1. OK, E’ STATO CONDANNATO MA IL CAV HA VINTO LA BATTAGLIA CHE CONTA: QUELLA DEI SOLDI 2. NESSUNO HA MAI TROVATO NEANCHE UNO SPICCIOLO DEL MILIARDO E DUECENTO MILIONI DI EURO CHE I GIUDICI PENSANO SIA NASCOSTO ALL'ESTERO. DOVE E’ FINITA LA CUCCAGNA? 3. UNA CACCIA ALLA “CASSAFORTE OCCULTA” CHE INIZIA CON L’OFF-SHORE “ALL IBERIAN” E PROSEGUE TRA GUERNSEY, L'ISOLA DI MAN, HONK KONG E ALTRI AVARIATI PARADISI FISCALI 4. MILLS HA AMMESSO DI AVER GESTITO LE SOCIETÀ OFF-SHORE EPPURE I PM NON HANNO MESSO LE MANI SUI CONTI DA CUI SONO PARTITI I SOLDI PER LENTINI, PER I PRESTANOME NELL’AFFARE ‘TELEPIÙ’, PER LE TANGENTI AL PSI, PER I GIUDICI CORROTTI DA PREVITI 5. QUANDO LA PROCURA MILANESE È ANDATA A PARIGI PER SPULCIARE I DUE ARCHIVI DEI CONTRATTI DI MEDIASET, SI È SENTITA RISPONDERE CHE, PURTROPPO, UNO ERA ANDATO DISTRUTTO DA “UN INCENDIO FORTUITO”, L'ALTRO DA “UN ALLAGAMENTO”…

Paolo Biondani per "l'Espresso"

Dopo tanti processi, la bagarre politica che accompagna la sentenza della Cassazione sull'affare Mediaset rischia di far dimenticare una verità assoluta, che prescinde dagli alterni e comunque controversi risultati dei singoli casi giudiziari, per quanto importanti: Silvio Berlusconi resta senza dubbio l'imputato più furbo d'Italia. Per misurare la sua grandezza, basta accantonare i codici e seguire la pista dei soldi , ripercorrendo la storia di una formidabile caccia al tesoro che dura da vent'anni.

Un autentico tesoro: a conti fatti, più di un miliardo e 100 milioni di euro. Una montagna di denaro nascosto all'estero, che una raffica di sentenze definitive, convalidate negli anni scorsi anche dalla Cassazione, nell'indifferenza quasi generale, avevano già certificato come «la cassaforte occulta del gruppo Berlusconi».

Il bello è che nessuna autorità è mai riuscita a toccare un solo euro di quella fortuna. Insomma, per quanto sia ancora lontana la fine di altri processi ad alto rischio, a cominciare dal caso Ruby che vede il leader del centrodestra condannato in primo grado a sette anni, la più grande caccia al tesoro dell'ultimo ventennio l'ha stravinta lui.

Tutto comincia con un calciatore: Gianluigi Lentini, ceduto al Milan dal Torino nel 1994. Berlusconi guida il suo primo governo, dopo il trionfo alle elezioni in cui ha potuto presentarsi come l'anti-politico: uno dei pochissimi capitani d'azienda ancora non coinvolti in Tangentopoli. Nell'Italia già in crisi, il prezzo di quell'attaccante crea un certo scandalo: 18 miliardi e mezzo di lire.

Ma il vero problema è che il presidente del Torino va in bancarotta e a quel punto confessa di aver intascato altri 10 miliardi (5 milioni di euro) in nero. Da dove arrivano quei soldi? Da una misteriosa società offshore, la New Amsterdam, che li ha trasferiti in Italia tramite una finanziaria elvetica che spostava anche soldi di Cosa Nostra. I pm di Mani Pulite scoprono che questa New Amsterdam è gestita dalla filiale svizzera della Fininvest. Assistiti dal procuratore Carla Del Ponte, riescono a farla perquisire. Ma non trovano niente. Le carte che scottano sono finite a Londra, nascoste nello studio dell'avvocato David Mills.

A Milano intanto infuria Tangentopoli. Quattro squadre della Guardia di Finanza confessano di aver intascato mazzette dal gruppo Fininvest. Il governo Berlusconi risponde con il decreto Biondi, che punta a scarcerare i tangentisti, ma viene ritirato a furor di popolo. L'inchiesta più pericolosa riguarda Telepiù, la prima tv a pagamento, che Berlusconi non potrebbe intestarsi per legge: salta fuori che molti soci sono prestanome di lusso, finanziati segretamente con 320 milioni di euro da un altro giro di società offshore, proprio quelle su cui avrebbero dovuto indagare i finanzieri corrotti dalla Fininvest.

Nello stesso autunno del '94 il principale cassiere di Bettino Craxi confessa che il leader socialista ha intascato cospicue tangenti in Svizzera. Soldi bonificati dall'ennesima offshore, chiamata All Iberian, che si rivela una cassaforte miliardaria.

