GLI ANTI-RENZI, CHE NON HANNO ACCANTONATO L’IDEA DI SCISSIONE, VOGLIONO DISERTARE I GAZEBO, DIMEZZARE L’AFFLUENZA E CONSEGNARE AL ROTTAM’ATTORE UNA VITTORIA SGONFIA

Marco Damilano per "l'Espresso"

Lo Strappo dell'8 dicembre sarà doloroso, se ne sono accorti i capi del Partito democratico e il presidente del Consiglio Enrico Letta costretto a tornare dalla Sardegna alluvionata e a esporsi in prima persona la sera del 19 novembre durante l'assemblea dei parlamentari Pd per evitare un voto sulle dimissioni del ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri. L'uomo dello Strappo era assente, ma aveva bombardato il quartier generale con tutti i mezzi telematici a disposizione, via mail e twitter: Matteo Renzi.

Nell'aula c'erano invece Pippo Civati, il primo a chiedere le dimissioni del ministro, e Gianni Cuperlo, stretto tra la fedeltà al premier e la necessità di urlare la sua esistenza in vita. Il primo atto del congresso che si giocherà nella domenica dell'Immacolata, nei gazebo delle primarie aperti a tutti, qualcosa di più della scelta di un nuovo segretario del Pd. Uno strappo, come quello di Enrico Berlinguer dall'Unione sovietica nel 1981. Una svolta, come quella di Achille Occhetto con il cambio di nome del Pci nel 1989.

Un passaggio traumatico. La parola scissione, da mesi, veniva sussurrata di nascosto nei conciliaboli tra i vecchi leader del Pd, ora ricorre nelle interviste. Ne parla in ogni intervento, sia pure per negarla, Massimo D'Alema. La minaccia l'ex ministro Giuseppe Fioroni, ex popolare, anche lui sostenitore di Cuperlo. E la teme il premier Letta, impegnato a contenere i danni della separazione in casa dell'altro partner di governo, il Pdl di Silvio Berlusconi.

Nell'ultimo fine settimana il partito berlusconiano si è spaccato in due tronconi, chiudendo definitivamente la fase dei grandi contenitori aperta nel 2007 con il Pd e il Pdl. E il sindaco di Firenze è arrivato primo con il 46,7 per cento nella conta degli iscritti, settemila circoli, quasi trecentomila votanti, il primo tempo del congresso Pd. Lo sfidante Cuperlo, il candidato di D'Alema e di Pier Luigi Bersani, si è fermato al 38 per cento. L'outsider Civati è arrivato a quota 9 e promette di crescere quando conteranno gli elettori senza tessera.
Numeri che cancellano l'immagine del Renzi corpo estraneo nel Pd, quinta colonna berlusconiana o addirittura fascistoide, come si era detto un anno fa, in occasione delle primarie per la premiership con Bersani.

Il sindaco conquista tutto il Nord, un pezzo di Emilia rossa (ma non Bologna e la regione), vince più nei piccoli centri che le grandi città (perde malamente a Roma ed è staccato a Milano), le roccaforti del Sud dominate dai micro-notabili (la definizione è del politologo Mauro Calise in "Fuorigioco") come Vincenzo De Luca a Salerno o Fracantonio Genovese a Messina.

Mentre l'ex capo organizzazione del Pd di Bersani, il potente deputato calabrese Nico Stumpo, viene distanziato perfino a casa sua, nella provincia di Crotone. «Nei circoli gli ex comunisti si sono disciolti, hanno votato per Matteo», ironizza Fioroni. «In alcune zone si sono suicidati, a tenere contro la candidatura di Renzi sono rimasti gli ex democristiani».

Eppure la partita è appena iniziata. Anche perché il fronte della Resistenza anti-Renzi guidato da D'Alema non ha mai davvero pensato di vincere le primarie. L'obiettivo dichiarato è un altro: bloccare l'ascesa del probabile vincitore, contenerlo, azzopparlo. Con un'arma segreta a disposizione.

Quella contenuta nello Statuto del Pd, al comma 9 dell'articolo 9, in cui si prevede che se nessun candidato raggiunge il cinquanta per cento dei voti alla primarie «il Presidente dell'Assemblea nazionale indice un ballottaggio a scrutinio segreto tra i due candidati» più votati. La scelta del nuovo segretario spetterebbe all'affollatissima assemblea nazionale, a voto segreto. Altro che primarie, la parola tornerebbe ai capicorrente. E per Renzi sarebbe la fine.

Fantapolitica? Nel 2009 iscritti e elettori votarono per la segreteria del Pd quasi nello stesso modo: Bersani ottenne nelle sezioni il 55,1 per cento e il 52,3 nei gazebo, Dario Franceschini il 36,9 per cento nei circoli e il 33,6 alle primarie, l'outsider Ignazio Marino aumentò il suo consenso: dal 7,9 per cento nella platea più ristretta salì al 12,8 in quella più larga.

