TRUMP ABBAIA CONTRO L’IRAN, MA MORDERÀ? – IL TYCOON HA POSTO UNA CONDIZIONE ESPLICITA A TEHERAN: SE NON TRATTA SUL NUCLEARE, L'OPZIONE MILITARE TORNA SUL TAVOLO. MA LA DECAPITAZIONE DEL REGIME DEGLI AYATOLLAH È RISCHIOSA, PERCHÉ POTREBBE INNESCARE UNA RISPOSTA REGIONALE INCONTROLLABILE – L’AMBASCIATORE ETTORE SEQUI: “L'IRAN RISPONDE IRRIGIDENDOSI PER SOPRAVVIVERE. ISRAELE SI FERMA PER COLPIRE MEGLIO. I PAESI DEL GOLFO TEMONO L'INSTABILITÀ. SULLO SFONDO, LA COMPETIZIONE CON LA CINA E LA GESTIONE SIMULTANEA DELLE CRISI GLOBALI. SIAMO DI FRONTE A UNO SCENARIO IN CUI IL RISCHIO MAGGIORE NON È LA GUERRA VOLUTA, MA QUELLA CHE NASCE QUANDO NESSUNO PUÒ PERMETTERSI DI CEDERE…”
Estratto dell’articolo di Ettore Sequi per “La Stampa”
DONALD TRUMP - COMIZIO IN IOWA
Con il suo messaggio di ieri su Truth, Trump ha posto una condizione esplicita all'Iran: se Teheran non tratta sul nucleare, l'opzione militare torna sul tavolo. Il messaggio chiarisce che la pressione Usa non mira a fermare la repressione interna, ma a forzare un accordo sul nucleare.
Il richiamo ai manifestanti uccisi costruisce una cornice morale; l'obiettivo reale è ridurre la capacità iraniana di avvicinarsi all'arma atomica.
Il messaggio è arrivato a destinazione. Teheran si dice pronta al dialogo, ma solo su basi di rispetto reciproco, e avverte che, se spinta, reagirà «come mai prima». È una risposta dura, ma controllata: l'Iran non accetterà una resa negoziale e considera possibile un'azione militare americana.
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Per questo il dispiegamento militare americano nel Golfo non è scenografia ma serve a dimostrare che Washington può colpire l'Iran e reggere una ritorsione, proteggendo Israele, le proprie basi e i partner regionali. È questa doppia capacità che rende credibile la minaccia.
Su questa base diventano più chiari i calcoli dei principali attori. Primo, l'Iran. Siamo di fronte a un regime che ha perso legittimità e sta cambiando natura. L'economia è in crisi anche per le sanzioni, l'inflazione ha eroso il patto sociale, le proteste hanno colpito aree finora sicure. La risposta è stata una repressione sanguinosa.
Lo Stato non governa più con il consenso, ma con la forza brutale. In questo vuoto si rafforza il ruolo dei Guardiani della Rivoluzione come uno Stato nello Stato, al cui interno è in corso un passaggio generazionale. Alla vecchia élite si affianca una generazione più giovane, meno ideologica e più dura, incline alla risposta militare e alla repressione interna. [...]
Secondo, Israele. Per ora ha esercitato una funzione di moderazione di fronte a un attacco americano contro l'Iran, non per dissenso strategico ma per valutazione dei costi. Non è una svolta, ma una pausa tattica. Le ragioni sono operative e politiche: scorte di intercettori sotto pressione, difesa aerea stressata, minore presenza di assetti americani nella regione, fronte nord con Hezbollah congelato.
Colpire l'Iran ora sarebbe possibile, ma non ottimale poiché occorre rigenerare capacità e valutare se «finire il lavoro» con Hezbollah. Non è de-escalation ma preparazione.
Terzo, gli Stati Uniti. Le opzioni militari sono tutte imperfette. Un attacco limitato avrebbe valore dimostrativo ma non cambierebbe il comportamento iraniano. Un attacco più ampio, ad esempio, contro installazioni missilistiche, aumenterebbe la pressione sul regime senza garantirne il collasso e potrebbe rafforzarne la coesione. Un'operazione di decapitazione del vertice sarebbe rischiosa, perché potrebbe destabilizzare il sistema e innescare una risposta regionale incontrollabile.
BENJAMIN NETANYAHU DONALD TRUMP
Quarto, il Golfo. Gli Stati della regione temono soprattutto l'instabilità che deriverebbe da un collasso del regime iraniano. In Arabia Saudita è ancora viva la memoria dell'attacco del 2019 agli impianti Aramco, condotto dagli Houthi con il via libera di Teheran.
Per questo le capitali del Golfo cercano di raffreddare la crisi: non per difendere l'Iran, ma per evitare un'escalation che colpirebbe sicurezza, flussi energetici e stabilità interna. Lo Stretto di Hormuz resta una minaccia strutturale all'economia globale. Inoltre, un'instabilità regionale rafforzerebbe il ruolo di Israele come principale potenza militare dell'area.
donald trump e mohammed bin salman alla casa bianca foto lapresse 7
Quinto, il quadro globale. Trump predilige una gestione "triangolare" delle crisi: Ucraina e Gaza sono i due lati principali. Quando una o entrambe entrano in stallo, si attiva un terzo lato, fatto di interventi a geometria variabile, Venezuela, Iran, dazi, ecc.
Non sono crisi scollegate, ma strumenti intercambiabili di potere globale.
Infine, la Cina. L'Iran è strategico perché esporta oltre l'80% del proprio petrolio verso Pechino, mentre la Cina importa dall'Iran circa un sesto del suo fabbisogno. In una fase di pressione economica americana sulla Cina e di risposta cinese attraverso il controllo delle terre rare, la possibilità di incidere sugli approvvigionamenti energetici cinesi tramite Iran, Venezuela e altri snodi diventa una leva di pressione e deterrenza aggiuntiva.
DONALD TRUMP - COMIZIO IN IOWA
In sintesi, il messaggio di Trump è semplice e brutale: trattare sul nucleare o affrontare una pressione crescente. L'Iran risponde irrigidendosi per sopravvivere. Israele si ferma per colpire meglio. Il Golfo teme l'instabilità.
Sullo sfondo, la competizione con la Cina e la gestione simultanea delle crisi globali. Siamo di fronte a uno scenario in cui il rischio maggiore non è la guerra voluta, ma quella che nasce quando nessuno può permettersi di cedere.
ayatollah Ali Khamenei
proteste in iran 1
benjamin netanyahu donald trump mar a lago 3


