ANCHE OBAMA (GRAZIE AL FRACKING) PUÒ FARE L’IMPERIALISTA DEL GAS: “ALL’EUROPA CI PENSIAMO NOI” - MA IL GAS LIQUIDO DAGLI USA NON PUÒ ARRIVARE PRIMA DI FINE 2015

Paolo Mastrolilli per "La Stampa"

È stato per caso che il presidente Obama ha cominciato la sua visita in Europa sullo sfondo della «Ronda di Notte», il capolavoro di Rembrandt esposto al Rijksmuseum di Amsterdam, ma poi è finita con lui a guidare davvero la ronda in difesa del continente dalle nuove minacce della Russia. Disposto a mettere molto sul piatto, per convincere gli alleati riluttanti a seguirlo sulla strada delle sanzioni settoriali più dure, compresa la carta dell'energia, se Putin invaderà l'Ucraina orientale.

La svolta l'ha promessa Ben Rhodes, vice consigliere per la sicurezza nazionale: «Discuteremo la diversificazione delle fonti, come fattore mitigante dell'impatto economico dei provvedimenti proposti». E tanto per dare un segnale, già ieri il dipartimento all'Energia ha autorizzato la Jordan Cove a esportare fino a 0,8 miliardi di piedi cubici di gas liquefatto al giorno. Uno dei primi 8 casi che consentiranno di inviare energia in Europa.

L'ammassamento delle truppe russe al confine orientale dell'Ucraina, che il comandante della Nato Breedlove ha definito «molto considerevoli e molto pronte», ha spinto la Casa Bianca ad abbandonare le ultime remore. Putin ha già mentito in passato, e quindi non c'è motivo di credergli quando dice che non intende fare altre annessioni. Gli uomini del presidente non sono neppure disposti a concedere la perdita della Crimea, «perché nessuno ha riconosciuto il nuovo status», e a maggior ragione non possono tollerare una nuova normalità che diventi minaccia costante anche per paesi Nato come quelli baltici.

Dunque l'accelerazione, che passa dalla sospensione del G8, perché «non ci sono ragioni per ingaggiare la Russia fino a quando viola le leggi internazionali», agli aiuti economici per sostenere l'allontanamento di Kiev da Mosca. La colonna portante però è l'inasprimento delle sanzioni, se Putin non si fermerà. O almeno la minaccia credibile di essere pronti a colpire settori strategici come la finanza, la difesa, e soprattutto l'energia, che rappresenta metà dell'economia russa.

Il gas e il petrolio di Mosca, però, rappresentano anche il 30% del totale importato da paesi come l'Italia, e anche più per la Germania, diventata l'elemento di svolta sul fronte europeo da quando anche la cancelliera Merkel si è convinta che Putin è inaffidabile. Perciò Obama ha ordinato di mettere sul tavolo anche la carta della «diversificazione», affidata al segretario all'Energia Ernest Moniz, l'ex professore del Mit che lo ha seguito in Europa, e a breve terrà un vertice con i colleghi del G7 per esaminare il tema.

Questo significa due cose: aiutare il Vecchio continente a sviluppare le proprie fonti, come gli americani stanno già facendo in paesi tipo la Polonia per estrarre lo shale gas, e considerare l'ipotesi di esportare le proprie risorse. Le nuove tecnologie hanno già consentito agli Usa di diventare i primi produttori mondiali di gas, e gli esperti del settore si aspettano che tra breve scavalcheranno anche l'Arabia Saudita come leader del mercato petrolifero.

È vero che secondo i tecnici sarà difficile esportare il gas Usa in Europa prima della fine del 2015, se gli 8 permessi attuali diventassero operativi, ma posare questa carta sul tavolo significa segnalare a Putin che Washington è decisa a contrastarlo con tutti i mezzi economici nel lungo periodo, e all'Europa che non sarà lasciata sola, a sopportare il costo di sanzioni contro un paese con cui ha scambi commerciali dieci volte più grandi di quelli degli Usa.

È una strategia che include l'attenzione a evitare tutti gli elementi di potenziale attrito fra gli alleati, e infatti fonti della Casa Bianca si guardano bene dal bocciare in via definitiva l'idea ventilata dal premier italiano Renzi di nominare il suo predecessore Letta segretario generale della Nato: «Non abbiamo ancora - dicono - una posizione ufficiale, per noi la questione è aperta». Anche il bilaterale dell'ora di pranzo col presidente cinese Xi si trasforma nell'occasione per spingerlo a isolare la Russia, puntando sul fatto che i principi della sovranità e dell'integrità territoriale sono fondamentali per tenere insieme la Repubblica popolare, minacciata dai separatismi come quello tibetano.

Analisti come Ian Bremmer e Lee Wolosky prevedono che la strategia delle sanzioni non funzionerà, perché nessuno ha voglia di spingersi fino al punto di asprezza necessaria a farle funzionare. La Casa Bianca, però, non è disposta a cedere: «Questa - assicura Rhodes - non è una nuova Guerra Fredda, perché la Russia non guida un blocco di paesi, non ha più un'ideologia unificante come il comunismo, ed è isolata». Quindi alla lunga non ha le risorse per resistere alla ronda imposta da Obama.

 

 

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