ilham aliyev volonte

LA VERGINE AZERA - LUCA VOLONTE’ HA INCASSATO 2 MILIONI DAL REGIME DI BAKU PER SCONGIURARE UNA CONDANNA DAL CONSIGLIO D'EUROPA. PER IL TRIBUNALE DI MILANO NON E’ CORRUZIONE, MA LIBERA ATTIVITA’ DEL PARLAMENTARE E, COME TALE, “INSINDACABILE” – RICORSO DELLA PROCURA IN CASSAZIONE 

 

Paolo Biondani per l’Espresso

 

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Pagare un parlamentare per ottenere una legge “su misura” non è reato. Nemmeno se il deputato o senatore italiano vende i suoi voti a un regime dittatoriale straniero. Benvenuti in Italia, il paese dell’impunità per i politici che hanno più poteri, che in teoria dovrebbero avere più responsabilità. E invece si scoprono liberi di intascare tangenti senza rischiare nulla.

 

Una sentenza del tribunale di Milano fotografa un buco nero nella lotta alla corruzione. Il caso nasce da un verdetto a sorpresa che premia Luca Volontè, 51 anni, parlamentare ciellino dell’Udc fino al 2013. In quella legislatura iniziata nel 2008, il politico lombardo è stato uno dei più influenti rappresentanti italiani al Consiglio d’Europa, l’istituzione internazionale, con sede a Strasburgo, chiamata a far rispettare la Convenzione europea per i diritti umani.

 

Imputato di aver incassato oltre due milioni di euro dall’Azerbaijan, mascherati con una girandola di bonifici offshore, Volontè è stato prosciolto dall’accusa di corruzione con una motivazione tecnica, che ha una portata generale: in Italia non è possibile indagare su nessuna attività dei parlamentari, che vanno considerate «insindacabili». A dirlo non è un politico inquisito: questa volta è la stessa giustizia ad auto-limitarsi.

ilham aliyev e moglieilham aliyev e moglie

 

La sentenza spiega infatti che la magistratura non è autorizzata a valutare leggi, emendamenti, mozioni e ogni altra presa di posizione politica: deve archiviare tutto e subito, perfino quando il voto del parlamentare risulta comprato con tangenti milionarie. A imporre questa assoluzione a prima vista, a prescindere dai fatti, è il privilegio legale dell’immunità parlamentare, in una interpretazione extra-large mai vista prima. La Procura di Milano non è d’accordo e ha fatto ricorso in Cassazione. Ma la strada dell’accusa ora è tutta in salita. Per tutte le Procure d’Italia.

 

Il caso Volontè si apre nel 2014, quando una banca lombarda comunica all’autorità antiriciclaggio che un conto collegato a quel politico sta ricevendo fiumi di denaro da misteriose società offshore. Partendo da quella segnalazione la Guardia di Finanza scopre decine di bonifici esteri arrivati alla società italiana Lgv, intestata alla moglie di Volontè, e alla sua fondazione politica, Novae Terrae.

Ilham Aliyev e Mehriban AliyevaIlham Aliyev e Mehriban Aliyeva

 

A smistare i soldi sono cinque offshore anonime, che controllano conti bancari in Lettonia ed Estonia: paesi di transito, scelti per attribuire ai bonifici un’insospettabile targa europea. I fondi in realtà provengono dall’Azerbaijan, in particolare dalla società di telecomunicazioni Baktelekom. Solo dal luglio 2013 al dicembre 2014 la fondazione di Volontè e la sua impresa di famiglia hanno incassato 18 bonifici di importo fisso, come uno stipendio: 105 mila euro al mese. Sommando altri denari arrivati tra dicembre 2012 e marzo 2013, la cifra totale sale a 2 milioni e 390 mila. Intervistato dai giornalisti di Report dopo l’avvio delle indagini, Volontè conferma i bonifici, ma li giustifica con presunte consulenze a suo dire lecite.

 

L’Azerbaijan è uno stato asiatico ricco di gas e petrolio, con una popolazione molto povera e un regime considerato corrottissimo, che è al potere ininterrottamente da mezzo secolo: l’attuale presidente Ilham Aliyev è succeduto nel 2003 al padre Haydar, governatore dai tempi dell’Unione sovietica.

