IL PREMIO NOBEL PER LA PACE OBAMA TORNA IN GUERRA - L’IPOTESI DI UN INTERVENTO DI TERRA IN IRAQ CONTRO L’ISIS E’ SEMPRE PIÙ PROBABILE (I VERTICI MILITARI USA SPINGONO) - I JIHADISTI ABBATTONO IL PRIMO AEREO: E’ SIRIANO

1 - IL PENTAGONO: “PRONTI A INVIARE SOLDATI”

Pietro Del Re per “la Repubblica

 

 michelle e barack obama michelle e barack obama

Nessuna pietà per i miliziani dello Stato islamico: gli Stati Uniti vogliono fermare i fondamentalisti e non escludono il ricorso anche a truppe da combattimento a terra, se la coalizione internazionale mobilitata dovesse fallire. Lo ha voluto precisare il generale Martin Dempsey, capo di Stato maggiore delle forze armate americane, durante un’audizione davanti alla commissione Difesa del Senato americano, sebbene il leitmotiv del discorso alla nazione di Obama sia stato “ no boots on the ground”, cioè nessun soldato americano impegnato in combattimenti.

 

Nella stessa audizione il capo del Pentagono, Chuck Hagel, ha sottolineato che per annientare la minaccia dell’Is non dovrà esserci nessun vincolo, neanche territoriale. Hagel ha precisato che gli Stati Uniti colpiranno le truppe del Califfato anche nelle loro roccaforti siriane. Il segretario alla Difesa ha dichiarato che «il piano comprende azioni mirate contro i rifugi sicuri dell’Is in Siria, tra cui anche i centri di comando e di controllo, i centri logistici, capacità e infrastrutture».

IL GENERALE MARTIN DEMPSEY IL GENERALE MARTIN DEMPSEY

 

La guerra contro i jihadisti «non sarà uno sforzo facile né breve», ha ammesso Hagel, ma gli americani non si coordineranno e non collaboreranno con il regime del presidente siriano Bashar al Assad, perché considerato colpevole di numerosi eccidi contro i civili siriani, compiuti negli ultimi tre anni e mezzo. Washington continuerà invece ad aiutare ed armare quei gruppi dell’opposizione siriana moderati e non islamisti.

 

Il segretario alla Difesa ha detto che in Iraq le forze americane non saranno impegnate in una missione di combattimento, ma sosterranno quelle irachene e curde, perché spetta principalmente alle «forze locali combattere» la minaccia. «Siamo in guerra contro lo Stato islamico, come lo siamo stati con Al Qaeda», ha aggiunto Hagel, ammonendo che nel caso di una mancata azione contro i jihadisti «l’Is minaccerà direttamente il nostro territorio e i nostri alleati».

 

La Casa Bianca ha chiesto al Congresso 500 milioni di dollari per finanziare il training e l’equipaggiamento di soldati iracheni e dei ribelli dell’opposizione moderata in Siria. Hagel ha spiegato che si tratterà inizialmente di armamenti leggeri e veicoli. I raid americani in Siria non saranno basati sulla tattica del «colpisci e terrorizza», ha tenuto a precisare Dempsey «bensì saremo persistenti e costanti». Da metà agosto gli americani hanno già compiuto 180 raid.

isis isis

 

Nella notte di ieri gli aerei statunitensi sono entrati in azione a sud-ovest di Bagdad e a Sinjar, a sostegno delle forze irachene che avevano chiesto assistenza. Gli attacchi statunitensi, che avevano avuto lo scopo di proteggere gli interessi e il personale americano, di aiutare gli sfollati e di garantire la sicurezza delle infrastrutture, sono oggi adoperati in una strategia decisamente più aggressiva nei confronti dei miliziani. Il nervosismo cresce anche in Europa: sempre ieri, il centro commerciale Westfield di Stratford, a est di Londra è stato evacuato nel primo pomeriggio per un sospetto pacco bomba. Poco dopo, l’allarme è rientrato.

