1. OBAMA COME LETTA! PORTA XI JINPING IN “RITIRO” A SUNNYLANDS, IL RESORT IN CALIFORNIA TANTO AMATO DA REAGAN. PROVERÀ ANCHE LUI A “FARE SPOGLIATOIO”? 2. IL SUMMIT USA-CINA ARRIVA DOPO I PIÙ PESANTI ATTACCHI HACKER CONTRO IL PENTAGONO 3. E GLI OBIETTIVI AMERICANI COLPITI SONO TANTI: DALLO SPIONAGGIO INDUSTRIALE ALLE INFRASTRUTTURE CIVILI NEVRALGICHE (RETE ELETTRICA) FINO ALLE EMAIL DEI QUOTIDIANI 3. QUESTE “RAPINE” DI INFORMAZIONI COSTANO ALL’ECONOMIA AMERICANA 300 MLD $ L’ANNO 4. MA IL MONDO È CAMBIATO DALL’ULTIMO INCONTRO: CLUB MED E RIO TINTO, BANCHE E TELECOM, LA CINA SI STA COMPRANDO GIOIELLI (E ROTTAMI) OCCIDENTALI. E LE AZIENDE CHE VENIVANO BLOCCATE AL CONFINE ORA SONO ACCOLTE COME SALVATRICI PIENE DI SOLDI


1- USA-CINA, IL SUPERVERTICE
Federico Rampini per "la Repubblica"

Ci sarà un "nuovo inizio" per la relazione tra le due superpotenze, America e Cina? Il primo summit da quando Xi Jinping è presidente e Barack Obama ha inaugurato il secondo mandato è carico di aspettative. Ma le attese sono del tutto asimmetriche. Pechino ha mandato a dire alla Casa Bianca che cerca un «rapporto da pari a pari». Visto da Washington, il vertice è più denso di interrogativi.

Sono lontani anni-luce i tempi in cui nell'establishment americano si ipotizzava un G2, un direttorio bilaterale, la cabina di regia per decidere le sorti del mondo. Obama ha scelto apposta una scenografia solare, ridente, quasi vacanziera: Sunnylands, vicino a Los Angeles, un resort amato da Frank Sinatra e dai reali inglesi. Più che un vertice sembra quasi un "ritiro" per familiarizzarsi, prendere le misure del nuovo leader cinese, grazie anche alla presenza sdrammatizzante delle due First Lady.

Obama è stato definito «il primo presidente dell'Asia- Pacifico» per l'attenzione che riserva a quel mondo. Ma non ha dimenticato le delusioni cocenti che la Cina gli diede nel suo primo mandato. Primo fra tutti lo "schiaffo" di Copenaghen, nel dicembre 2009, quando il neopresidente Usa affezionato alla Green Economy vide fallire il vertice per la riduzione delle emissioni carboniche. Decisivo fu il mancato accordo coi cinesi, che Obama visse come una sorpresa e un tradimento.

Poi c'è stata l'escalation dei cyber-attacchi, riconducibili a hacker che lavorano per l'Esercito Popolare di Liberazione. Gli obiettivi americani colpiti da quelle incursioni informatiche sono molteplici: dallo spionaggio industriale ai siti militari, da infrastrutture civili nevralgiche (come la rete elettrica) fino alle email dei maggiori quotidiani Usa.

Si stima che queste "rapine" di informazioni riservate costino all'economia americana 300 miliardi di dollari all'anno. Il 70% dei furti di brevetti e di segreti tecnologici Usa portano le "impronte" dei cinesi. Gli ultimi attacchi, recentissimi, sono penetrati in profondità nei sistemi del Pentagono. Alle crescenti proteste della Casa Bianca e del Dipartimento di Stato, finora Pechino ha reagito negando tutto: non è la base di partenza migliore per un dialogo fruttuoso.

Su qualche fronte Obama è stato più fortunato.

