NO DEFAULT, TEA PARTY - SOLO UNA RIFORMA ELETTORALE PUO’ TIRARE GLI USA FUORI DAL PANTANO

Massimo Gaggi per "il Corriere della Sera"

Una riforma elettorale nella quale la ridefinizione dei confini dei collegi sia affidata a commissioni indipendenti. Può sembrare strano che, col Congresso paralizzato da un braccio di ferro senza precedenti e gli Stati Uniti a un passo dal default per la prima volta nella loro storia, l'Economist concluda l'ultimo editoriale dedicato alle convulsioni del sistema politico americano con una simile proposta.

Certo, adesso serve altro: un sussulto di buon senso, un compromesso che consenta di salvare la faccia anche di chi si è infilato con baldanza in un vicolo cieco. L'urgenza assoluta, oggi, è quella di alzare il tetto del debito pubblico per evitare l'insolvenza del Tesoro e di approvare i documenti di bilancio che consentano al governo di riaprire i battenti. Ieri sera l'intesa tra democratici e repubblicani al Senato, almeno per allungare i tempi, appariva vicina.

Ma la drammaticità della crisi di questi giorni e il ripetersi di situazioni di emergenza istituzionale a scadenze sempre più ravvicinate indicano che il malessere è ormai profondo e ha cause molteplici, non facili da rimuovere. Anche perché la fine dell'era della prosperità ha prodotto un disagio sociale che ha ridato fiato a vecchie e mai sopite tendenze isolazioniste di una parte dell'America, mentre la battaglia politica tra destra e sinistra si è andata sempre più radicalizzando.

Osservando oggi questo Paese arrabbiato, spaccato, incapace di risolvere quella che è niente più che una disputa procedurale e che per questo rischia di perdere, in prospettiva, gli enormi vantaggi di cui gode in quanto emittente della valuta di riferimento del mondo, il dollaro, si fatica a riconoscere la superpotenza mondiale che, dal Dopoguerra ad oggi, è stata la principale fonte di stabilità della comunità internazionale.

Un sistema ammirato anche per la solidità del suo impianto istituzionale: poteri presidenziali molto estesi ma con un ruolo del Congresso tutt'altro che secondario e un efficacissimo sistema di pesi e contrappesi. Possibile che tutto questo sia svanito per la carica a testa bassa di una minoranza radicale, la destra integralista dei Tea Party? Evidentemente no, quello è stato solo un detonatore.

Descrivere la sclerosi di un sistema politico è impresa complessa e poco seducente. Semplificando al massimo: i fattori che hanno trasformato l'era obamiana della speranza e del rinnovamento nell'incubo di una presidenza che non riesce a varare nemmeno un intervento rilevante (salvo Obamacare, ora sotto assedio) e deve, invece, tamponare un'emergenza dopo l'altra, sono la fine di mezzo secolo di grande prosperità e la profonda diffidenza dei conservatori nei confronti del presidente democratico, oltre che gli errori politici commessi da quest'ultimo.

Obama ci ha messo del suo, certo: troppe promesse «messianiche» nella campagna elettorale del 2008 e un passaggio troppo brusco dalla filosofia del governo bipartisan al muro contro muro e ai discorsi presidenziali trasformati in comizi, dopo i primi schiaffi presi dai repubblicani.

Ma tutto è cominciato, già nell'estate successiva alla sua elezione, con le madri del ceto medio conservatore americano impoverito e disorientato che si presentavano davanti alle telecamere in lacrime: «Dov'è finita l'America che conoscevamo? Rivoglio indietro il mio Paese».

Dopo la crisi del 2008 quel benessere è svanito, probabilmente non tornerà più e non è colpa di Obama. Ma, anche se non lo ammette apertamente, per buona parte del mondo conservatore il primo presidente nero della storia americana è una sorta di Anticristo. E una figura simile va combattuta con ogni mezzo.

Fenomeni politici sociali allarmanti, gravi, certo. Che, però, non avrebbero avuto gli effetti devastanti che vediamo quotidianamente, se il sistema istituzionale avesse avuto una maggiore tenuta.

Ma la solidità dell'impianto è stata minata da tre fattori:
1) la capacità degli Stati di alterare dalla periferia i meccanismi di elezione delle loro rappresentanze; come abbiamo già scritto più volte, ridisegnare i collegi in modo da renderli socialmente e politicamente più omogenei ha spostato la competizione dalla scelta tra un candidato democratico e uno repubblicano il giorno delle elezioni alle primarie dove il parlamentare in carica, spesso un moderato, deve difendersi (nel caso della destra) dagli assalti ben finanziati e ideologicamente orchestrati con grande abilità dai candidati dei Tea Party.

