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“TEMPI” DA LUPI – IL SETTIMANALE CL: “SUI MEDIA È SOLTANTO LA FIERA DEI RICATTI. SI PRENDONO CENTO INTERCETTAZIONI E SE NE PUBBLICA UNA. LE ALTRE 99 SI USANO ALL’OCCORRENZA” - E TIRA IN BALLO BURCHI CHE AZIONA IL PIDDINO CIVATI PER UN’INTERPELLANZA CONTRO PEROTTI E INCALZA

Dal settimanale “Tempi” di Luigi Amicone

 

MOGLIE LUPIMOGLIE LUPI

A Firenze si celebra il processo dell’1 per cento. Il processo Incalza-Perotti. Sui media è soltanto la fiera dell’est dei ricatti. È anche questo il circo mediatico-giudiziario. Le notizie spariscono dai giornali, però rimangono nei cassetti delle redazioni e dei palazzi di Stato. Si prendono cento intercettazioni e se ne pubblica una. Le altre novantanove si usano all’occorrenza. Per saperlo bisogna aver letto le carte depositate dai pm. Per una volta, anche Tempi ha deciso di leggerle tutte, o quasi (sono migliaia di pagine).

 

FRANCESCO CAVALLOFRANCESCO CAVALLO

Paragonando le carte a quanto uscito sulla stampa, si può dire che esistono più processi. Il primo, mediatico e politico, ha portato alle dimissioni del ministro dei Trasporti Maurizio Lupi. Il secondo, è un processo silenzioso che riguarda il Pd. Il terzo è un processo reale che ha portato all’arresto preventivo dell’ingegner Stefano Perotti e del consulente ministeriale Ercole Incalza e agli arresti domiciliari di Sandro Pacella, collaboratore di Incalza, e di Francesco Cavallo, manager e amico di lunga data dell’ex ministro Lupi. In tutto ci sono una cinquantina di indagati.

 

Cosa non è questo processo? Non c’è il “sistema”. È un procedimento penale nei confronti del duo Incalza-Perotti, accusato dai pm di associazione a delinquere (bocciata dal giudice per le indagini preliminari), di corruzione, di tentate induzioni indebite e altri reati.

 

Il processo Incalza-Perotti

LUPI CONTESTATOLUPI CONTESTATO

L’indagine della procura di Firenze nasce dall’inchiesta sui grandi eventi (non ancora concluso) che coinvolgeva, fra gli altri, Angelo Balducci (dirigente ministeriale) e Guido Bertolaso (Protezione Civile), che ha portato nel 2010 alla carcerazione preventiva di quattro persone.

LUPI INCALZALUPI INCALZA

 

Nasce anche dall’inchiesta sul nodo dell’alta velocità di Firenze, che ha portato nel settembre 2013 agli arresti domiciliari di Maria Rita Lorenzetti, presidente di Italferr. Si tratta della terza inchiesta aperta dalla procura di Firenze sul tema “Grandi Opere”, il terzo ordine di custodia cautelare in cinque anni, scaturito da indagini che, in un modo o nell’altro, si susseguono da almeno sette anni, senza essere giunti ad alcuna sentenza definitiva. Nel caso di Perotti il Gip ritiene non adeguate le sole misure interdittive e che «il termine di sei mesi previsto dal secondo comma dell’art. 308 del c.p.p appare troppo modesto per fronteggiare adeguatamente la minaccia».

 

Luigi Amicone Luigi Amicone

Il processo Incalza-Perotti nasce anche da una delazione anonima inviata alla procura di Firenze. Ne dà conto l’Agenzia delle Entrate, parlando di una prima nota del Ros risalente al 2 settembre 2013. È uno dei primi atti dell’indagine. La delazione, a cui era allegato «un contenuto molto voluminoso», ricostruiva il modus operandi di un presunto connubio fra Incalza e Perotti.

STEFANO PEROTTI A COLLOQUIO CON ANTONINO SCIACCHITANO E FRANCESCO CAVALLOSTEFANO PEROTTI A COLLOQUIO CON ANTONINO SCIACCHITANO E FRANCESCO CAVALLO

 

RENZI E LUPI RENZI E LUPI

Seguono a quei primi atti della procura di Firenze anche le prime intercettazioni, come quella del 9 settembre 2013, nella quale Giulio Burchi (il grande accusatore del duo) “invita” Perotti a chiedere l’incarico di direzione lavori alla ditta Ghella, che fa parte del consorzio privato che gestisce un lotto sull’A3 Salerno-Reggio. I carabinieri, per descrivere l’azione del manager Giulio Burchi, usano il verbo «spingere». I pm nella richiesta di custodia cautelare, il verbo «invitare».

