raccoglierà i cocci e vediamo come. Da qualche giorno, sull’onda della percepita rimonta del No, si è affacciata di nuovo l’idea che in caso di sconfitta il governo Meloni preferirebbe le elezioni anticipate a un anno — l’ultimo della legislatura — trasformato in un percorso a ostacoli.

 

Tuttavia è appena il caso di ricordare che l’Italia non è il Regno Unito, dove è il premier a decidere quando andare a votare. E un atto risolutivo per forzare la mano di Mattarella, come la rinuncia a qualsiasi collaborazione istituzionale da parte del centrodestra, avrebbe riflessi molto negativi sull’opinione pubblica.

MAGISTRATI

 

Sarebbe letto come una prova di arroganza, tanto più illogica poiché viene dopo la sconfitta referendaria. A Palazzo Chigi dovrebbero rassegnarsi a lunghi mesi di contraccolpi, in vista di elezioni nel ’27 a quel punto di nuovo incerte.

 

Quando all’opposizione, la vittoria del Sì, cioè della controparte, innescherebbe soprattutto nel Pd una riflessione su come preparare il voto politico e con quale gruppo di vertice andare in battaglia. La condotta di Elly Schlein sarebbe in discussione.

 

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