1. UN PARTITO SULL’ORLO DI UNA CRISI DI… SERVI: IL VOTO A FAVORE DEL BANANA SCASSAZIONISTA SCATENA LA RIVOLTA NELLA BASE E SPACCA LE CORRENTI (IL PDL GODE) 2. IL WEB IMPALLINA IL LODO FRANCESCHINI-LETTA CHE HA SALVATO IL GOVERNINO E “REPUBBLICA” RIGIRA IL COLTELLO SUI SOCIAL NETWORK: “METTENDO LA TESSERA PD NEL DECODER RICEVERÒ ANCHE MEDIASET PREMIUM?”, “IL PD È DIVENTATO LO ZERBINO DI BERLUSCONI, VERGOGNATEVI!!!", "SIETE COMPLICI DEI MAFIOSI TRUFFATORI E PEDOFILI" 3. IN TRANSATLANTICO TIRANO LA CATENA! ORFINI, EX PORTAVOCE DI D’ALEMA, RIVENDICA L’INSULTO COME ATTO POLITICO (“GENTILONI È UNA MERDA”) E I RENZIANI SI INCAZZANO 4. “SCIACALLI!”, “SIETE GLI AMICI DEL GIAGUARO!”: RISSA CONTINUA A COLPI DI RETROSCENA…

1 - I MILITANTI PROCESSANO I VERTICI DEL PD: RIVOLTA DAI CIRCOLI AL WEB
Sebastiano Messina per "La Repubblica"


La base non capisce, non ci sta, anzi è furibonda. Dai blog a Twitter rimbalza la rabbia dei militanti del Pd per una decisione così indigesta - la mezza giornata di stop al Parlamento concessa al partito di Berlusconi - che i due capigruppo Speranza e Zanda hanno dovuto scrivere a tambur battente una lettera "ai circoli e agli iscritti del Pd" per garantire che il Partito democratico "non permetterà al Pdl di giocare con la vita del Paese", una lettera che su Facebook è stata accolta da una valanga di sfato.

Proprio mentre arrivava, pesantissimo, il dissenso del segretario del Pd bolognese, Raffaele Donini: "Più si va avanti più è insopportabile l'idea di condividere l'azione di governo con un signore pluriinquisito e condannato che ancora tenta di tenere in ostaggio il Parlamento preoccupato soltanto dei suoi problemi giudiziari".

Certo, se la base fosse quella che ieri sera frequentava la mitica "sezione Giubbonari" di Roma, quella dove Bersani venne a festeggiare la caduta del governo Berlusconi e dove Fabrizio Barca ha presentato il suo programma, il Pd di Epifani potrebbe tirare un sospirone di sollievo. Qui, infatti, quattro su cinque approvano la decisione di fermare il Parlamento per quella contestatissima mezza giornata. E quattro su cinque non è una proporzione, perché alle sei di sera sono proprio in cinque, attorno al tavolone rosso del circolo.

"Un malessere c'è, per la scelta di fare questo governo" ammette la segretaria, Giulia Urso. "Ma una volta fatta la scelta - aggiunge - bisogna essere coerenti e rispettare le decisioni del partito". Cesare, lunghi capelli ricci e grigi, romano de Roma, allarga le braccia: "Se je dicevamo de no, quelli se n'annaveno lo stesso. E allora, de che stamo a parlà? Argomento effimero, aria fritta".

Franco, attore astigiano con la camicia gialla, concorda con la sua voce stentorea: "Gli abbiamo concesso mezza giornata? E vabbè. Fosse solo quello, dico io, andrebbe bene. Il fatto è che noi italiani siamo ancora sotto lo schiaffo di quello lì, e finché non ce ne liberiamo...". Il più convinto di tutti è Alberto, un cinquantenne lungo e secco: "Dov'è lo scandalo? Settanta senatori protestano? Ormai si fa di tutto per andare in tv...".

L'unico che dissente, nello stanzone di quella che una volta era la Casa del Fascio, è Stefano, un ragazzo ungherese ("Ma con la tessera del Pd") che sta davanti al suo notebook: "Dal punto di vista costituzionale il gruppo del Pdl aveva tutto il diritto di chiedere la sospensione dei lavori per riunirsi...".

Però? "Ecco, dal punto di vista etico no, e secondo me il Pd non avrebbe dovuto accogliere quella richiesta". Quattro su cinque, dunque. Peccato che sul web, ormai anche per il Pd la piazza virtuale del Paese, le cose non vadano come al circolo Giubbonari. Anzi, qui le proporzioni sono, diciamo così, leggermente diverse. Perché aprendo la pagina 
ufficiale del Partito democratico su Facebook, la risposta di Epifani alla richiesta del Pdl ha ricevuto in un giorno 388 adesioni ("mi piace") ma il triplo di commenti (1151). Più che un diluvio, un uragano.

