SIGNORI, SAPPIATE CHE SIAMO GUERRA - ACCORDO PD, PDL, CENTRINO E MONTI: L’ITALIA IN MALI AL FIANCO DI HOLLANDE - MISSIONE (PER ORA) DI “SUPPORTO”: DUE AEREI C-130 PER TRASPORTO DI UOMINI E MEZZI, UN 767 DA RIFORNIMENTO IN VOLO E 24 “ISTRUTTORI” PER ADDESTRARE I MILITARI DEL MALI. È L’AIUTO PIU’ CONSISTENTE ALLA FRANCIA - BARBARA SPINELLI: “L’EUROPA È ENTRATA IN UNA NUOVA ERA DI GUERRE NEO-COLONIALI MA I POLITICI TACCIONO”…

1- DA ROMA TRE AEREI A DISPOSIZIONE PER IL SUPPORTO AI FRANCESI IN MALI
Maurizio Caprara per il "Corriere della Sera"

Con circospezione, alla fine, Pdl, Pd e Udc hanno fatto in modo che la Camera autorizzasse il governo a fornire alla Francia, e agli africani impegnati ad aiutarla, un «supporto logistico» per combattere le milizie fondamentaliste islamiche nel Nord del Mali.
Le nostre forze armate possono prepararsi a mandare un massimo di 24 istruttori in due missioni europee predisposte per l'addestramento dei militari maliani.

Ai Paesi che contrastano e contrasteranno i guerriglieri di «al Qaeda nel Maghreb» e i loro alleati potranno poi essere messi a disposizione due aerei C-130 per trasporto di uomini e mezzi più un 767 «per il rifornimento in volo sul Mediterraneo, nonché eventualmente tra il Mali e altri Stati della Comunità economica degli Stati dell'Africa Occidentale.
In termini di strumenti, è un po' più di quanto hanno annunciato la Germania (due aerei da trasporto, ai quali aggiungerà finanziamenti) e gli Stati Uniti (un aereo e appoggio logistico, gli Usa hanno un problema giuridico nell'aiutare un governo nato da un golpe).

Però la quindicina di istruttori prevista al momento sulla base del decreto di finanziamento delle missioni (convertito in legge dalla Camera con 384 «sì», 24 «no» e 13 astenuti) e i tre aerei in tutto (da utilizzare «per un periodo iniziale di due mesi, estendibile a tre», come si legge in un ordine del giorno approvato dalla Camera) sono poca roba se si considera che il ministro degli Esteri Giulio Terzi ha definito di «gravi proporzioni» e di «tempi lunghi» la crisi del Mali. Così l'ha descritta nel proporre alle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato, con il suo collega Giampaolo Di Paola, la sostanza del contributo italiano. E nessuno ha contrastato la valutazione.

Il Mali confina con l'Algeria, dalla quale importiamo il 35% del gas naturale consumato da noi, ed è vicino alla Libia, dalla quale da decenni acquistiamo petrolio. Le dimensioni relativamente modeste di una decisione sul rischio di tracollo di uno Stato così hanno due spiegazioni: gli scarsi margini di manovra mentre il governo italiano è in carica per gli affari correnti e la legislatura è alla fine, alcuni dubbi non dichiarati sull'opportunità di immergersi troppo in una guerra non troppo lontana da casa.

Da una parte, il governo si è indubbiamente dato da fare per non far mancare un segno di appoggio alla Francia. Non soltanto schierando i due ministri nelle commissioni. Pur di vigilare ieri a Montecitorio con il collega Staffan de Mistura sull'approvazione del decreto-missioni e gli istruttori, il sottosegretario agli Esteri Marta Dassù ha accorciato un viaggio in Cina per l'Expo 2015. Dall'altra parte, i principali partiti hanno permesso al governo di andare avanti sul Mali senza tuttavia spingerlo a correre.

Il Consiglio dei ministri, nel pomeriggio, non ha varato sugli aerei da fornire il decreto legge che di mattina Terzi aveva dato per possibile. Può essere che subito non serva (sulla Libia nel 2011 gli aerei partirono in base a una risoluzione) o che richieda tempo. Ma è bene tener presenti i chiaroscuri della giornata.

Non era scontata l'approvazione a larga maggioranza dell'ordine del giorno che «impegna il governo» a fornire «vettori aerei per supporto logistico» in virtù della «risoluzione 2085 del Consiglio di sicurezza dell'Onu che (...) chiede a tutti gli Stati membri di fornire urgentemente assistenza coordinata al governo maliano».

