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SULLE TRACCE DEL VENERABILE - MARCINKUS, CALVI, WOJTYLA E PERTINI, L'AMBROSIANO, LA P2. LE FUGHE, LE EVASIONI, I MILIONI IN SVIZZERA - GELLI: ''MARCINKUS CONOSCEVA I SEGRETI DEL VATICANO E PROCURAVA FONDI CON L'OBOLO DI SAN PIETRO. ERA LUI IL VERO PAPA''

INTERVISTA DI MAURIZIO COSTANZO A LICIO GELLIINTERVISTA DI MAURIZIO COSTANZO A LICIO GELLI

Leonardo Coen per il “Fatto Quotidiano

 

L' enigmatico Venerabile decise, quel giorno, di interpretare al meglio se stesso: ossia di dire senza dire, di alludere senza concedere, di insinuare senza confermare. Impersonava il ruolo del "gran Burattinaio", come si era definito in un' intervista, con la discrezione di chi è abituato ai segreti, al doppio, al triplo gioco. Un Gran Maestro degli inganni. Lasciava così abilmente intendere d' essere ancora al centro dei poteri occulti, di gestire un' oligarchia invisibile dai tentacoli sviluppatissimi, che si estendevano ovunque ed erano senza alcun controllo pubblico.

 

licio gelli licio jedilicio gelli licio jedi

Un atteggiamento che ha mantenuto sino alla morte. D' altra parte, a villa Wanda i magistrati Gherardo Colombo e Giuliano Turone, avevano trovato che nelle liste della P2 , tra i 962 affiliati c' erano 52 alti ufficiali dei carabinieri, 50 dell' esercito, 37 della Guardia di Finanza, 29 della marina, 11 questori, 5 prefetti, 70 imprenditori, 10 presidenti di banca, 3 ministri in carica, 2 ex ministri, il segretario di un partito di governo, 38 deputati, 14 magistrati. Mai dimenticarlo.

licio gelli licio gelli

 

Era il 13 febbraio del 1990, un martedì freddo ma molto luminoso: veniva voglia di andare a sciare. Invece stavo ascoltando gli slalom dialettici del Gran Maestro in una saletta riservata del Jolly hotel di largo Augusto, a metà strada tra piazza del Duomo e il Palazzo di Giustizia, nel cuore di una Milano che di lì a poco avrebbe conosciuto lo tsunami di Mani Pulite.

 

Dal 17 marzo del 1981, il giorno della perquisizione, Gelli era rimasto latitante per 500 giorni, sino al 13 settembre del 1982, quando era stato arrestato in una banca di Ginevra, la sede centrale dell' Ubs, dove disponeva di ben 490 milioni di franchi.

LICIO GELLI LICIO GELLI

 

Poi, nella notte tra il 9 e il 10 agosto 1983, la fuga beffarda dal supercarcere di Champ Dollon: ventimila franchi al secondino Edouard Ceresa, 15mila per l' elicottero che da Annemasse l' aveva portato, con altre due persone, a Monaco. Nella vicinissima Villefranche-sur-mer possedeva la splendida villa "Espalmador", a Cannes, un appartamento. Lo segnalano in Sudamerica: depistaggi.

 

Ogni volta, ne seguo le tracce, convinto che si nasconda in Costa Azzurra. Sino al settembre dell' 87: si costituisce a Ginevra, sicuro dell' impunità. L' estradizione arriva a febbraio dell' 88. Finisce in carcere, a Parma. Qui uno psichiatra lo descrive, in un rapporto del 17 febbraio, come un "paziente vigile, orientato nello spazio e nel tempo, sintonico, collaborante". Nessun sintomo depressivo, si preoccupava solo di essere curato. Di lì a poco l' avrebbero scarcerato per ragioni di salute.

 

Licio GelliLicio Gelli

"Dunque, sta scrivendo con Leo Sisti un libro su Marcinkus, lo Ior, i rapporti con l' Ambrosiano di Roberto Calvi. Che volete sapere da me?", domandò maliziosamente. Aveva un tono di voce suadente, cortese; l' inconfondibile accento toscano favoriva la parlantina: appariva affabile, di ottimo umore. Il telefono squillava in continuazione e lui, ogni volta, si scusava per l' interruzione. Si allontanava, seguito da due nerborute guardie del corpo.

 

Rientrava, senza lasciar trapelare nulla delle sue conversazioni. Discrezione assoluta, il che aumentava l' aura di mistero che lo circondava e che lo compiaceva. Ma gli occhi, piccoli, mobilissimi, ti scrutavano freddamente dietro le lenti dei suoi occhiali cerchiati d' oro. Gettò l' amo, così, per saggiare le acque.