 

ilham aliyevilham aliyev

Attraverso documenti e testimonianze, le indagini milanesi accertano che proprio Volontè ha avuto un ruolo cruciale nel salvataggio del regime azero, che rischiava una condanna per violazione dei diritti umani, disastrosa per le possibili ricadute politiche ed economiche. Il Consiglio d’Europa aveva affidato l’istruttoria a una commissione di parlamentari guidata da un socialdemocratico tedesco, che alla fine del 2012 ha chiesto di sanzionare il regime di Baku per brogli elettorali, abusi contro prigionieri politici e incarcerazione di giornalisti scomodi.

 

Le carte dell’accusa mostrano che in quei mesi il politico italiano, sfruttando il suo ruolo di capogruppo dei popolari europei, ha convinto anche altri parlamentari a votare contro la condanna. Il 23 gennaio 2013 il Consiglio di Strasburgo, con una stretta maggioranza, ha assolto il regime azero, tra mille polemiche. A muovere Volontè, secondo l’accusa, era il capo-delegazione azero Elkhan Suleymanov, che gli garantiva «ricompense» anche in messaggi scritti, dopo incontri riservati tra Baku e Strasburgo.

 

 LUCA VOLONTE LUCA VOLONTE

Nell’estate 2016 i pm Adriano Scudieri ed Elio Ramondini chiudono le indagini e chiedono il rinvio a giudizio di Volontè con l’accusa di aver «asservito la sua funzione pubblica di parlamentare del Consiglio d’Europa» in cambio dei soldi azeri. All’udienza del 27 gennaio 2017, però, il gup Giulio Fanales fa cadere l’accusa di corruzione. La sentenza passa inosservata, anche perché Volontè resta imputato di un altro reato: lo stesso giudice infatti ordina di processarlo per riciclaggio, cioè per aver intascato il denaro attraverso le «triangolazioni offshore» architettate per «occultare la provenienza dei fondi». Il vero colpo di scena è però nascosto nelle motivazioni, ora pubbliche, che spiegano perché il politico non è processabile per corruzione.

 

Il giudice premette che nel Consiglio d’Europa valgono le stesse immunità dello Stato di provenienza: il problema, dunque, riguarda solo l’Italia. E qui la sentenza si richiama alla nostra Costituzione. Che all’articolo 68 stabilisce che «i membri del parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni».

 

Finora si pensava che questa immunità/impunità valesse solo per i cosiddetti reati di opinione, appunto, collegati a voti o altre attività parlamentari. Nelle rassegne di giurisprudenza infatti si trovano solo sentenze che riguardano casi di diffamazione, oltraggio, ingiurie e simili, con un copione collaudato: Camera e Senato largheggiano nell’immunità, la magistratura si arrabbia e a decidere il conflitto è la Corte Costituzionale.

 

CONSIGLIO DI EUROPACONSIGLIO DI EUROPA

Secondo il giudice Fanales, invece, l’immunità parlamentare ha una portata generale: riguarda tutti i reati, compresa la corruzione. «Nel quadro generale della necessaria separazione tra poteri dello Stato», spiega la sentenza, la Costituzione consacra «un privilegio legato allo status di parlamentare», che rappresenta «un confine al sindacato giurisdizionale»: un «divieto assoluto» di entrare «nel perimetro dell’attività parlamentare, tenuta al riparo dall’ingerenza esterna dell’autorità giudiziaria».

 

Una specie di sacro recinto, insomma, che protegge tutte le azioni politiche del parlamentare (leggi, emendamenti, interpellanze, propaganda elettorale e quant’altro) con l’effetto di proibire ai giudici qualsiasi controllo: «Ogni indagine in sede processuale volta a valutare l’attività parlamentare si scontrerebbe con il limite invalicabile rappresentato dal divieto costituzionale».