2) La radicalizzazione dei rapporti ha alterato i meccanismi interni di funzionamento del Congresso e soprattutto del Senato dove, a causa del ricorso sistematico al «filibustering» (ostruzionismo) da parte repubblicana, i democratici non riescono quasi mai a legiferare pure avendo una maggioranza di 54 voti su 100.

3) Costituzione da riformare. La Carta sulla quale è costruito il sistema americano è giustamente sacra. Ma è anche considerata quasi immutabile. Non un problema da poco, visto che il documento, varato nel 1787, è costruito attorno a una realtà molto diversa da quella attuale. In 225 anni è stato modificato solo 27 volte. Appena dieci nell'ultimo secolo: il voto alle donne e ai diciottenni e poco altro. L'ultima correzione, 21 anni fa, sugli stipendi di deputati e senatori.

Eppure ci sarebbe molto da fare. A partire dall'assurdità di un sistema nel quale la California ha due senatori e 51 deputati mentre l'Alaska, che a causa della sua popolazione minuscola ha un solo deputato, ha diritto, come tutti gli altri Stati, ad avere anch'essa due senatori.

 

USA JOHN BOEHNER DOPO LINCONTRO CON OBAMA Obama con BoehnerBOEHNER OBAMAted cruz Ted Cruz official portrait th Congress CONGRESSO STATI UNITI WASHINGTONCASA BIANCAharry reid article

Ultimi Dagoreport

marco bucci gianluigi aponte michele brambilla andrea malaguti il secolo

FLASH! - ALL'INDOMANI DEL VIOLENTO SCAZZO CON QUERELA TRA IL GOVERNATORE DELLA LIGURIA MARCO BUCCI, CHE HA UN'IDEA DELLA LIBERTA' DI STAMPA PARI A QUELLA DI TRUMP, E IL DIRETTORE DEL "SECOLO XIX", MICHELE BRAMBILLA, ANCHE IL RAPPORTO DELL'EDITORE DEL QUOTIDIANO GENOVESE, L'ARMATORE DEI 7 MARI GIANLUIGI APONTE CON IL GOVERNATORE HA COMINCIATO A DECLINARE - PER RISOLVERE LA SITUAZIONE, APONTE HA INCARICATO IL GENERO PIERFRANCESCO VAGO, PRESIDENTE DI MSC CROCIERE, DI PROPORRE LA DIREZIONE ALL'EX DIRETTORE DE "LA STAMPA", ANDREA MALUGUTI (CORTEGGIATO ANCHE DA LEONARDINO DEL VECCHIO PER IL POLO EDITORIALE QN)....

lirio abbate mario orfeo la repubblica

FLASH! – LIRIO ABBATE LASCIA “REPUBBLICA”! - CON LA DIREZIONE DI MARIO ORFEO, NON CI SAREBBERO PIÙ LE “CONDIZIONI PROFESSIONALI” PER CONTINUARE IL LAVORO NEL GRUPPO: “UNA DECISIONE DOLOROSA, MA CHE CONSIDERO INEVITABILE” – NELLA LETTERA DI DIMISSIONI, L'AUTORE DI BOMBASTICHE INCHIESTE ANTI-MAFIA, GIA' DIRETTORE DE “L’ESPRESSO”, FA CAPIRE CHE NON C’È PIÙ SPAZIO PER UN PROGETTO PROFESSIONALE COERENTE CON IL SUO LAVORO - NON C’ENTRA IL CAMBIO DI EDITORE (AL GRECO INTERESSA SOLO LA TV), MA LA DIREZIONE DI ORFEO CHE HA  AZZERATO LO SPAZIO PER INCHIESTE, APPROFONDIMENTI E LAVORI PIÙ STRUTTURATI…

gualtieri rocca metropolitan zingaretti carocci

DAGOREPORT - QUELLO CHE CAROCCI NON DICE! CI SONO PASSAGGI SOTTACIUTI, OMISSIONI E CLAMOROSI “NON DETTI” NEGLI AFFONDI DI VALERIO CAROCCI SULLA QUESTIONE DELLA RICONVERSIONE DELL’EX CINEMA METROPOLITAN, CHIUSO DAL 2010, CHE DIVENTERÀ UN'ATTIVITÀ COMMERCIALE. QUELLA CHE VIENE DESCRITTA PIGRAMENTE COME “UNA SPECULAZIONE”, PREVEDE IL MANTENIMENTO DI UNA SALA DA 100 POSTI, IL RECUPERO DI DUE CINEMA STORICI COME "L'AIRONE" E "L'APOLLO" E GARANTISCE 60 NUOVI POSTI DI LAVORO - ALLA FACCIA DELL’IDEOLOGIA, QUI SI PARLA DI CREARE LAVORO, RIQUALIFICARE AREE DEL CENTRO STORICO, TEMI CHE IL “PRINCIPE ROSSO SUL PISELLO”, ORA CHE SI CANDIDA A UN RUOLO POLITICO SFIDANDO GUALTIERI, DOVREBBE AVERE A CUORE - VA INOLTRE RICORDATO CHE…

