MINOLI A PEZZI – DOPO LA RAI, ‘’LASCIA’’ IL MUSEO DI RIVOLI E ATTACCA FASSINO E TORINO: ‘’CITTÀ PROVINCIALE, CON PERSONE PICCOLE PICCOLE’’

1-MINOLI, ADDIO CON VELENO AL MUSEO DI RIVOLI
Rocco Moliterni per "La Stampa"

Rimetto il mandato all'assemblea dei soci. Considero con questo atto chiusa la mia esperienza al Museo d'arte contemporanea di Rivoli. Non sono disponibile a ricoprire alcun incarico nella Superfondazione che vedrà confluire Rivoli con i Musei di Torino»: con queste parole ieri Giovanni Minoli ha polemicamente dato le dimissioni dalla presidenza del Castello di Rivoli.

Al vertice di quello che era, al momento del suo arrivo, il più importante museo d'arte contemporanea in Italia, il popolare giornalista televisivo era stato chiamato nel settembre del 2009 dall'allora assessore alla Cultura (di centrosinistra) della Regione Piemonte Gianni Oliva.

Le dimissioni arrivano in un momento delicato per il museo, che da un lato deve scegliere il nuovo direttore al posto di Beatrice Merz, e dall'altro è in procinto di entrare, se il Consiglio comunale di Torino darà l'ok, nella Superfondazione con Gam e Artissima.

Minoli si è comunque impegnato a rimanere in carica per un altro mese, per dare il tempo a una terna di saggi composta da Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, Achille Bonito Oliva e Francesco Manacorda di selezionare il nuovo direttore fra i 20 candidati che hanno risposto al bando.

Se nel commiato il presidente uscente ha avuto parole di stima per la Merz, per l'assessore Coppola e il governatore Cota (a loro si deve la sua conferma a Rivoli anche con l'amministrazione di centro-destra), non ha risparmiato invece frecciate all'assessore alla Cultura del Comune di Torino Braccialarghe e al sindaco Fassino, augurandogli di non essere solo un «testimonial» giramondo per Torino.

Fassino non aveva nascosto infatti sia prima della sua elezione a sindaco sia in tempi molto più recenti la convinzione che al vertice di un museo di rilevanza internazionale come Rivoli fosse più utile avere un manager esperto di beni culturali che non una figura come quella di Minoli, più adatta al ruolo di testimonial.

A smorzare la polemica è l'assessore alla Cultura del Comune di Torino Maurizio Braccialarghe: «Non ho nulla da replicare a Minoli. Il suo ruolo di "traghettatore" del museo fino alla Superfondazione si esaurisce infatti tra un mese. Non capisco peraltro perché mi accusi di non avermi mai visto: lui è stato chiamato a Rivoli da Mercedes Bresso prima e da Cota poi, non da me E peraltro ci siamo sentiti spesso negli ultimi tempi. Oggi però bisogna ripartire con un altro passo».

D'accordo sulla necessità di una ripartenza si dichiara Fulvio Gianaria, presidente della Fondazione Crt per l'arte moderna e contemporanea, i cui fondi hanno permesso in questi anni al museo di costruire la sua importante collezione: «Dobbiamo guardare avanti - spiega - ed è importante avere ai vertici della nuova governance persone con capacità manageriali che si occupino a tempo pieno del museo».

A ringraziare Minoli per il suo lavoro è l'assessore alla Cultura della Regione Michele Coppola. Sottolinea però che «in questo momento siamo chiamati a riorganizzare e semplificare tutte le strutture di gestione amministrativa, burocratica e di controllo per liberare energie creative e permettere ai musei e a chi li dirige di concentrarsi sulle attività, sulla produzione e la promozione culturale». Sul match MinoliFassino, Coppola non si pronuncia: «Non mi sono mai intromesso in polemiche tra persone che hanno un rapporto che dura da anni. Non voglio farlo nemmeno questa volta».