Per trovare le carte sparite dalla Svizzera, i magistrati devono mettere in moto la polizia inglese, che il 16 aprile 1996 perquisisce lo studio di Mills. E trova i primi documenti. Il legale inglese sembra collaborare e ammette di aver aiutato i manager Fininvest a manovrare ben 64 offshore, compresa la New Amsterdam. Mentre le banche svizzere documentano che la cassaforte centrale, quella All Iberian che pagava Craxi e tanti altri, ad esempio i giudici corrotti dall'ex ministro Cesare Previti, risulta «appartenente al gruppo Fininvest».

Berlusconi, finito all'opposizione, sembra perduto: condannato in tribunale per le tangenti al Psi di Craxi e alla Guardia di Finanza, nel 2000 tenta di trattare un patteggiamento per la maxi-accusa di falso in bilancio, nata proprio dalla scoperta del "sistema All Iberian", ben 775 milioni di euro nascosti in quei conti offshore.

Ma dopo le prime riforme della giustizia e soprattutto la vittoria elettorale del 2001, per il miliardario imputato cambia tutto. Una legge del 2002 annienta il reato-base di falso in bilancio: Berlusconi guadagna la prescrizione sia per l'affare Lentini sia per tutta la vicenda All Iberian, oltre che per la corruzione giudiziaria del Lodo Mondadori.

Le sentenze definitive spiegano che «non può certo dirsi innocente», ma ormai neppure il fisco può fargli niente: i conti svizzeri si possono usare come prove solo nei processi penali, mai contro l'evasione in sé. Intanto una sezione della Cassazione lo assolve pienamente per le tangenti alla Guardia di Finanza, senza neppure un processo-bis, pur condannando i suoi manager-parlamentari: loro hanno corrotto perfino un generale, ma lui poteva non saperlo.

E i soldi svizzeri di All Iberian dove sono finiti? Spariti in un altro paradiso fiscale: le nuove carte rivelano che, proprio tra il decreto Biondi del '94 e la perquisizione inglese del '96, il tesoro si è spostato alle Bahamas, sotto la regia dell'impenetrabile banca Arner.
Solo nel 2001, dopo altri cinque anni di opposizioni legali della Fininvest, arriva in Italia la documentazione su altri conti svizzeri. Che svela la storia delle offshore più strategiche, quelle che pompavano i soldi dentro la cassaforte All Iberian.

E qui comincia l'inchiesta Mediaset. Le nuove carte raccontano che la perquisizione dello studio Mills fu depistata: un banchiere della Arner ha portato via 43 scatoloni di documenti. Dunque, nuova caccia al tesoro, tra Guernsey e l'Isola di Man. Anche qui sembra sparito tutto, tranne un appunto di cinque righe con un indirizzo di Londra: il nascondiglio dove nel giugno 2003 vengono finalmente trovate le carte mancanti. Di fronte ai documenti, Mills ammette di aver gestito anche le offshore supersegrete. E conferma che Berlusconi, appena fu indagato, gli chiese di intestarne un paio ai due figli maggiori, comportandosi da vero padrone.

Queste nuove casseforti offshore, così ben nascoste, hanno incamerato solo dal 1994 al 1998 la bellezza di altri 368 milioni di euro. La difesa le ha sempre definite società estranee, che compravano i diritti di trasmettere film americani e li rivendevano alle tv italiane. Per l'accusa invece erano solo un trucco (paragonato dai manager al «gioco delle tre carte») che consentiva a Mediaset di gonfiare a dismisura i costi dichiarati al fisco italiano.

E a qualche furbone di nascondere i soldi nei paradisi esteri. Dopo tutte le precedenti sentenze definitive, il nuovo processo Mediaset doveva solo stabilire chi fosse quel furbone. Partendo da una confessione. Spaventato dalle indagini inglesi, infatti, Mills rivela al suo commercialista e nel 2004 anche ai pm milanesi di aver incassato una tangente di 600 mila euro dalla Fininvest proprio per non testimoniare che le offshore del tesoro televisivo erano «di proprietà di Berlusconi».

È allora che si apre l'altro processo per la corruzione del testimone inglese: Mills cerca di ritrattare, ma viene condannato in primo e secondo grado, mentre Berlusconi rinvia i verdetti grazie a leggi incostituzionali. La mossa più astuta è del 2005: la legge ex Cirielli dimezza i tempi della prescrizione e rende impunibile la corruzione di Mills. La stessa riforma minimizza anche le accuse del processo Mediaset: dei 368 milioni scoperti dalle indagini, sopravvive solo l'ultima fetta di frode fiscale da 7,3 milioni di euro.

Tra tante sentenze definitive, un dato economico resta assodato: i tesori delle offshore sono spariti. Anche perché molte indagini si sono fermate contro muri di gomma: nessuna collaborazione da Hong Kong né da altri paradisi fiscali. E perfino a Parigi, quando la procura è andata a cercare due archivi dei contratti di Mediaset, si è sentita rispondere che uno era andato distrutto da «un incendio fortuito», l'altro da «un allagamento».

 

 

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