 

E così, visto che «tutte le condotte contestate a Volontè rappresentano un’esplicazione della sua funzione parlamentare», il giudice conclude che non può neppure avviare un processo: deve dichiarare le accuse di corruzione «insindacabili in virtù dell’immunità». Uno scudo protettivo che in teoria potrebbe valere perfino per un parlamentare che prenda soldi dai tagliagole dell’Isis per votare contro una legge anti-terrorismo.

 

IL PM DI MILANO FRANCESCO GRECO AL CELLULARE IL PM DI MILANO FRANCESCO GRECO AL CELLULARE

Interpellato sul caso, il procuratore capo di Milano, Francesco Greco, risponde di non condividere la sentenza, «che la procura infatti ha impugnato», ma spiega di non considerarla imprevedibile. «Ci eravamo posti il problema della corruzione legislativa già ai tempi di Mani Pulite», chiarisce il magistrato, che fu uno dei protagonisti di Tangentopoli. «A Milano tra il 1992 e il 1994 abbiamo scoperto migliaia di tangenti, ma abbiamo deciso di non contestare l’accusa di corruzione in cambio di una legge: abbiamo applicato solo il reato-base di finanziamento illecito del partito o del singolo parlamentare».

 

Questa norma permette di punire il politico che incassa soldi non dichiarati, senza dover dimostrare perché li abbia presi. «Il finanziamento illecito però ha i suoi limiti», avverte per altro il pm Greco, «perché è strutturato come una forma di reato societario, una specie di falso in bilancio». Questo significa che è difficile applicarlo ai finanziamenti stranieri, oppure ai soldi gestiti da fondazioni politiche e non da società.

 

Ma allora come si può evitare la compravendita di leggi e atti parlamentari? Il procuratore di Milano sembra quasi stanco di ripeterlo: «Servirebbe una legge seria sulle attività delle lobby, per rendere trasparenti e documentabili tutti i rapporti con i parlamentari. E a quel punto si potrebbe incriminare ogni forma di lobbismo occulto: chiunque versa soldi in nero a un parlamentare commette un reato, punito con le stesse pene della corruzione. Punto e basta».

 

Baku, capitale AzerbaijanBaku, capitale Azerbaijan

Uno dei massimi esperti di lotta alla corruzione, il professor Alberto Vannucci, docente all’università di Pisa, quasi non riesce a credere alla sentenza milanese: «Non metto in dubbio che possa essere legittima sul piano giuridico formale, ma il principio che afferma è sicuramente aberrante dal punto di vista politico, storico, civico. È un messaggio devastante per i cittadini che hanno sempre meno fiducia nella classe dirigente. Applicando la stessa logica, bisognerebbe assolvere anche i parlamentari che accettino retribuzioni in nero per fare leggi a favore delle organizzazioni mafiose o delle lobby criminali del gioco d’azzardo».

 

La nostra però è una Costituzione bellissima: come si spiega una norma sull’immunità tanto vaga da consentire un’interpretazione così ampia? «I padri della Costituzione erano reduci dal fascismo, non da Tangentopoli», risponde il professor Vannucci: «All’epoca immaginavano che i parlamentari italiani potessero essere perseguiti per reati di opinione, non per le massicce ruberie che abbiamo visto in questi anni».

 Alberto Vannucci Alberto Vannucci

 

Negli atti del processo, la Procura osserva che nel 2012 proprio il Consiglio d’Europa ha approvato un codice che impone ai parlamentari di «non utilizzare la funzione pubblica per il proprio o altrui guadagno» e «non richiedere o accettare alcun compenso, compensazione o premio per la propria attività politica». La regola vale per tutti gli altri politici europei, ma non per gli italiani, che restano protetti dallo scudo della super-immunità. Tra tante riforme costituzionali progettate in nome dell’Europa, strano che nessuno abbia pensato alla più semplice: applicare il codice penale anche ai nostri parlamentari.

