MA IL CACCIARI CHE OGGI SI LAMENTA DEL MOSE, NON LO POTEVA BLOCCARE QUANDO ERA SINDACO? FA SEMPRE QUELLO CHE NON SAPEVA... CI FA O C'È?

1 - UN FIUME DI SOLDI SU VENEZIA "MA GLI ENTI PUBBLICI NON VIGILANO"
Eleonora Vallin per "la Stampa"

Venezia è una città che ha sempre vissuto su una scommessa: che l'acqua non l'assalga. Ma ci sono eventi-trauma da cui non si può prescindere e l'alluvione del 1966 ha cambiato il suo destino. «Venezia, più di altre città di mare, conta perché ha un Porto, un aeroporto e una Laguna su cui ha investito dagli anni '70 quando il ricordo dell'inondazione era molto forte» spiega Franco Migliorini, docente Ca' Foscari ed esperto di pianificazione territoriale.

Su questi tre asset, Porto-aeroporto-Mose, «si è creato un sistema pilotato da Roma e su cui, a livello locale, non si decide più nulla». Francesco Giavazzi arrivò persino a scrivere che «il suo sindaco è ormai ridotto a un soprammobile» perché «non sfiora neppure un centesimo del fiume di denaro che ogni anno viene riversato in Laguna». «Il vero potere - spiegava l'economista anni fa - sta nelle mani del Consorzio Venezia Nuova (a cui è in capo il Mose, ndr). È il Consorzio a decidere i destini del capoluogo».

Il giorno dopo lo scandalo del Mose, dopo gli arresti e i sospetti, la città si interroga su cosa sta succedendo all'ombra di san marco. E per capirlo bisogna partire da qui, dalla Legge speciale varata nel 1973 per aiutare una città speciale. «Una volta serviva a Venezia; ora è destinata al Mose - spiega Migliorini - Siamo di fronte a una città assistita per le grandi opere ma non per le piccole. Lo schema politico si gioca fuori Laguna, mentre in città il sistema è chiuso e autoreferenziale».

Ma per Cesare De Michelis, editore veneziano della Marsilio «l'aeroporto è stato privatizzato e quindi non può essere democraticamente gestito, e il Mose fu un progetto così complesso da gestire che, quando fu concepito 30 anni fa, le forze politiche del Paese - e non della città - crearono un Consorzio ad hoc. Che è un concessionario in larga parte pubblico perché le imprese che vi facevano parte erano in larga parte pubbliche».

«Non mi voglio sostituire a chi dovrà giudicare- dice De Michelis - ma la mia valutazione è che in questa città, le poche cose che funzionano sono quelle in concessione; mentre non funziona ciò che è gestito dal pubblico: come l'Actv o il Casinò». Nel caso invece del Consorzio si è davanti, dicono i più, a una «mostruosità giuridica d'altri tempi»: perché non è un concessionario che vince una gara pubblica e poi deve misurarsi sul mercato.

«Il Mose non genera proventi, è un'anomalia - riferiscono gli esperti - a cui sono arrivate immense risorse, tali da creare una ricchezza enorme per un sistema di imprese. L'effetto è che se molti soffrono, queste aziende hanno una liquidità diversa dai competitor».

I flussi di denaro sono ingenti in Laguna. A partire da quello prelevato dalle tasche dei turisti. Ma c'è una spirale di costi sempre maggiori. Il Comune sta alienando immobili e partecipazioni. I veneziani ormai sono pochi: ben sotto la soglia dei 60mila a fronte di ondate di turisti. Il giornalista economico John Kay del FT anni fa scrisse che Venezia «doveva essere amministrata come una città turistica e non come un comune».

E fu polemica perché lanciò l'idea di far pagare 50 euro a testa per entrare, come a Disneyland. Oggi il tenore delle osservazioni fuori confine è diverso. È di poche settimane fa infatti lo J'accuse di Anna Somers Cocks sulla The New Yorker review of books . «Il problema di Venezia sta in un elenco di entità frammentate e responsabili, riunite solo nel "Comitatone" che fa politica ma non amministra fondi. Serve un unico ente e con forti poteri che agisca in modo coordinato» dice Cocks. «Il sindaco ha poco potere è vero - chiude Somers - ma dimentica che se parlasse al mondo ne avrebbe molto perché Venezia è un bene globale. La città da sola non ne uscirà. A meno che Roma non prenda in mano la situazione».