Di questo documento firmato anche da Francesco Tempestini per il Pd e Ferdinando Adornato dell'Udc, il primo firmatario è stato Franco Frattini, formalmente ancora iscritto al gruppo del Pdl e tuttavia uscito dal partito. La formazione di Berlusconi ha votato «sì», però, in qualche modo, mettendosi i guanti.


2- L'EUROPA BENDATA ALLA GUERRA D'AFRICA
Barbara Spinelli per "la Repubblica"

È impressionante il mutismo che regna, alla vigilia delle elezioni in Italia e Germania, su un tema decisivo come la guerra. Non se ne parla, perché i conflitti avvengono altrove. Eppure la guerra da tempo ci è entrata nelle ossa.

Non è condotta dall'Europa, priva di un comune governo politico, ma è ormai parte del suo essere nel mondo. Se alla sterminata guerra anti-terrorismo aggiungiamo i conflitti balcanici di fine '900, sono quasi 14 anni che gli Europei partecipano stabilmente a operazioni belliche. All'inizio se ne discuteva con vigore: sono guerre necessarie oppure no? E se no, perché le combattiamo? Sono davvero umanitarie, o distruttive? E qual è il bilancio dell'offensiva globale anti-terrore: lo sta diminuendo o aumentando?

I politici tacciono, e nessuno Stato europeo si chiede cosa sia quest'Unione che non ha nulla da dire in materia, concentrata com'è sulla moneta. L'Europa è entrata in una nuova era di guerre neo-coloniali con gli occhi bendati, camminando nella nebbia.

Le guerre - spesso sanguinose, di rado proficue - non sono mai chiamate per nome. Avanzano mascherate, invariabilmente imbellite: stabilizzeranno Stati fatiscenti, li democratizzeranno, e soprattutto saranno brevi, non costose. Tutte cose non vere, nascoste dalla strategia del mutismo. A volte le operazioni sono decise a Washington; altre volte, come in Libia, son combattute da più Stati europei. Quella iniziata il 12 gennaio in Mali è condotta dalla Francia di Hollande, con un appoggio debole di soldati africani e con il consenso - ex post - degli alleati europei.

Nessun coordinamento l'ha preceduta, in violazione del Trattato di Lisbona che ci unisce (art. 32, 347). Quasi automaticamente siamo gettati nelle guerre, come si aprono e chiudono le palpebre. La mente segue, arrancando. C'è perfino chi pomposamente si chiama Alto rappresentante per la politica estera europea (parliamo di Katherine Ashton: quando sarà sostituita da una personalità meno inutile?) e ringrazia la Francia ma subito precisa che Parigi dovrà fare da sé, «mancando una forza militare europea». Fotografa l'esistente, è vero, ma occupando una carica importante potrebbe pensare un po' oltre.

Molte cose che leggiamo sulle guerre sono fuorvianti: simili a bollettini militari, non sono discutibili nella loro perentoria frammentarietà. Invitano non a meditare l'evento ma a constatarlo supinamente, e a considerare i singoli interventi come schegge, senza rapporti fra loro. Anche in guerra prevalgono esperti improvvisati e tecnici. L'interventismo sta divenendo un habitus europeo, copiato dall'americano, ma di questa trasformazione non vien detta la storia lunga, che connetta le schegge e rischiari l'insieme.

Manca un pensare lungo e anche ampio, che definisca chi siamo in Africa, Afghanistan, Golfo Persico. Che paragoni il nostro pensare a quello di altri paesi. Che studi la politica cinese in Africa, così attiva e diversa: incentrata sugli investimenti, quando la nostra è fissa sul militare. Scarseggia una veduta cosmopolita sul nostro agire nel mondo e su come esso ci cambia.

Una vista ampia e lunga dovrebbe consentire di fare un bilancio freddo, infine, di conflitti privi di obiettivi chiari, di limiti spaziali, di tempo: che hanno dilatato l'Islam armato anziché contenerlo, che dall'Afghanistan s'estendono ora al Sahara-Sahel. Che nulla apprendono da errori passati, sistematicamente taciuti. I nobili aggettivi con cui agghindiamo l'albero delle guerre (umanitarie, democratiche) non bastano a celare gli esiti calamitosi:
gli interventi creano non ordine ma caos, non Stati forti ma ancora più fallimentari.