 

Intanto, proprio per arginare la minaccia della coalizione a guida americana, Al Qaeda nella Penisola Arabica e Al Qaeda nel Maghreb Islamico hanno annunciato di volersi unire ai jiahdisti sunniti dell’Is. In una dichiarazione senza precedenti i due rami dell’organizzazione terroristica hanno esortato i «fratelli in Iraq e Siria a smettere di uccidersi tra di loro e ad unire le forze contro la campagna americana e la sua maligna coalizione che ci minaccia tutti». Di fatto queste due ali di Al Qaeda sembrano aver voltato le spalle all’erede di Osama Bin Laden, Ayman al Zawahiri, che finora è sempre stato ostile al Califfato.

 

isis  isis

Il bacino di reclutamento più forte dell’Isis è dentro la Turchia, Paese della coalizione internazionale chiamata a combattere i terroristi islamici. Sono almeno mille i militanti di nazionalità turca assoldati nella file dello Stato islamico.

 

Lo ammettono fonti governative di Ankara, nell’evidente imbarazzo di trovarsi infiltrati dai jihadisti, ma pressati dall’Occidente per partecipare alle operazioni militari in Iraq e Siria. Washington preme su Ankara perché sorvegli con maggiore attenzione il confine con la Siria, per bloccare l’arrivo di volontari ma anche fermare il contrabbando di petrolio dalle terre occupate dall’Is. Finora però non ha ottenuto grandi risultati.

 

orrore isis 6orrore isis 6

E nonostante il viaggio nella capitale turca del segretario di Stato americano John Kerry, la Turchia ha annunciato che non parteciperà attivamente alle operazioni militari della coalizione internazionale in Iraq e Siria e non concederà le sue basi per raid aerei contro obiettivi jihadisti. Ankara ha spiegato di non voler mettere a repentaglio la vita dei 49 turchi rapiti in un assalto al consolato di Mosul tre mesi fa e ancora nelle mani dell’Is.

 

2 - OBAMA E QUELL’ULTIMO TABÙ: CON LE OPERAZIONI DI TERRA TORNA L’INCUBO VIETNAM

Federico Rampini per “la Repubblica

 

Sette giorni sono bastati a sdoganare la parola “guerra”. È davvero una guerra a tutti gli effetti quella dell’America contro lo Stato Islamico in Siria e in Iraq: il Pentagono non esclude più di usare truppe terrestri anche in prima linea, in operazioni di combattimento su quei fronti. L’annuncio è clamoroso.

IRAQ - JIHADISTI DELL' ISISIRAQ - JIHADISTI DELL' ISIS

 

Contraddice quel che Barack Obama aveva promesso, parlando solennemente al Congresso e alla nazione appena una settimana fa: «Niente scarponi americani sul terreno, questa non sarà una guerra, mando solo consiglieri militari, addestratori, e cacciabombardieri », disse il presidente.

 

Sette giorni sono bastati a innescare una logica da escalation? È il capo di Stato maggiore, generale Martin Dempsey, a lanciare questa “bomba” politica riferendo a sua volta al Senato, affiancato dal segretario alla Difesa Chuck Hagel. La Casa Bianca ha subito frenato e un portavoce ha parlato di «scenari ipotetici».

 

Ma quello di Dempsey è un ballon d’essai gravido di conseguenze. «I raid aerei — dice il generale — sono la strategia giusta. Ma se ad un certo punto ritenessi necessario affiancare coi nostri soldati le truppe dell’esercito iracheno, per colpire specifici bersagli dello Stato Islamico, andrei dal presidente per raccomandargli questo ricorso alle nostre truppe terrestri in compiti di combattimento».

 

feriti in iraqferiti in iraq

Dempsey ha precisato che si tratterebbe con ogni probabilità di forze del Special Operations Command, i reparti di élite addestrati per missioni ad alto rischio dietro le linee nemiche. Ha ancora aggiunto che un loro compito potrebbe essere quello di “guidare da terra” gli attacchi aerei americani in modo che i bersagli da colpire siano individuati con la massima precisione. Il suo annuncio si aggiunge all’ipotesi lanciata dalla Gran Bretagna di mandare delle forze d’assalto col compito di liberare ostaggi inglesi ed eliminare quei jihadisti (alcuni di nazionalità inglese) che hanno decapitato i prigionieri.