2 - CACCIARI: MAXI OPERA INUTILE MI RICORDA IL PONTE SULLO STRETTO MA NESSUNO MI HA ASCOLTATO
Rodolfo Sala per "la Repubblica"

Da sindaco di Venezia, è sempre stato un fiero oppositore del progetto Mose. E adesso che si è scatenata la bufera giudiziaria sui vecchi vertici del Consorzio, Massimo Cacciari non le manda certo a dire, ricordando di avere predicato nel deserto «per vent'anni». Ma più che all'indirizzo degli indagati, il suo è un atto d'accusa che riguarda la politica: «Quella di destra e quella di sinistra; su quell'operazione erano tutti d'accordo, e io sono rimasto inascoltato».

Il tempo le ha dato ragione, professor Cacciari? Soddisfatto della piega che hanno preso gli eventi con l'ultima ondata di arresti?
«No, guardi, il punto non è questo. Quando arrivano gli avvisi di garanzia e i provvedimenti cautelari dispiace sempre. Del resto le mie denunce non hanno mai riguardato l'aspetto penale della vicenda»,

Dunque?
«Al di là di tutto questo, c'è una cosa che mi preme sottolineare. In questa storia c'è stato chi ha sostenuto con forza le ragioni del no al progetto. L'ho fatto per troppi anni, fin dall'inizio, producendo una valanga di documentazione che resta agli atti. Non ho mai denunciato nessuno, non era il mio compito. Mi è sempre interessato il merito del problema, che ho posto in via ufficiale, nelle sedi giuste».

Senza grandi risultati.
«Già. Ricordo quando fui convocato a Roma al comitato interministeriale, il presidente del Consiglio era Prodi, nel suo secondo governo. Ho votato contro il progetto, in coerenza con quello che avevo sempre sostenuto. Ma l'hanno approvato».

Le ragioni di questa sua contrarietà?
«Le ho esposte anche quella volta, sono andato avanti per anni, a sostenere due cose ».

La prima?
«Quell'opera presentava delle criticità evidenti, anche sotto il profilo tecnico. C'era un rischio evidentissimo, fin dall'inizio: che servisse a ben poco anche per arginare il fenomeno dell'acqua alta».

E poi?
«Il secondo aspetto riguarda le procedure adottate. Ho sempre sostenuto che la decisione di costituire un consorzio era tale da prefigurare condizioni molto favorevoli a pratiche monopoliste».

E cioè?
«Se sei l'unico appaltatore e incentri tutto sul Mose, è chiaro che fai quello che vuoi. Non ho mai detto che questo fosse illegittimo, ho denunciato che era profondamente sbagliato. E sono stato il solo a dirlo. Li ho avuti tutti contro, i governi di centrodestra e quelli di centrosinistra, e pure la grande stampa al completo. È stato un fallimento bipartisan, come ricordai nell'agosto del 2006, dopo la ricognizione del Cipe che confermò quel che dissi addirittura nel ‘94».

Quasi vent'anni fa...
«Si capiva benissimo già allora che stavano dando il via a un'impresa costosissima senza avere la più pallida idea di come tirare fuori i soldi necessari, sia per la costruzione dell'opera che per la sua manutenzione».

Tutto sbagliato?
«Tutto: il metodo, le procedure, l'approccio politico».

Si è fatto un'idea del perché di questa scelta?
«Semplicissimo: perché c'erano sei miliardi di lavori tutti concentrati in un'opera unica. E c'era una sola stazione appaltante. La politica è stata d'accordo».

Ma non è un'opera utile, il Mose?
«Non con quelle procedure. Se devo trovare un'analogia tra il Mose e un'altra opera mi viene in mente un'altra cosa che ha del clamoroso».

Quale?
«Il Ponte sullo Stretto. Tutto concentrato, un unico appaltatore. Ma del Ponte almeno non si parla più».

 

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