 

In ogni caso, nella richiesta dei pm c’è poi quello che sembra un errore, riferito a questa conversazione. Nel capitolo riservato a Burchi, si parla di una intercettazione denominata “conv n. 30” del 9 settembre 2014. Nel riferimento a piè di pagina si rimanda a un deposito del Ros di qualche giorno prima. Ovviamente non può essere stata depositata un’intercettazione prima di essere eseguita.

 

Infatti sembra che l’intercettazione di cui si parla sia proprio quella del 9 settembre 2013. La stessa nella quale l’ex presidente dell’Italferr invita Perotti a chiedere l’incarico a Ghella. Stando alle intercettazioni Burchi ha in mente di ottenere un contratto di collaborazione con lui del 30 per cento sulla direzione lavori. Non ha però il coraggio di chiederlo subito e aspetta, fino a quando vi rinuncerà, accontentandosi di molto meno. (...)

 

ERCOLE INCALZA ERCOLE INCALZA

(...) Perotti ha una ditta (Spm) con ricavi di 10 milioni di euro l’anno. Dal 2009, spiega l’Agenzia delle Entrate interpellata dagli inquirenti, «dal punto di vista fiscale la società presenta delle condotte estremamente virtuose, caratterizzate da dichiarazioni presentate con regolarità e versamenti di imposta piuttosto consistenti». Prima di allora, secondo l’accusa, Perotti ha evaso le tasse usando il metodo “Pambianchi”.

 

La nota, inviata dal Fisco ai Carabinieri del Ros di Firenze spiega: «È plausibile ritenere che l’operazione compiuta dalla procura della Repubblica di Roma nei confronti di Pambianchi e dei suoi complici abbia di fatto indotto Stefano Perotti» a tornare nella legalità. Però l’operazione condotta dalla Procura di Roma è del 2011, mentre le dichiarazioni della ditta virtuosa iniziano dal 2009. Come è possibile? La prima violazione del segreto istruttorio risale al settembre 2010. Quindi è un errore. Uno su cento. Può capitare anche al Fisco.

 

LUPI RENZILUPI RENZI

Agli amici tutto, ai nemici la legge

Per spiegare il sistema Perotti-Incalza, gli inquirenti, in questa fase preliminare dell’indagine, devono fare appello quasi esclusivamente alle intercettazioni. È Burchi che i pm usano per spiegare i limiti delle norme sui contraenti generali. È Burchi a informarli su Incalza. È Burchi a spiegare come Incalza fa prendere a Perotti tutte «le direzioni lavori d’Italia compreso il futuro sbarco sulla luna».

 

Ercole Incalza  be9f62b1Ercole Incalza be9f62b1

Come? «Incalza telefona». Chiama i privati dei consorzi, a volte big a volte small, e gli dice: “devi prendere Perotti”. Poi non ce la fa. Ma almeno ci prova, l’uomo che tutti contattano per informarsi su ogni particolare di un’opera pubblica. Ci prova e non ce la fa. Questo riguarda l’accusa di tentata induzione indebita, che è anche uno dei pilastri del reato di corruzione.

 

Senza entrare nel merito dei provvedimenti dell’autorità giudiziaria (che non si discutono), si potrebbero citare tutte le cavolate dette da Burchi nel 2014, per farsi un’idea dell’attendibilità di quanto dice, almeno a proposito dei propri nemici (una sua amica gli ricorda al telefono: «Giulio, per te nove su dieci sono cretini»). È sicuramente informato, Burchi, come dicono i pm. Sa che Perotti ha fatto assumere il figlio di Lupi e quello di Acerbo.

 

civati manifestazione cgilcivati manifestazione cgil

Sa che Francesco Cavallo, l’amico di Perotti e di Lupi, è intercettato. Sa anche delle inchieste di Report. Il fatto che sappia non significa che non dica cavolate. Lo dimostrano le sue litanie indizianti sui lavori ottenuti con la forza da Perotti. Ecco cosa dice: «Recentemente gli ha fatto avere (Incalza, ndr) altre tre direzioni lavori (…) ne ha più di Bevilacqua ormai (…) gli ha fatto avere la Pedemontana Veneta (…) Roma Metropolitane (…) la Salerno Reggio Calabria con Ghella (…) ha obbligato Italferr a prenderlo in quello del Brennero (…) sta obbligando Anas International» e via dicendo.

 

ugo sposetti emanuele macaluso massimo d alemaugo sposetti emanuele macaluso massimo d alema

I pm hanno arrestato Perotti e Incalza prima che Burchi dicesse «ha obbligato Pizzarotti» a dargli la direzione dei lavori nella Cepav Due (consorzio dell’alta velocità). Pizzarotti & C. fattura 1 miliardo all’anno. Perotti, l’ingegnere, 10 milioni. L’1 per cento di 1 miliardo. L’ingegnere obbliga il capitalista a che cosa? Ma bisogna figurarselo l’ingegner Perotti, per capirlo. Non bastano le intercettazioni.

