GLI ‘’INVISIBILI’’ DI REGGIO CALABRIA - UNA MEGA-INCHIESTA SU BOSS, POLITICI, PROFESSIONISTI E MASSONI CHE DECIDONO LE GRANDI STRATEGIE DEL SUD

Goffredo Buccini per ‘Il Corriere della Sera'

Appena uscito di galera, Paolo De Stefano guardò il figlio Peppe, allora adolescente: «Papà deve farsi un giro nei negozi per pagare un po' di debiti», gli disse. Alla fine del giro, aveva sborsato una sessantina di milioni (lire d'allora) in scarpe: tutte quelle che i reggini avevano comprato «a nome della famiglia» mentre lui stava dentro. «Da oggi chisti camminano sulle scarpe nostre», spiegò infine il capomafia all'erede: era il 1982, per molti don Paolino era il vero sindaco.

Welfare nero o mitologia da malacarne che sia, in fondo cammina ancora così, con le scarpe dei De Stefano e soci, questa città paradossale: povera e tuttavia zeppa di quattrini illegali, senza lavoro ma attivamente al servizio delle cosche, col mare più bello d'Italia ma stuprata in ogni muro abusivo dal «rustico reggino», che qui è un perverso stile architettonico coi suoi mattoni a vivo, i suoi piloni abbandonati a metà.

Federico Cafiero de Raho, dal suo ufficio, contempla il nuovo palazzo di giustizia fermo da un anno, vuoto, in attesa di diventare fatiscente. Proprio lì, di fronte, si dovevano spostare i magistrati «ma il Comune ha usato i soldi in altro modo», dice il procuratore, forse con sottile ironia partenopea (viene da Napoli, dove ha smantellato i clan Casalesi) perché l'uso che il Comune ha fatto dei soldi, qui, è appunto uno dei tasti dolenti:

170 milioni di buco; il suicidio misterioso della dirigente Orsola Fallara, braccio economico dell'allora sindaco Peppe Scopelliti; la fresca condanna di Scopelliti (sei anni per falso e abuso) frattanto diventato governatore della Regione; lo scioglimento per mafia del consiglio comunale con una relazione agghiacciante dei commissari che, pur rivolta al Comune guidato dal pdl Demetrio Arena, pesa come un macigno soprattutto sulla gestione scopellitiana, fino al 2010, tra assessori e consiglieri collusi, dipendenti infedeli, dirigenti e società partecipate in mano alle cosche, feste con boss, appalti combinati. Qui l'unica azienda che pare funzionare è la ‘ndrangheta.

«Cimitero d'opere pubbliche», scriveva Piovene della Calabria anni Cinquanta. Quasi tutto è ancora lasciato a metà o abbandonato (tranne il Pil delle cosche che fa una cifra tonda di 50 miliardi l'anno: e stavolta sono euro): il Palasport, dopo la morte di un giovane operaio, il Roof Garden (pieno centro) dopo una sparatoria tra capi delle famiglie, il fascinoso hotel Miramare, in attesa di essere venduto all'asta, e persino il vecchio Papirus, dove un giovanissimo Scopelliti andava a ballare sotto l'occhio benevolo del mafioso Nino Fiume, ora pentito e un tempo suo elettore.

Cafiero de Raho pensa al voto e ha un sobbalzo: «Mi spaventano le elezioni». In che senso? «Quando andrà via il commissario straordinario, si dovranno fare. E qui non c'è libertà, "loro" spostano la vittoria. Che razza di elezioni saranno?». La procura di Cafiero lavora da un anno a un'inchiesta delicata: sugli Invisibili. Inchiodati i quattro capi mafiosi della supercosca reggina - tra cui Peppe De Stefano, il figlio di don Paolino - e stabilito col processo Crimine il principio dell'unicità della ‘ndrangheta, nel mirino c'è quella «stanza di compensazione» dove si disegnano le grandi strategie. «C'è chi può decidere se accendere i riflettori su una parte o l'altra dello Stretto, magari per star tranquilli a Palermo mettono una bomba a Reggio».

