LA RETROMARCIA DEL CAV – SULLA MANCATA ROTTURA CON RENZI DECISIVO IL CONSIGLIO DI LETTA-ZIO: ‘STAI AL GIOCO E NON FARTI METTERE AI MARGINI’ – LA SANTANCHÈ: ‘NON SARÀ LA LEGGE ELETTORALE MIGLIORE, MA È SEMPRE MEGLIO DI NESSUNA LEGGE’

Ugo Magri per ‘La Stampa'

Ha quasi del prodigioso la metamorfosi del Cavaliere in meno di 24 ore. Lunedì sera sembrava deciso a rovesciare il tavolo delle riforme come vendetta furibonda nei confronti del premier, dal quale si sentiva circuito. Ieri all'ora di pranzo, invece, Berlusconi pareva già un'altra persona, certo ancora profondamente deluso dall'uomo su cui tante speranze aveva risposto, eppure dubbioso se concedergli o meno un'ulteriore possibilità.

Nel primo pomeriggio la prognosi si è sciolta, e da Palazzo Grazioli il fido Verdini ha potuto rassicurare Renzi in trasferta a Tunisi: okay all'emendamento D'Attorre, che esclude il Senato dalla riforma elettorale e la fa valere soltanto per la Camera. Cioè quello che Berlusconi fino alla sera prima rifiutava con tutte le sue forze. Per cui è logico domandarsi come mai questa inversione a «u», che nella psicologia di molti «falchi» berlusconiani equivale a una resa alquanto ingloriosa.

La spiegazione forse più convincente viene dal mondo femminile. Una delle donne in confidenza col leader fa notare che, se Berlusconi si innamora di un'idea, non c'è verso di fargliela cambiare. E proprio quando i fatti sembrano smentirlo, è la volta che lui s'incapriccia contro ogni apparente logica. Nel caso di Renzi, il Cav sarebbe disposto a inghiottire rospi su rospi prima di ammettere un errore di valutazione. Più quello lo delude, e più l'altro è pronto a concedergli le attenuanti.

A Matteo, quando in un'ora imprecisata dell'altra notte i due si sono sentiti, è bastato spiegare che non dipende da lui il mancato rispetto dei patti, bensì dalle circostanze sfavorevoli leggi i «franchi tiratori» in agguato e pronti a far secco l'«Italicum». A quel punto Berlusconi s'è trovato a un bivio: denunciare Renzi per truffa, mettendo in piazza il tradimento, oppure... Racconta un testimone della metamorfosi che, poco per volta, ha finito per imporsi l'«oppure».

Al bagno di realismo ha contribuito Verdini, pure lui in contatto a tutte le ore col clan renziano. Ha fatto pesare a Berlusconi che, in fondo, l'emendamento D'Attorre è meno peggio di altre trappole messe in campo dagli alfaniani (con il concorso determinante della minoranza Pd). In particolare, non impedirebbe nuove elezioni, sia pure con due diversi sistemi alla Camera e al Senato, casomai fosse necessario. E' vero che nessuno potrebbe proclamarsi vincitore, ma a preoccuparsi dovrebbe essere anzitutto Renzi... La Santanchè (in stretta sintonia politica con Verdini) va direttamente al sodo: «Non sarà forse la legge migliore, ma è sempre meglio di nessuna legge».

Una spinta decisiva per far pendere il piatto della bilancia pare l'abbia data Gianni Letta, tornato in auge dopo mesi di eclissi. Nella lunga, combattuta riunione «chez» Silvio a Palazzo Grazioli, Letta si è rivolto al padrone di casa: «Qualunque cosa tu decida, caro Silvio, venerdì la Camera avrà approvato una legge elettorale. Non sei nella condizione di impedirlo. Tanto vale che tu stia al gioco e non ti faccia mettere ai margini». Il volto del Cavaliere si è a quel punto rilassato, come raggiunto da un'illuminazione: ecco, bisogna stare al gioco, altro che rottura con Renzi...

E così la riunione con Brunetta e la Gelmini, Romani e Bernini, Toti e Matteoli (più si capisce Verdini) ha licenziato un documento che declassa l'ira a semplice «disappunto», sia pur «grave». E presenta come un gesto di generosità la presa d'atto che il famoso patto del 18 gennaio non esiste più, rottamato da Renzi con il beneplacito del Cavaliere.

 

 

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