 

Di fronte a Obama c’è uno spettro: “mission creep”, il termine con cui dal Vietnam in poi si designa lo slittamento progressivo delle missioni militari, dall’invio di consiglieri al coinvolgimento di forze sempre più consistenti. La presa di posizione del Pentagono segnala una nuova offensiva dei falchi Usa. Gli stessi vertici militari avevano convinto Obama nel 2010 ad autorizzare un escalation (“ surge”) in Afghanistan.

Obama McCainObama McCain

 

Obama era più inesperto, non era ancora giunto alla metà del suo primo mandato, il pressing su di lui da parte dei vertici militari era stato poderoso. E tuttavia in quel caso il presidente aveva imposto come contropartita una data-limite entro la quale sarebbe iniziato il ritiro. Ora invece la caccia ai jihadisti sembra “ open ended”, una missione che non ha un orizzonte preciso, una scadenza.

 

A risucchiare verso una vera guerra il presidente che era stato eletto per riportare le truppe a casa dall’Iraq e dall’Afghanistan, contribuisce in modo determinante la vicenda delle decapitazioni. Nella percezione dell’opinione pubblica americana tutti i sondaggi confermano che i video con le decapitazioni dei giornalisti sono stati un punto di rottura, l’improvviso ribaltamento in favore di un’azione militare.

 

Ora quei riti feroci potrebbero continuare con regolarità, visto il numero di ostaggi in mani ai jihadisti, ponendo su Obama una pressione insostenibile. Non cessano le accuse della famiglia di James Foley, i genitori continuano a dire che il giornalista americano «fu abbandonato dal governo».

 

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Il presidente accusato di «non avere una strategia» da parte dei suoi avversari di destra, non vuole dare un’immagine di indecisione o debolezza. Ieri del resto la frase del generale Dempsey è stata “provocata” da un’accusa del se- natore repubblicano John Mc-Cain: «Come pensate di sconfiggere 30.000 jihadisti dello Stato islamico, con 5.000 oppositori siriani male addestrati?». Il capo di Stato maggiore ha voluto comunque precisare che l’intervento di soldati Usa sul terreno «non è la posizione attuale di Obama; il presidente mi ha detto di tornare da lui di volta in volta, caso per caso, se la situazione dovesse cambiare ».

 

L’annuncio-shock del generale Dempsey è venuto al termine di una giornata già carica di segnali convergenti. Lo stesso Pentagono ieri ha annunciato ufficialmente l’inizio a breve dei bombardamenti estesi al territorio siriano. Perfino i raid condotti nelle ultime 48 ore dalla U. S. Air Force in Iraq hanno segnato un salto di qualità.

 

È ormai guerra aperta, a tutto campo, anche se sulla parola “guerra” continua un curioso balletto: di volta in volta appare o scompare nelle dichiarazioni di Obama, del vice Joe Biden, o dei rispettivi portavoce. Sul fronte opposto, per gli americani un segnale d’allarme è il primo abbattimento da parte dello Stato Islamico di un caccia dell’aviazione siriana, che sorvolava Raqqa.

abu bakr al baghdadiabu bakr al baghdadi

 

È uno dei modi in cui le milizie jihadiste possono trascinare l’America nell’escalation: qualora riescano ad abbattere un aereo Usa oppure a catturare qualche militare delle forze speciali. La U. S. Air Force ha certo una superiorità tecnologica sull’avversario, non è paragonabile all’aviazione di Assad. Ma non si può escludere il peggio.

 

L’accelerazione degli eventi militari è scattata poche ore dopo la conferenza di Parigi, in cui l’America ha potuto presentare una larga alleanza che va dai maggiori membri della Nato fino a diversi paesi arabi. L’ampia partecipazione di paesi arabi costituisce un successo diplomatico per Obama ma anche una sottolineatura che la percezione del pericolo Is è aumentata drammaticamente in tutto il Medio Oriente.

 

 

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