REALITY SCIÀ: REZA “CICCIO” PAHLAVI NON LO VUOLE NESSUNO – IL FIGLIO DELL’ULTIMO SCIÀ DI PERSIA, CHE VIVE DA QUASI 50 ANNI IN AMERICA, SI È AUTO-PROPOSTO COME ALTERNATIVA AGLI AYATOLLAH. MA IN PATRIA NON RACCOGLIE FAVORI: IN MOLTI SI RICORDANO IL TERRORE VISSUTO DURANTE IL REGNO DEL PADRE, UNA RABBIA SU CUI NEL 1979 SOFFIÒ L’ISLAMISMO DI KHOMEINI CON LA RIVOLUZIONE – LA RETORICA DELLO SCIÀ COME “FILO-MODERNO” È DIVERSA DALLA REALTÀ: IL SUO REGIME ERA OCCIDENTALIZZATO, MA AVEVA UN APPARATO REPRESSIVO CAPILLARE E CHIEDEVA OBBEDIENZA ASSOLUTA…
Estratto dell'articolo di Alessia Melcangi per “la Stampa”
[…] Sembra quasi di parlare di un'età dell'oro, quella della monarchia di Mohammad Reza Pahlavi iniziata nel 1941 e conclusasi drammaticamente nel 1979 con la rivoluzione khomeinista.
La narrazione occidentale tende spesso a rileggere lo scià come "filo-moderno", "secolarizzatore", "alleato dell'Occidente", quasi un modello illuminato da contrapporre all'attuale teocrazia. Ma la realtà storica è molto più complessa e molto meno romantica.
La monarchia Pahlavi costruì uno Stato iper-centralizzato, economicamente ambizioso, urbanisticamente aggressivo e culturalmente orientato verso l'Occidente.
DONNE IRANIANE IN MINIGONNA AI TEMPI DELLO SCIA
Un progetto imponente, ma fondato su un patto fragile: modernizzazione dall'alto in cambio di obbedienza assoluta. Il perno del regime era il suo apparato repressivo capillare: la Savak, i temutissimi "sgherri" dello scià, addestrati anche con il supporto della Cia e del Mossad, noti per torture, sorveglianza capillare ed eliminazione del dissenso.
Lo scià era amato, sì, ma dentro una fetta precisa della società: élite urbanizzate, ricchi occidentalizzati, famiglie vicine al potere, settori istruiti delle grandi città. La maggioranza silenziosa, soprattutto nelle campagne e nelle periferie, viveva invece una frattura crescente fra modernizzazione imposta e identità islamica calpestata dalla "Rivoluzione Bianca".
La rivoluzione del 1979 – spesso etichettata in Occidente come un semplice "colpo degli islamisti" – fu in realtà l'esplosione di una crisi sociale, economica e culturale molto più vasta che vedeva attivo il più numeroso partito comunista del Medio Oriente, il Tudeh, e le correnti liberal-nazionaliste. E l'Occidente, che oggi cerca nel nome "Pahlavi" la salvezza dalla Repubblica islamica, dimentica troppo facilmente tutto ciò. Lo dimenticano, probabilmente, anche i giovani iraniani che quel periodo l'hanno forse sentito solo raccontato.
Ma non possono cancellarlo dalla memoria le generazioni più anziane, per cui la monarchia è sinonimo di terrore. In questo contesto appare davvero difficile immaginare che Reza Pahlavi, figlio dell'ultimo scià, possa rappresentare l'alternativa vincente agli ayatollah. Estraneo alla realtà iraniana fin da prima del 1979 poiché cresciuto all'estero, è diventato una figura di riferimento per parte della diaspora.
Si presenta come promotore di una futura transizione democratica, sostenuto da gruppi politici esterni al Paese. Negli anni ha cercato appoggi in ambienti conservatori statunitensi e in settori filo-israeliani. Un profilo che parla molto alle cancellerie straniere, meno alla società iraniana: per questo emerge come figura riconoscibile e facilmente leggibile dall'Occidente, non necessariamente come leader possibile per l'Iran. Loda apertamente il Presidente Trump e sostiene la destra americana: per questo gode di visibilità internazionale, ma allo stesso tempo viene rifiutato da molti iraniani, per i quali ogni interferenza straniera rappresenta un tabù storico.
Per alcuni iraniani della diaspora, la monarchia rappresenta ordine, modernità, apertura al mondo. Per molti dentro l'Iran, invece, rimane sinonimo di autoritarismo, disuguaglianze e sottomissione agli Stati Uniti.
[…] A questo si aggiunge un altro limite: Reza Pahlavi non ha mai preso le distanze dalla repressione ferocissima attuata da suo padre, né dal suo progetto politico di cancellare ogni livello intermedio fra il sovrano e il popolo. Questa reticenza pesa: in un paese ferito da decenni di autoritarismo, non prendere posizione sul passato equivale a non essere credibili sul futuro. […]
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KHAMENEI ACCANTO AL RITRATTO DI KHOMEINI
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REZA PAHLAVI - CAIRO 1980 -
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