 

Senza dirlo apertamente, anche altre procure sembrano essersi poste il problema della super-immunità, ora evidenziato dalla sentenza milanese. L’inchiesta sul caso Corallo-Tulliani, in particolare, mostra che il re delle slot machine ha versato 3 milioni e mezzo di dollari al suocero di Gianfranco Fini con un bonifico collegato (nei registri segreti scoperti ai Caraibi) a una legge di favore sul gioco d’azzardo. Nonostante le evidenze documentali, i pm di Roma, guidati dal procuratore Giuseppe Pignatone, non hanno ipotizzato l’accusa di corruzione legislativa: l’ex leader di An e i suoi familiari sono indagati, invece, per riciclaggio. Lo stesso reato, non collegato alla politica, che è rimasto applicabile nel processo a Volontè.

elisabetta tulliani gianfranco finielisabetta tulliani gianfranco fini

 

Questa sorta di libertà di corruzione legislativa, fotografata dalla sentenza milanese, è solo uno dei problemi del nostro sistema normativo, che sembra fatto apposta per garantire l’impunità a chi ha più potere. Già la Costituzione del 1948 stabilisce che «il presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni». Quindi non può essere indagato e processato (e nemmeno intercettato) per nessun reato legato alla sua carica, tranne i casi-limite di alto tradimento o attentato alla Costituzione.

 

L’immunità per il capo dello Stato, per altro, esiste in molti paesi civili e i padri della nostra democrazia hanno temperata questo privilegio chiarendo che gli atti del presidente devono essere controfirmati da almeno un ministro, che se ne assume la responsabilità. Quindi qualcuno che rischia il processo c’è sempre. Per il governo, invece, non dovrebbe esistere nessuna zona franca, almeno sulla carta.

giuseppe pignatone (2)giuseppe pignatone (2)

 

A ostacolare i pubblici ministeri è però una legge costituzionale del 1989, sopravvissuta a Tangentopoli, che vieta di processare un ministro senza l’autorizzazione del parlamento e obbliga addirittura ad avvisare subito il politico sospettato, ancor prima di avviare un’indagine, mettendolo così in condizione di far sparire le prove, allertare i complici e nascondere i soldi. Il risultato è che i processi per reati ministeriali sono rarissimi e i condannati si contano sulle dita di una mano. L’ultimo proscioglimento per mancata autorizzazione a procedere ha premiato l’ex ministro Giulio Tremonti, che a Milano era imputato di corruzione.

 

Un’altra falla nel nostro sistema legale, denunciata dai magistrati già ai tempi di Mani Pulite, è che tangenti e ruberie sono punite seriamente, almeno sulla carta, solo per una categoria di soggetti, equiparati ai pubblici ufficiali. Il punto è che in Italia il confine tra pubblico e privato è spesso incerto e discutibile. Le alterne pronunce si contano a migliaia. La Cassazione ha deciso che sono soggetti con poteri pubblici, ad esempio, i portalettere, i controllori dei treni o i presentatori televisivi (ma solo quelli della Rai). Mentre sono privati i super-manager di società per azioni, anche se controllate e garantite dallo Stato o da altri enti pubblici.

tremonti tremonti

 

E così la giustizia italiana ha potuto condannare Pippo Baudo per una storia di telepromozioni in nero, ma ha dovuto assolvere gli imputati nei processi per le tangenti milionarie delle centrali elettriche di Enipower o per i favoritismi nei maxi-appalti della Fiera di Milano. Lo stesso tipo di impunità soggettiva protegge i banchieri, anche se non rischiano soldi propri (a differenza dei veri imprenditori privati).

 

Quindi la guardia giurata della filiale, che è pubblico ufficiale, rischia la grave accusa di peculato o corruzione, il presidente-padrone della banca no. Forse proprio questo scudo aiuta a capire perché la nostra magistratura, ormai attrezzata a indagare sulle tangenti, fatica a colpire i responsabili delle crisi bancarie: i reati più temuti, come la bancarotta, si applicano solo dopo il fallimento. Quando ormai il disastro è compiuto.

 

La corruzione di un banchiere o di un manager privato è diventata punibile solo con la legge Severino, a partire dal 2012, ma resta un reato minore. E per i potenti che dovessero vedersi inquisire, vale sempre il salvagente della prescrizione: l’amnistia permanente all’italiana.

 

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