 

Sui giornali è un processo contro Perotti l’affarista e Incalza il grande mandarino, il boiardo. È un processo contro Civati. E nessuno tira in ballo Civati, in attesa di sapere quale titolo si meriti. Burattino? Pochi hanno il coraggio di dirlo, perché almeno in questo caso è evidente la stortura. Burchi dice cavolate, dicono gli intimi. Burchi dopotutto è l’accusatore che si lamenta al telefono del suo concorrente che ha dieci, quindici, diciassette, venti, «tutte» le direzioni lavori d’Italia «comprese quelle del futuro sbarco sulla luna». Ed ecco perché tira in ballo Civati.

GIULIO BURCHIGIULIO BURCHI

 

Lo nomina l’ultima volta l’8 aprile 2014, spiegando a una sua amica di voler «far fare» a Civati «un’interpellanza di quelle pese» su Ercole Incalza. L’interlocutore «ride». Non lo prende sul serio. A questo punto, Burchi cita Nenni: «Agli amici tutto ai nemici la Legge». Agli amici tutto? Burchi è intervenuto su un parlamentare del Pd, partito di maggioranza, per chiedere conto di un emendamento su un’autostrada e fa lo stesso muovendo Civati per un’interpellanza contro Perotti e Incalza.

verdini e sposetti al ristoranteverdini e sposetti al ristorantesposettisposetti

 

Secondo Burchi, è Civati l’uomo adatto per chiedere conto dei “misfatti” di Incalza o di Perotti o di entrambi. Riguardo all’interpellanza, ha nominato il parlamentare del Pd anche il 28 febbraio: «Adesso intanto lunedì vado a pranzo con Civati lì a Verona (…) gli faccio fare un’interpellanza». Il 27 marzo: «Prendo Pippo Civati che mi rompe sempre i coglioni così gli faccio fare una cosa utile anche a quello». E l’8 aprile. Ha ragione il senatore Pd Ugo Sposetti. «Burchi, chissà quante altre cavolate avrà detto».

 

Questo è anche un processo contro Civati, contro gli amici di Burchi e contro Burchi. Cosa si dice di Civati? In pratica: ogni tanto l’ho aiutato, adesso gli faccio fare un’interpellanza e via dicendo. Gli intimi di Burchi sanno che ogni tanto il manager le spara grosse, «pese», come dice lui. Glielo dicono loro stessi. Però anche Burchi si sente sotto ricatto. Anche lui è ricattato dal “sistema”.

 

Da sinistra Stefano Saglia, Stefano Perotti e Francesco Cavallo (foto Ansa)  Da sinistra Stefano Saglia, Stefano Perotti e Francesco Cavallo (foto Ansa)

Burchi si lamenta

Una cosa è sicura: Burchi si lamenta di Perotti perché ormai «ha più direzioni di Bevilacqua». Burchi «torna a lamentarsi» che ormai Perotti ha superato Bevilacqua. È un mantra conosciuto da chiunque abbia avuto il suo numero in rubrica. Non è detto che i pm non trovino conferme alla loro teoria. I testimoni che porteranno al processo Incalza-Perotti forse ripeteranno con Burchi: «Ha obbligato Italferr a prenderlo in quello del Brennero». Sicuramente è impossibile che Perotti abbia obbligato Ghella, visto che le intercettazioni lo smentiscono.

 

È stato Burchi a invitare Perotti a rivolgersi ai referenti di Ghella e i referenti di Ghella non lo hanno respinto, tutt’altro. Non vedevano l’ora, spiegano i Carabinieri.

Dicono anche che Burchi è attendibile. Perché? Perché nell’estate del 2014 sa che il cognato di Perotti ha dato un lavoro al figlio di Lupi e a quello di Acerbo. Si dice proprio così nelle carte: Burchi sa di un paio di assunzioni. Sì, ma Burchi sapeva anche che Incalza era indagato, sapeva anche che Cavallo era intercettato (agosto 2014) quando non dovrebbe saperlo (in teoria).

 

milena gabanelli blumilena gabanelli blu

Sa un sacco di cose Burchi, a momenti sa anche quando Milena Gabanelli entra ed esce dall’ufficio (cita due volte Report, la trasmissione di Rai 3), ma questo non vuol dire che Burchi sia attendibile su Incalza-Perotti. A parte il mantra, al telefono dice soltanto di avere «due o tre cose» a un giornalista di Europa Quotidiano nell’estate 2014. (...)

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