“L'EPITETO FASCISTI? SOLO UN RAFFORZATIVO” – PER UNA VOLTA CHE TAJANI ALZA LA TESTA, SI DEVE BECCARE UN CAZZIATONE DA GIORGIA MELONI IMBUFALITA PER L’ATTACCO A FRATELLI D’ITALIA DEL VICEPREMIER FORZISTA (“I FASCISTI DI ROMA LI CONOSCO BENE, CAPISCONO SOLO LA FORZA”). IL CAMERIERE AZZURRO, TITOLARE DELLA FARNESINA ,PIGOLA GIUSTIFICAZIONI RISIBILI ALLA DUCETTA: “SPIEGAVO CHE CON QUESTI RAPPORTI DI FORZA, SULLE PREFERENZE, È IMPOSSIBILE RIUSCIRE A CONVINCERE VOI DI FDI, VISTO CHE ANCHE LA LEGA HA DECISO DI SOSTENERLE” – DA VIA DELLA SCROFA IRONIZZANO: “I FASCISTI DI ROMA? AVRÀ PENSATO A GASPARRI…” - PALAZZO CHIGI VALUTA UN PATTO DI FINE LEGISLATURA CON GLI ALLEATI: LA COALIZIONE SI È SFARINATA SU PREFERENZE, INTERCETTAZIONI, RIFORMA DELLA LEGITTIMA DIFESA, SAFE PER IL RIARMO. IL TIMORE DELLA MELONI E’...
Lorenzo De Cicco per “la Repubblica” - Estratti
«I fascisti di Roma? Avrà pensato a Gasparri». La battuta sapida è di un big di Fratelli d'Italia, che chiede l'anonimato perché la linea ufficiale di via della Scrofa è troncare e sopire. Evitare di alimentare la bizza con gli azzurri, almeno pubblicamente. In privato è un altro discorso.
Giorgia Meloni non ha gradito affatto la sortita di Antonio Tajani, che davanti ai senatori di FI, nella riunione dell'altro ieri a Palazzo Madama, ha apostrofato così gli alleati del primo partito di governo: «I fascisti di Roma li conosco bene, capiscono solo la forza». La premier da settimane si è resa conto che più della Lega, il grosso guaio è Forza Italia. È da lì che possono arrivare gli scossoni più forti. Teme che qualcuno voglia l'incidente. E l'uscita di Tajani, non confessata al bar a un commensale, ma proferita in una riunione ufficiale del gruppo, davanti a venti parlamentari, alimenta i sospetti.
INFORMATIVA - GIORGIA MELONI ALLA CAMERA - ANTONIO TAJANI E MATTEO SALVINI
È stato lo stesso Tajani però a chiarire alla premier che non ha in testa di seminare trappole. I due si sono sentiti di mattina, mentre la notizia rimbalzava di chat in chat. Nel primo pomeriggio, Tajani è stato visto a Palazzo Chigi. Sia dal giro di Meloni che da quello del vicepremier escludono un faccia a faccia sul punto. «Tajani a Chigi? Era lì nel suo ufficio di vicepresidente del consiglio», è la giustificazione. Sarà. Al telefono o di persona, altre fonti confermano il confronto, naturalmente «amichevole».
Nel corso del quale, il ministro degli Esteri avrebbe spiegato alla premier che quel «fascisti» sarebbe stato solo «un rafforzativo» per un ragionamento. «Spiegavo che con questi rapporti di forza, sulle preferenze, è impossibile riuscire a convincere voi di FdI, visto che anche la Lega ha deciso di sostenerle».
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Sarà bastato a convincere Meloni? Certo la premier non ha intenzione di gettare benzina sul fuoco. I tizzoni nella sua maggioranza si moltiplicano. Semmai, l'esigenza è opposta: provare a trovare qualche punto programmatico su cui far convergere tutti, per tirare avanti un altro anno scarso, evitando che qualsiasi norma si trasformi in un Vietnam.
Solo nelle ultime due settimane, la coalizione si è sfarinata su: preferenze, intercettazioni, riforma della legittima difesa, Safe per il riarmo, da ultimo il riconoscimento facciale.
Impraticabile continuare così. Da qui l'idea: chiedere agli alleati di segnalare nelle prossime settimane un paio di priorità a testa. Una sorta di «patto di fine legislatura».
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Quanto a FdI, la legge elettorale con le preferenze resta l'assillo della premier, che più della sconfitta teme il pareggione, con l'abbraccio di FI e Pd. La minaccia delle urne anticipate, saltasse la riforma con il voto segreto bis alla Camera, resta sempre nell'aria. Ma è un'arma spuntata: perché con le votazioni al Senato in programma a settembre e la terza lettura a Montecitorio prevista in ottobre, tutti escludono le urne a dicembre: non si vota mai in piena sessione di bilancio. E anche il rischio che salti la pensione dei parlamentari (scatta ad aprile ‘27) è uno spauracchio sempre più leggero, come l'entità dell'emolumento: «Con il sistema contributivo attuale - calcola un deputato interessato - per chi ha una sola legislatura, parliamo di 800 euro netti...».
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