Apprezza il fatto che la Cina abbia adottato le stesse politiche keynesiane della sua Amministrazione, evitando di cadere in una recessione e continuando ad essere un "segno più" nella crescita globale. Washington ha l'impressione che Xi Jinping abbia cominciato a svolgere un ruolo più cooperativo per disciplinare il "vassallo impazzito" che è la Corea del Nord.

Ma le delusioni dal mancato G2, in questi quattro anni, hanno portato Obama a imboccare una strada nuova nella sua strategia asiatica. Al primo posto c'è stato un contenimento dell'espansionismo cinese, attraverso il "soft power".

Obama ha svolto un'offensiva della seduzione verso alcuni partner tradizionali degli Stati Uniti, come le tre grandi democrazie asiatiche - India, Indonesia e Giappone - per rinsaldare i rapporti. Ha aggiunto due tasselli nuovi e preziosi: Vietnam e Myanmar, che scivolano progressivamente nell'orbita filoamericana. Il successo di Obama nel costruire questo cordone attorno alla Cina, è stato agevolato dai comportamenti aggressivi di Pechino nelle rivendicazioni sui giacimenti petroliferi offshore in tutte le aree contese con i suoi vicini.

Obama ha cominciato anche ad affacciare una sua dottrina della "globalizzazione 2.0", l'idea cioè di riscrivere almeno in parte le regole del commercio mondiale per incorporarvi più diritti per i lavoratori e più tutele per l'ambiente. Il presidente americano ha inserito questo tipo di clausole in alcuni trattati bilaterali di libero scambio firmati di recente con paesi emergenti (come la Colombia), e non nasconde di volerlo fare anche nell'ambito della nuova liberalizzazione transatlantica che viene negoziata con l'Unione europea. L'idea, anche se non dichiarata esplicitamente, è di rimettere in discussione alcuni vantaggi competitivi della Cina che le derivano dall'assenza di libertà sindacali e da uno sviluppo ad alta intensità carbonica.

Incontrando in California il nuovo presidente cinese, l'Obama 2013 si sente in un rapporto di forze meno svantaggioso rispetto all'Obama 2009. All'inizio del suo primo mandato, aveva ereditato un'economia americana in ginocchio, stremata dalla recessione.

Il "ricatto del creditore" che Pechino poteva agitare allora, veniva preso sul serio in una fase in cui il sistema bancario di Wall Street era al collasso, e il rating sovrano degli Stati Uniti vacillava. Oggi Obama ha più di tre anni di ripresa alle spalle, perfino il debito pubblico sta diminuendo per l'impatto virtuoso della crescita sui conti pubblici. La Repubblica Popolare rimane il primo creditore estero, con 1.250 miliardi di titoli Usa nelle casseforti della sua banca centrale; ma la sua quota relativa si è ridimensionata passando dal 10% al 7% del totale.

E tuttavia, intendersi bisogna. A pochi giorni dall'incontro sulla West Coast, è uscito l'annuncio di un'altra maxiacquisizione cinese nell'industria Usa. Stavolta è nell'industria agroalimentare, dove il colosso Shuanghui offre 4,7 miliardi di dollari per comprare Smithfield Foods, uno dei maggiori produttori di carni.

Se passa al vaglio delle autorità Usa sarà una delle più grosse operazioni d'investimento dalla Cina. Si scopre però un dettaglio significativo, dietro Shuanghui c'è a sua volta un consorzio d'investitori globali guidato da... Goldman Sachs. Ormai l'intreccio tra le due economie più grandi del mondo è così ramificato, che si stenta a misurare dove finisce l'una e dove comincia l'altra.