Insomma mafiosi, politici e professionisti, manager e immancabili massoni coperti avrebbero un ennesimo tavolo di confronto qui, a Milano o in Svizzera, chissà; tra le ipotesi di lavoro ci sarebbero anche l'eversione e la violazione della legge Anselmi. Detta così, pare la Piovra.

Ma Cafiero spiega che l'inchiesta è solida e che «in sei mesi si vedranno effetti giudiziari», difendendo il lavoro del suo giovane pm di punta, Giuseppe Lombardo. Nonostante gli sforzi del capo («qui si lavora tutti assieme»), i pm sono divisi, in un altro processo si revoca in dubbio l'affidabilità degli stessi investigatori usati da Lombardo: nel grumo malato, come sempre, giudici, spioni, ufficiali, pentiti.

Nicola Gratteri ha spiegato che non c'è più la zona grigia: o è mafia o non lo è. Monsignor Nunnari, presidente della Cei calabrese, annuncia lezioni antimafia per i suoi seminaristi, mentre due sacerdoti reggini finiscono sotto inchiesta per eccesso di pietà cristiana verso i boss. «La 'ndrangheta si è fatta impresa, e qui abbiamo appena perso altri diecimila posti di lavoro», dice Lucio Dattola, presidente della Camera di commercio. Gli appalti pubblici sono in fondo per le cosche il modo pulito con cui fare arrivare, tramite le istituzioni, soldi alla propria base sociale: come le scarpe trent'anni fa. La spazzatura (con le sue crisi cicliche) è ovviamente affare di mafia, il percolato finisce dove capita, pure sulla nuova gestione commissariale la procura sta dando un'occhiata attenta.

Per chi non si piega, incendi, e bombe. L'ultima un mese fa, contro una salumeria famosa, a due passi dal Municipio. «In pochi giorni abbiamo riaperto, non voglio darla vinta a ‘sti vigliacchi», dice Arianna Romeo, la figlia del padrone. Qui l'eversione va a braccetto con la ‘ndrangheta dal tempo dei Boia chi molla, il 1970 fu l'anno decisivo nella rovina di Reggio.

Peppe Scopelliti da sindaco decise di marcare lo splendido lungomare voluto dal compianto Italo Falcomatà con una lapide in onore di Ciccio Franco, leader della rivolta. Falcomatà era amato anche dalla destra, ha insegnato latino a generazioni di reggini prima di salire in municipio, i marescialli dell'Arma hanno la sua foto dietro la scrivania. Scopelliti s'era conquistato con feste e concerti un consenso del 70 per cento, ora è un re caduto e angosciato dall'ombra shakespeariana di Orsola Fallara, che tanti sospettano si sia sacrificata per lui. «Nella relazione dei commissari sul Comune ci sono falsità», s'avventura.

Affermazione grave. «Me ne assumo la responsabilità! La Bindi mi convochi all'Antimafia e io porterò le carte sulla borghesia mafiosa». Perché non va in procura? «A suo tempo». Le dimissioni - per ora solo annunciate - sono inevitabili, la candidatura alle Europee miraggio di rilancio. Il governatore è ormai chiacchierato, pure i mafiosi ne parlano: lui giura di essere vittima delle cosche, di combatterle da quando, giovane missino, lo chiamavano «Peppe O' Dj».

Vai a sapere. «Il nostro cuore è perverso, abbiamo affidato la nostra sicurezza a quattro boss», tuona Giovanni Ladiana, superiore dei Gesuiti, predicatore dal ceffone evangelico. Qui capita che un imprenditore trovi il coraggio di mandare al diavolo gli esattori del pizzo, resista a un attentato, vada sotto tutela: e che poi sua figlia si metta assieme a un nipote (incensurato) dei De Stefano. «Nulla è come appare», prima regola di Reggio. E verso sera Scopelliti si fa vivo al telefono con una richiesta impossibile: «Posso cambiare quello che ho detto?».

 

 

IL PROCURATORE CAFIERO DE RAHO E A DESTRA IL PM ALESSANDRA CERRETI FEDERICO CAFIERO DE RAHO Giuseppe Scopelliti SCOPELLITI DROGA NDRANGHETANDRANGHETACalabriaNICOLA GRATTERI

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