giorgia meloni roberto vannacci

DAGOREPORT- LA DUCETTA È NEI GUAI. VANNACCI STA RISVEGLIANDO L'ANIMA FASCISTA DI UN PEZZO D'ITALIA, A PARTIRE DAGLI ELETTORI DI FRATELLI D’ITALIA CHE SI SENTONO TRADITI DAL CENTRISMO DELLA MELONI PREMIER - CON LA LEGA AL 5% E FORZA ITALIA AL 7%, NEI PALAZZI ROMANI SONO TANTI CHE DANNO PER CERTO, O QUASI PROBABILE, CHE LA NUOVA LEGGE ELETTORALE FINIRÀ NEL CESTINO - MELONI NON HA PERÒ ALTRA SCELTA CHE INTESTARDIRSI PER FAR PASSARE LO “STABILICUM”: CON IL SISTEMA ELETTORALE VIGENTE, LA BATOSTA SAREBBE NON PROBABILE MA CERTA - CHE FARE: PORTE APERTE ALLA “VERA DESTRA” DI VANNACCI PER NON PERDERE LA CUCCAGNA DI PALAZZO CHIGI? - INTANTO, UN INGRESSO NELLA MAGGIORANZA DI FUTURO NAZIONALE NON CONVIENE AL GENERALE. MA IL PIÙ GROSSO OSTACOLO PER MELONI SI CHIAMA…

riccardo chiaberge luciano canfora donald trump

AVANTI POPOLO, ALLA RISCOSSA! – RICCARDO CHIABERGE: “HA RAGIONE TRUMP, LO SPETTRO DEL COMUNISMO TORNA AD AGGIRARSI IN TUTTO IL MONDO. È A BARI CHE SI RINTANA IL GRANDE VECCHIO, LA GUIDA SUPREMA DI QUESTA BIECA CONSORTERIA IDEOLOGICA: IL PROFESSOR LUCIANO CANFORA. NEL SUO NUOVO LIBRO, ‘COMUNISMO. UN’ALTRA STORIA’, L’INSIGNE FILOLOGO ASSICURA CHE IL MOVIMENTO FONDATO DA MARX E LENIN È PIÙ VIVO CHE MAI, E STA RINASCENDO SU SCALA MONDIALE COME REAZIONE ALL’IMPERIALISMO. SI CAPISCE L’ALLARME DI DONALD: URGE ORDINANZA RESTRITTIVA CONTRO IL PROFESSORE. UN NUOVO FRONTE CHE TROVA NEL COMPAGNO PUTIN IL SUO LEADER NATURALE….“

giorgia meloni donald trump

DAGOREPORT - CON QUALE FACCIA GIORGIA MELONI SI PRESENTERÀ AL SUMMIT NATO DI ANKARA? CHE FARÀ AL COSPETTO DEL TRUMPONE CHE L’HA SBERTUCCIATA CON UN TERRIBILE “MEME”, CHE È IL LIVELLO PIÙ BASSO DI PERCULAMENTO SOCIAL, COSA MAI SUCCESSA PRIMA CON ALTRI LEADER DI GOVERNO EUROPEI? - UN “MEME” CHE VUOLE DIRE “STAI LONTANO DA ME”, “NON SEI PIÙ UNA MIA FAN”, QUINDI NON CI PROVARE AD AVVICINARTI PER UNA FOTO ACCANTO AL PRESIDENTE DEGLI STATI UNITI - SE NEL BREVE LO SCAZZO CON IL CALIGOLA POTREBBE ANCHE AIUTARLA NEI SONDAGGI, SULL’ALTRO PIATTO DELLA BILANCIA, L’ITALIA BASTONATA DA TRUMP VIENE PERCEPITA IN MANIERA COSÌ IRRILEVANTE CHE CI SI PUÒ ANCHE PERMETTERE QUESTO BULLISMO SOCIAL, CON MELONI TRASFORMATA IN PUNCHING-BALL DA PALESTRA - DAL MOMENTO CHE TRUMP TRADUCE IL RAPPORTO DI AMICIZIA IN “TU FAI QUELLO CHE TI DICO IO”, DA QUI AL VOTO, L'EX "GIORGIA DEI DUE MONDI" PUÒ PERMETTERSI MESI DI INSULTI E POLEMICHE CON IL PRESIDENTE DEGLI USA?