2- DAL CLUB MED A RIO TINTO L'OCCIDENTE È PREDA - DOPO I COLOSSI MINERARI ED ENERGETICI È IN ATTO UN CAMBIO DI STRATEGIA SULLE SOCIETÀ TARGET: FOCUS SUL CONSUMATORE FINALE
Carlo Festa per "Il Sole 24 Ore"

Inizia la fase due per la campagna di espansione dei gruppi cinesi. Un film in tre tempi, che fino a qualche tempo fa vedeva i colossi di Pechino impegnati a comprare avamposti in Occidente necessari per la distribuzione dei propri prodotti o, in molti altri casi, importanti per fare propria tecnologia europea o americana un po' in declino.

Ma quello è stato soltanto l'inizio dell'avanzata. Negli ultimi anni c'è stata la conquista di quote azionarie importanti in colossi minerari o dell'energia occidentali: dall'acquisizione della canadese Nexen da parte di Cnooc (operazione da 17,7 miliardi di dollari), fino a quella dell'inglese Rio Tinto da parte di Chinalco (14,3 miliardi messi sul piatto), fino a quella delle attività brasiliane di Repsol da parte di Sinopec Group (7,1 miliardi). Nel 2012 lo shopping cinese in Europa ha toccato i 12,6 miliardi di euro.

Ora il terzo tempo del film rischia di fornire numerose sorprese, perché i miliardi che le aziende statali cinesi hanno in cassa stanno finendo su gruppi che vendono beni al consumatore finale. C'è, quindi, un radicale cambiamento di strategia.

Non c'è soltanto la Smithfield Foods dall'altra parte dell'Atlantico, ma per arrivare ai confini europei si può guardare al settore del turismo: con il gruppo finanziario cinese Fosum che ha fatto un'offerta pubblica d'acquisto per i villaggi del Club Med.

In Italia questo trend si sta già vedendo da diversi mesi e potrebbe fornire qualche elemento di riflessione in più: non è un caso che 3 Italia, controllata del colosso della telefonia Hutchison Whampoa, posseduto dal magnate di Hong Kong Li Ka-shing, uno degli uomini più ricchi al mondo, si sia fatta avanti per Telecom Italia. Ad interessare il gruppo asiatico delle Tlc è infatti il mercato della telefonia mobile in Europa. E, se si guarda sempre ai nostri confini o a Paesi molto vicini, un caso emblematico è anche l'offerta che il colosso bancario cinese Icbc avrebbe fatto per la Banca della Svizzera Italiana, controllata delle Assicurazioni Generali.

Quindi telefonia e servizi bancari: due settori molto vicini al consumatore finale. E la fase tre sembra poter entrare nel vivo nel futuro prossimo. Già si attendono le prossime mosse dei grandi gruppi di Pechino. Uno dei sogni cinesi in Italia, anche se per ora sembra irrealizzabile, resta la conquista di Iveco, uno dei leader mondiali nella produzione di veicoli industriali e autobus, controllata al 100% dal gruppo Fiat Industrial.

Da ormai qualche mese i corteggiamenti del colosso cinese Saic Motor Corporation per Iveco sarebbero aumentati, ma sul tema della possibile vendita della controllata il gruppo Fiat è sempre stato categorico, smentendone la cessione.

Resta, però, da capire se la cessione alle grandi conglomerate cinesi sia sempre la soluzione migliore. La prova del nove potrebbe essere in Italia, dove c'è stato uno degli ultimi grandi passaggi di proprietà, cioè quello degli yacht Ferretti al colosso Weichai. Quella di Ferretti è stata una delle crisi d'impresa simbolo degli ultimi anni, quantomeno per gli errori che sono stati commessi dagli azionisti finanziari che si sono alternati nella compagine. Poi sono arrivati i cinesi e tutto sembrava miracolosamente sorpassato.

Non è stato così, come dimostrano le vicende delle ultime settimane, visto che la crisi del settore yacht sta incidendo pesantemente sull'azienda costretta a ricorrere alla cassa integrazione. Ora il timore di molti è che, non ora ma fra qualche anno, Ferretti possa trasferire la propria produzione in Cina. Il rovescio della medaglia della grande avanzata cinese.

 

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