Compiuta l'opera i paesi vengono abbandonati a se stessi, non senza aver suscitato disillusione profonda nei popoli assistiti. Poi si passa a nuovi fronti, come se la storia delle guerre fosse un safari turistico a caccia di esotici bottini. Il Mali è un caso esemplare di guerra necessaria e umanitaria. In questo decennio l'aggettivo umanitario s'è imbruttito, ha perso l'innocenza, e annebbia la storia lunga: le politiche non fatte, le occasioni mancate, le catene di incoerenze.

Era necessario intervenire per fermare il genocidio in Ruanda, nel '94, e non si agì perché l'Onu ritirò i soldati proprio mentre lo sterminio cominciava. Fu necessario evitare l'esodo - verso l'Europa - dei kossovari cacciati dall'esercito serbo. Ma le guerre successive non sono necessarie, visto che manifestamente non fermano i terroristi. Non sono neppure democratiche perché come si spiegano, allora, l'alleanza con l'Arabia Saudita e l'enormità degli aiuti a Riad, più copiosi di quelli destinati a Israele? Il regno saudita non solo non è democratico: è tra i più grandi finanziatori dei terrorismi.

La degenerazione del Mali poteva essere evitata, se gli Europei avessero studiato il paese: considerato per anni faro della democrazia, fu sempre più impoverito, portandosi dietro i disastri delle sue artificiali frontiere coloniali. Aveva radici antiche la lotta indipendentista dei Tuareg, culminata il 6 aprile 2012 nell'indipendenza dell'Azawad a Nord. Per decenni furono ignorati, spregiati.

Per combattere un indipendentismo inizialmente laico si accettò che nascessero milizie islamiche, ripetendo l'idiotismo esibito in Afghanistan. Sicché i Tuareg s'appoggiarono a Gheddafi, e poi agli islamisti: unico punto di riferimento, furono questi ultimi a invadere il Nord, all'inizio 2012, egemonizzando e stravolgendo - era prevedibile - la lotta tuareg. È uno dei primi errori dell'Occidente, questa cecità, e quando Prodi approva l'intervento francese dicendo che «non esistevano alternative all'azione militare», che «si stava consolidando una zona franca terroristica nel cuore dell'Africa», che gli indipendentisti «sono diventati jihadisti», dice solo una parte del vero.

Non racconta quel che esisteva prima che la guerra fosse l'unica alternativa. I Tuareg non sono diventati terroristi; blanditi dagli islamisti, sono stati poi cacciati dai villaggi che avevano conquistato. La sharia, nella versione più cruenta, è invisa ai locali e anche ai Tuareg (sono tanti) non arruolati nell'Islam radicale. Vero è che all'inizio essi abbracciarono i jihadisti, e un giorno questa svista andrà meditata: forse l'Islam estremista, col suo falso messianismo, ha una visione perversa ma più moderna, della crisi dello Stato-nazione. Una visione assente negli Europei, nonostante l'Unione che hanno edificato.

Ma l'errore più grave è non considerare le guerre dell'ultimo decennio come un tutt'unico. L'azione in un punto della terra ha ripercussioni altrove, i fallimenti in Afghanistan creano il caso Libia, il semifallimento in Libia secerne il Mali. Il guaio è che ogni conflitto comincia senza memoria critica dei precedenti: come scheggia appunto. In Libia il trionfalismo è finito tardi, l'11 settembre 2012 a Bengasi, quando fu ucciso l'ambasciatore Usa Christopher Stevens. Solo allora s'è visto che molti miliziani di Gheddafi, tuareg o islamisti, s'erano trasferiti nell'Azawad. Che la guerra non era finita ma sarebbe rinata in Mali, come in quei film dell'orrore dove i morti non sono affatto morti.

È venuta l'ora di riesaminare quel che vien chiamato interventismo umanitario, democratico, antiterrorista. Un solo dato basterebbe. Negli ultimi sette anni, il numero delle democrazie elettorali in Africa è passato da 24 a 19. Uno scacco, per Europa e Occidente. Intanto la Cina sta a guardare, compiaciuta. La sua presenza cresce, nel continente nero. Il suo interventismo per ora costruisce strade, non fa guerre.

È colonialismo e lotta per risorse altrui anch'esso, ma di natura differente. Resilienza e pazienza sono la sua forza. Forse Europa e Stati Uniti si agitano con tanta bellicosità per contendere a Pechino il dominio di Africa e Asia. È un'ipotesi, ma se l'Europa cominciasse a discutere parlerebbe anche di questo, e non sarebbe inutile.

 

 

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