Quella di ieri non è che l'ultima delle polemiche che hanno costellato la presidenza Minoli. A pochi mesi dal suo insediamento il giornalista si trovò a gestire un concorso internazionale per scegliere il nuovo direttore dopo Carolyn Kristof Bakargiev, in partenza verso Documenta. E decise per una doppia direzione. Ma dopo la rinuncia di un prestigioso curatore internazionale, accanto ad Andrea Bellini fortemente voluto da Oliva, chiamò Beatrice Merz, che al concorso non aveva neppure partecipato.

E in un momento delicato che vedeva da un lato la nascita del Maxxi e dall'altro la necessità di reperire sempre più fondi per mantenere l'eccellenza dell'istituzione, non mancarono le polemiche perché il giornalista televisivo impegnato a Roma su troppi fronti a volte non si faceva vedere a Rivoli neppure per i consigli d'amministrazione.

Due settimane fa su queste pagine il critico Francesco Bonami lanciava l'allarme sul declino di un museo che nei primi venticinque anni di vita grazie alla direzione di Rudy Fuchs prima e a quella di Ida Gianelli poi aveva portato Torino nel Gotha dell'arte internazionale. Ora le dimissioni di Minoli permettono di voltare pagina.

2-"HO SALVATO L'ISTITUZIONE TRA INVIDIE E NEMICI"
Letizia Tortello per "La Stampa"

«A Torino tornerò solo per amore. Per il resto basta, l'esperienza con il Castello di Rivoli è chiusa. Abbiamo salvato il Museo, tra nemici, ostilità, invidia per chi ha successo fuori dai confini sabaudi. Tanto mi basta». Il giornalista Rai, Giovanni Minoli, lascia il Museo d'Arte Contemporanea, dopo quattro anni di presidenza. Un addio tutt'altro che pacifico. Se ne va «sbattendo la porta», in polemica con il Comune.

Presidente, qual è la ragione delle sue «dimissioni»?

«Considero quest'esperienza finita. Torino è una città provinciale, con persone piccole piccole, che provano invidia per chi fa fortuna fuori e tenta di ritornare. Lascio anche per eleganza istituzionale».

E' amareggiato?

«Felice per i risultati ottenuti, ho contribuito a far crescere una città che amo».

Come ha vissuto le dichiarazioni del sindaco Fassino sulla fine dell'epoca dei testimonial? C'è chi dice che erano un modo elegante per "scaricarla".

«Le dichiarazioni irragionevoli dispiacciono sempre. Credo sia stata una frase non riflettuta e non meritata. L'importante per Torino è che Fassino non sia solo un eccezionale testimonial internazionale giramondo. Gli faccio i migliori in bocca al lupo per la responsabilità operativa di riorganizzare i musei»

Non nomina mai l'assessore del Comune Braccialarghe. Non lo ringrazia?

«Chi l'ha mai visto? Una volta sola, forse. Gli emigrati di ritorno, come me, fanno fatica a risintonizzarsi sulle frequenze della città. I torinesi non aiutano. Basta con il politicamente corretto, per rilanciare i musei bisognava rompere gli schemi. Il mio occhio esterno l'aveva detto, la crisi è un'opportunità. Ripeto, auguri a Fassino, che lasci il segno come i grandi sindaci che l'hanno preceduto».

Come valuta il suo mandato? Nessun errore?

«Mi sembra di aver fatto quel che dovevo, in un momento in cui i musei non vanno a gonfie vele. Come si dice in francese: c'est fini. Insieme a Beatrice Merz abbiamo portato a casa risultati grandiosi, in un clima non sempre obiettivo e sereno. La direttrice è riuscita a risparmiare 857.743 euro in tre anni, accrescendo negli ultimi due il pubblico del 13%. I tagli durissimi non hanno inciso sulla qualità».

Non la convincerebbe a restare neppure un ruolo di presidente nella Superfondazione Musei?

«Neanche per sogno. Non accetterei. In passato mi sono dato disponibile, sono stato il primo sostenitore, anzi suggeritore, di una Fondazione unica tra Rivoli e Gam, per il contemporaneo. Ora siamo al capolinea. Mi auguro che il Comune porti a compimento l'iter per creare la nuova istituzione. Io non voglio farne parte».

 

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