D'Alema spera che l'evento si ripeta: «Se l'8 dicembre andranno a votare gli elettori del Pd le cose non cambieranno rispetto al voto degli iscritti», prevede. Se così fosse il sindaco resterebbe sotto il 50 per cento. «Se invece voteranno 800mila elettori di Berlusconi o di Grillo», aggiunge D'Alema, «i risultati saranno diversi», aggiunge. Una vittoria delegittimata: se Renzi riuscirà a trionfare alle primarie sarà solo merito dei visitors degli altri partiti, truppe di occupazione straniera.

Come ha scritto sprezzante Alberto Asor Rosa sul "Manifesto" (19 novembre), «Renzi è una volpe di specie inferiore che riesce a penetrare nei pollai solo perché i (loro) presunti custodi hanno perso la capacità di preservarli. Polli da offrire alla prima, modesta, volpicina di passaggio... vulpecule affamate di spazio e di potere».

Addormentare lo scontro. Evocare l'astensionismo che in ogni caso finirebbe per indebolire il favorito, «la scissione silenziosa», la chiama D'Alema, è la strategia congressuale scelta dagli avversari del sindaco fiorentino. Un anno fa per il ballottaggio tra Bersani e Renzi votarono due milioni e 800 mila elettori, con il centro-sinistra al massimo livello nei sondaggi, oggi toccare quota due milioni di votanti sarebbe quasi un miracolo, sotto quell'asticella la percentuale di Renzi si avvicinerebbe pericolosamente alla soglia del 50 per cento.

Il partito della Resistenza punta sulla diserzione dei gazebo, per dimostrare che l'onda lunga dell'ex rottamatore si è già fermata. Anche per questo gli avversari del sindaco fiorentino rinunciano a dare battaglia sui media: un anno fa i candidati del centrosinistra si affrontarono in due duelli televisivi, il primo su Sky, il secondo in prima serata su Raiuno, con sette milioni di telespettatori, per la campagna 2013 gli staff dei candidati hanno concordato un solo match, su Sky, il 29 novembre, un venerdì sera già prefestivo.

E poi non ci sono contenuti da discutere, la vera battaglia è tutta sul piano ideologico, ha come posta in gioco la chiusura di una lunga stagione, il monolite della sinistra post-comunista che ha scavalcato la caduta del muro di Berlino e il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, arrivando perfino a conquistare la guida del governo, con D'Alema nel 1998.

L'egemonia sul partito che in un ventennio mai è stata messa in discussione.
Volpe, volpicina o vulpecula che sia, Renzi conosce bene il pericolo di ritrovarsi con i gazebo deserti, con in mano una vittoria striminzita che lo consegnerebbe ai condizionamenti dei notabili o, peggio, una non-vittoria. Il cambio di marcia sul caso Cancellieri, la sfida diretta, ruvida, brutale come è nelle abitudini del sindaco di Firenze, ha l'obiettivo di mobilitare l'elettorato del Pd sul convitato di pietra del congresso: il futuro delle larghe intese.

Che il giudizio del popolo delle primarie sull'operato di Letta non sia esaltante lo dimostra il buon successo del candidato più anti-governativo, Pippo Civati, soprattutto in Emilia e nel Nord dove ha sfiorato in alcuni casi quota 20 per cento. Voti preziosi che Renzi punta a intercettare, per farlo alzerà nei prossimi giorni i toni contro l'amico Enrico.

La sera che ha preceduto il dibattito alla Camera sul ministro della Giustizia l'ex rottamatore è entrato in collisione con l'inquilino di Palazzo Chigi, con Giorgio Napolitano sempre più preoccupato di ritrovarsi dopo le primarie con un segretario del Pd desideroso di rivendicare la sua autonomia.

Mentre Civati attacca Cuperlo: «Quelli come lui sono sempre dalla parte di chi comanda. Non hanno votato per Prodi, neppure lo dicono, e fanno la lezione di correttezza agli altri». Dopo la Cancellieri, arriveranno le polemiche sulla legge di stabilità, il rilancio sulla legge elettorale, il voto sulla decadenza di Berlusconi. E un possibile rimpasto governativo dopo l'8 dicembre.

Il partito della Resistenza, al contrario, si arrocca sulla difesa del governo. «Letta può arrivare ben al di là dell'anno che è stato indicato», dà la linea D'Alema, eppure qualche mese fa aveva assegnato al governo un compito «transitorio». E sul quotidiano comunista "il manifesto" Asor Rosa segnala chi sia l'uomo nero da battere: «Il governo Letta non è il nemico principale. Meglio dura meglio è.

Il nemico principale è l'ulteriore degenerazione della sinistra». C'è un pezzo importante della sinistra politica e intellettuale per cui è meglio l'alleanza con i post-berlusconiani piuttosto che la vittoria del Bimbaccio di Firenze. Meglio il tandem Letta-Alfano di Renzi. Un'ostilità a sinistra che ha raccolto solo un personaggio come Bettino Craxi, ma era un avversario di partito, non si candidava a guidarlo.

E senza un successo indiscutibile di Renzi si aprirà una nuova guerra di logoramento tra i due partiti, quello dello Strappo e quello della Resistenza. Indebolire il leader appena eletto, una specialità di largo del Nazareno, metterlo nelle condizioni di non agire. Comportarsi fin da ora come un altro partito. Una scissione, dunque. E neppure tanto silenziosa.

 

 

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