"A volte incontravo per colazione Calvi, spesso lo vedevo arrabbiato, soprattutto quando tornava dagli incontri che aveva allo Ior. Mi diceva: se le cose dovessero andare male, l' altissimo se ne dovrà andare dall' Italia".

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L' altissimo?

"Ma sì, il papa", butto lì, sorseggiando un cappuccino.

Due anni prima, gli avevano diagnosticato l' ischemia miocardica che gli aveva spalancato la porta della cella. Ora pareva rinato. C' era un via vai di postulanti, amici, fedelissimi. Ogni tanto faceva capolino un legale. Dalla Svizzera, disse, l' aveva chiamato lo scrittore Franco Enna. Un po' in disparte, stava il deputato democristiano Egidio Carenini, che era nella lista P2 .

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"Era giù di morale, il mio amico Calvi quando tornava dallo Ior", ripeté, "allora si sfogava con me, diceva che l' unica soluzione per quelli là sarebbe stata la vendita delle loro opere d' arte. Una volta mi confidò d' essere molto preoccupato. Doveva pagare una fattura di 80 milioni di dollari al movimento sindacale polacco Solidarnosc. Aveva solo una settimana di tempo per versare il denaro. Diceva così: una fornitura. Doveva essere il mese di settembre del 1980, quando ci si vedeva all' Excelsior di Roma…".

 

MARCINKUS MARCINKUS

Sospirò. Per lasciar credere che avesse nostalgia di quegli anni d' oro… "Calvi era sempre un po' ermetico", aggiunse e pensai: senti chi parla. "Sì, ermetico. Lo diventava ancor di più nei momenti di crisi. La mania della riservatezza era tale che il Vaticano per lui diventava una parola tabù. Così diceva: oltremare, oltremare non hanno soldi. Io non gli chiedevo nulla per saperne di più. E lui non mi ha mai detto quali canali usasse per fare avere quel denaro. Calvi era un tipo schivo, cauto, sospettoso. Aveva l' ossessione per la riservatezza". Tale e quale lui.

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Andò al punto: "La bancarotta dell' Ambrosiano?". Pigliò una pausa. Teatrale.

"Io non sono innocente", disse. "Sono estraneo. E Marcinkus non l' ho mai conosciuto. Cercate oltre la semplice responsabilità… per esempio, quali erano i veri motivi dell' incontro tra papa Wojtyla e Pertini nell' 82? Lo rivelo io: hanno discusso dello Ior. Il Vaticano ha poi dato 250 milioni di dollari alle altre banche creditrici estere e in questo modo ha riconosciuto implicitamente la sua responsabilità".

 

Una versione che lo stesso presidente Pertini mi aveva smentito, in diverse occasioni. Gelli era un manipolatore, un virtuoso del verosimile. Diffondeva il virus della disinformazione, accreditava la logica del cospirazionismo (tanto in voga sul web dei nostri giorni). In lui captavi la passione del complotto.

ROBERTO CALVI ROBERTO CALVI

 

"Hanno voluto portar via l' Ambrosiano per quattro soldi", disse. Un refrain sempreverde (non l' abbiamo sentitolo per il caso Etruria?). Ci mise una metafora bellica: "Fu come l' esplosione di una carica con le polveri bagnate". Un po' poco, come prova.

"L' Ambrosiano non era insolvente come volevano far credere. C' era un pool di banche che lo volevano rilevare per un tozzo di pane. Non era un cadavere da seppellire ma un corpo sano, vivo e vegeto".

 

Di chi era allora la colpa?

ROBERTO CALVI ROBERTO CALVI

"Il presidente dello Ior era un uomo tutto d' oro", rispose, senza citare il nome di Marcinkus. "Conosceva a fondo i segreti del Vaticano al quale procurava i fondi con le offerte dell' obolo di San Pietro, e questo rafforzava la sua posizione di potere. Era lui il vero papa. Si era messo in condizione di essere insostituibile, per questo era ancora lì". Lo sottolineò, forse con una punta d' invidia.

ROBERTO CALVI E MOGLIE CON PAOLO VI ROBERTO CALVI E MOGLIE CON PAOLO VI

 

Lanciò uno sguardo al suo Rolex d' oro. Tempo di congedo. Il Venerabile tornò ad essere l' Inafferrabile nel 1998. Ai primi di maggio l' avevano condannato definitivamente a 12 anni per il crack dell' Ambrosiano. Il 13 settembre lo fermano a Cannes, in boulevard Carnot. A due passi dalla questura. Aveva una barba bianca, alla Hemingway. Gli dona. Dice d' essere uno scrittore, di chiamarsi Mario Bruschi. Poi, si arrende. Qualche tempo dopo mi viene recapitato un libro: "La verità". Di Licio Gelli. La sua, ovviamente.

 

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