SI CHIAMA MOVIMENTO MA È IMMOBILE - IL PARADOSSO DEL M5S CHE RESTA A GUARDARE L'ATTIVISMO DI RENZI - E ‘’IL FATTO’’ PASSA DALL'ENDORSEMENT AL SOSTEGNO GUARDINGO

1. 5 STELLE, IL MOVIMENTO IMMOBILE È LA SPECIALITÀ DELLA CASA
Andrea Scanzi per ‘Il Fatto Quotidiano'


Dove sta andando il Movimento 5 Stelle? La sensazione, ora più che mai, è che stia fermo. Percezione tanto pericolosa quanto in buona parte sbagliata. Affermare che M5S sa dire solo no è un falso storico: le loro proposte sono continue e la fase costruttiva esiste. Non si può neanche accusare il Movimento di essere incoerente, anzi l'errore è casomai quello di perseguire una ipercoerenza così granitica da sfociare talora nel duropurismo un po' autistico. Matteo Renzi, al contrario, non è coerente. Sia perché ha le fondamenta ideologiche di Peppa Pig e sia perché ha unicamente a cuore la vittoria. E Renzi vince solo se riconquista anche quei voti di confine che un anno fa abbandonarono il Pd per premiare una forza del tutto inedita.

Una forza che, oggi, per molti è restata troppo a guardare. Bravissima a fare opposizione, e non è poco (nessuno, tranne Di Pietro, l'ha fatta veramente durante il ventennio berlusconiano). Ma troppo immobile, e pure compiaciuta nel suo autocongelarsi, ogni volta che poteva realmente incidere: per esempio nel secondo giro di consultazioni a marzo, quando non venne fatto il nome di Rodotà (o Zagrebelsky, o Settis); e per esempio in questi giorni. Grillo e Casaleggio non hanno imposto alcuna scelta: la maggioranza dei parlamentari 5 Stelle è d'accordo con la loro linea dura. Non è d'accordo invece la maggioranza degli elettori, e una delle anomalie del M5S è proprio questa sfasatura tra rappresentanti e votanti.

Non c'è nulla di strano nell'incontro di Renzi con Berlusconi: è solo l'allievo che omaggia il maestro, nei confronti del quale prova "profonda sintonia". Berlusconi non ha bisogno di chiedere alla figlia Marina di candidarsi per avere un erede in politica: lo ha già trovato nel sindaco part-time di Firenze. Renzi ha però ragione, e tanta, quando dice che prima di incontrare Berlusconi ha bussato alla porta dei 5 Stelle. I quali, con aria saputella, hanno risposto sdegnati: "Le leggi si discutono in Parlamento e non al Nazareno", "Renzi caccia i soldi", bla bla bla. É molto bella, e molto nobile, l'idea dei 5 Stelle di consultare la base online per capire quale legge elettorale sia preferibile. Se lo facesse anche Renzi, scoprirebbe che il suo "Italicum" (o piuttosto "Verdinum") piace assai poco a chi un mese fa gli ha regalato una investitura plebiscitaria.

Solo che, mentre i 5 Stelle stanno sopra gli alberi come tanti baroni rampanti di calviniana memoria, gli altri non perdono tempo: nuova legge elettorale, e già che ci sono Titolo V da cambiare, e pure il Senato da abolire. Sotto la foto del Che Guevara, al Nazareno, si è seduto Berlusconi: se Ernesto lo avesse saputo, avrebbe certo evitato di andare in Bolivia (se non in villeggiatura). Se al suo posto ci fossero stati Di Maio o Morra, Di Battista o Taverna, avremmo ora una storia diversa: una storia migliore. E il bluff renziano sarebbe oggi manifesto.

Invece, mentre buona parte dei giornalisti si esibisce nel suo sport preferito (l'inchino al potente, ieri Berlusconi e oggi Berluschino), i 5 Stelle stanno alla finestra. Come a marzo. Non solo: ora che Renzi prosegue spedito nella sua guerra lampo, così accecato dalla sua ambizione da non accorgersi che il "Verdinum" può regalare un'altra vittoria a Berlusconi (costringendo Ncd e Lega ad accordarsi con lui), Grillo fa ironia. Parla di "Pregiudicatellum", e fa bene, perché è allucinante che la cosiddetta Terza Repubblica abbia come padre costituente un pregiudicato. Ieri Piero Calamandrei, oggi Silvio Berlusconi: roba da suicidarsi.

C'è però poco da ironizzare, perché quello dei 5 Stelle è se va bene cinismo sperticato e se va male miopia politica clamorosa. Se l'obiettivo dei 5 Stelle è fare opposizione in eterno, o vincere il premio dei mejo fighi del bigoncio, hanno pochi rivali; se però si intende anche cambiare davvero le cose, ogni tanto occorrerebbe essere appena elastici. Per meglio dire concreti. E - sì - anche un po' furbi (che non vuol dire incoerenti). Il "Verdinum" è un obbrobrio, ma sono stati anche i 5 Stelle a consegnare Renzi all'abbraccio di Berlusconi. Grillo e Casaleggio tutto sono fuorché stupidi. Sanno, per esempio, che il "Verdinum" potrebbe paradossalmente agevolarli. Al ballottaggio potrebbero finirci pure loro, se nel frattempo Renzi e Renzi (pardon Berlusconi) deluderanno. E al ballottaggio tutto è possibile. Grillo, dal canto suo, pare orientato a un nuovo tour (a pagamento).

Forse perché si sta annoiando della politique politicienne, forse perché ha bisogno dell'adrenalina da palcoscenico, forse - come sostengono i detrattori - per far cassa. I "dissidenti", come Lorenzo Battista, ammettono che una grande occasione è stata persa, e nel loro dissenso non si scorgono le fattezze del voltagabbanismo à la Favia o Gambaro, ma piuttosto un naturale buon senso. Sono giorni decisivi, e spiace che i 5 Stelle si siano messi all'angolo da soli. Hanno meriti enormi e potenzialità considerevoli. Ogni tanto, però, quando il treno passa, bisognerebbe provare a salirci. Non solo limitarsi a prendere a schiaffi i viaggiatori che si sporgono dal finestrino, come tanti Ugo Tognazzi 2.0.

2. COSÌ IL FATTO SI È PERSO IL DOTTOR GRIBBELS
Da ‘Il Foglio'

Smacchiare o non smacchiare Beppe Grillo, questo il dilemma per il Fatto, quotidiano che da un lato voleva un M5s duro e puro e dall'altro un M5s duro ma aperto al dialogo (evitare di mettersi "in freezer", era il consiglio di Marco Travaglio). E infatti, nell'ultimo anno, il Fatto è passato dall'endorsement convinto al sostegno guardingo (con fastidio per "i nomi non fatti" nelle consultazioni con Giorgio Napolitano), alla critica occasionale per gaffe ed epurazioni ("suicidio di massa", aveva scritto Travaglio dopo l'allontanamento di Adele Gambaro), allo sconcerto per i vertici del M5s che sconfessano gli eletti sul reato di clandestinità (in autunno).

Ma poi il Fatto, in nome dell'anticasta e del "no" al governo "Letta-Napo", sempre perdonava l'imperfezione del Grillo. Solo che adesso, con Matteo Renzi in accelerazione sulla scena, s'è fatta evidente la disillusione nei confronti di colui che "non va a vedere le carte" (già a fine dicembre Travaglio si rammaricava per il sonoro "vaffa" di Beppe alle prime offerte di dialogo di Renzi). E domenica scorsa l'entente cordiale Fatto-Grillo ha subìto il grande scossone: "Renzi", ha scritto Travaglio, "s'è rivolto innanzitutto a Grillo che ha commesso un grave errore nel rispondere picche, rinchiudendosi autisticamente nel web-referendum fra gli iscritti...".

Ieri il bis, pur con bastonate a Renzi: "... il M5s poteva andare a vedere le sue carte sul Mattarellum e portarlo a casa". E se il Fatto, già chiamato "falso amico" sul blog del comico, è in linea con i cosiddetti dissidenti a cinque stelle, questo non scioglie il rompicapo: il Grillo smacchiato scontenta i puristi, ma il Grillo non smacchiato rischia l'irrilevanza.

 

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