Certo, il segretario incassa l'appoggio di Ugo Minini ("Una semplice tattica parlamentare per disinnescare una mina, dopodiché non cambia nulla per i processi a Berlusconi!"). Peccato che per arrivare a leggere il post di Minini, il primo a favore della segreteria sia necessario scorrere i 91 che lo precedono: una mitragliata di accuse feroci, insulti al vetriolo, battute beffarde e messaggi d'addio.

C'è l'amarezza dei militanti e la delusione degli elettori: "Noi ci mettiamo la faccia, adesso basta giocare a briscola!Veniamo via, ché è già troppo tardi" scrive Gaetano Magliano. "Ci sono dei momenti in cui occorre tassativamente dire no e mercoledì era uno di questi" avverte Franco Pratola. "Mi vergogno di avervi votato, non dovevate accettare nessun tipo di compromesso!" annuncia Silvia Ghinassi.

"Epifani - scrive Ernesto Salibra - la gente è incazzata per la nascita del governo Letta e ora vi mettete ad esaurire i desideri di Berlusconi. La gente non ci voterà più". "Perché perché perché perché?" domanda Katia Martelli con dodici punti interrogativi. "Non ci si doveva prestare neanche per mezzora. Non si sottostà ai ricatti, mai!" manda a dire Paolo Soccio. 
E non è una tempesta isolata. Da mercoledì mattina, qualunque annuncio venga pubblicato sulla pagina ufficiale del partito è accolto con lo stesso trattamento.

Il Pd comunica il via alle iscrizioni on line? Ecco i primi tre commenti: "Vergognatevi complici dei mafiosi truffatori e pedofili" (Salvatore Pinto), "Ma mettendo la tessera nel decoder riceverò anche Mediaset Premium?" (John Smith), "Ma siete scemi?" (Giuseppe Alesso). Viene annunciato il sì alla riforma del voto di scambio? E si scatena il sarcasmo: "Guardate che con questa riforma vi arrestano il capo: il nano" (Valeriano Gurieri), "Ma come fate a votare leggi contro voi stessi?" (Maurizio Ventura).

"Avete deciso di costituirvi?" (Caterina Campitelli). Certo, è difficile non riconoscere il lessico dei grillini, in tanti post, ma i messaggi di protesta e di rabbia sono centinaia e centinaia. I più feroci sono apparsi sotto la lettera dei capigruppo Speranza e Zanda. Risposta numero uno: "Dopo quello che avete fatto non darò più alcun voto, dovete alzarvi e andarvene" (Nicola Basti).

Risposta numero due: "Hai voglia di fare i comunicati, i fatti parlano e dicono che il Pd è diventato lo zerbino di Berlusconi" (Roberto Pantani). Risposta numero tre: "Vergognatevi!!!" (Oreste Pasina). E via così, fino alla risposta numero 385, quella di Pierpaola Pochi, scritta conio stile perentorio di un sms: "Forse nn avete capito ke a noi del Pd nn va sto governo!". Chissà se li leggono, questi messaggi, al Nazareno.



2 - INSULTI COME "GIUDIZI POLITICI": L'ADDIO ALLA DISCIPLINA DEL PCI
Fabrizio Roncone per "Il Corriere della Sera"

L'ultima polemica che divide il Pd è più ruvida del solito; a tratti, scivola nel turpiloquio. Per ricostruirla occorre tornare a mercoledì pomeriggio, in Transatlantico. Provate a immaginare: il colpo d'occhio è quello delle grandi occasioni. Lampadari accesi e nemmeno più un posto a sedere sui divanetti; gente che parla in piedi, gente che cammina. Deputati, portavoce, portaborse, funzionari, imbucati, cronisti, commessi. Solito circo.

Da pochi minuti è stata votata la decisione di interrompere i lavori per «una pausa di riflessione» chiesta dal Pdl (a favore Pdl, Pd e Scelta civica; contrari Sel, Lega e M5S). In realtà il Pdl, polemizzando con la Cassazione e per esprimere solidarietà a Silvio Berlusconi, aveva chiesto che il Parlamento restasse chiuso addirittura per tre giorni. La mediazione del ministro Dario Franceschini, capo delegazione del Pd al governo, ha ridotto i tre giorni in tre ore. Ma al momento del voto il Pd si è spaccato.

Esce dall'aula l'onorevole Matteo Orfini (ha 38 anni e una biografia scarna, lineare, solida: comincia a fare politica da ragazzo nel liceo Mamiani, a Roma, quartiere Prati; nello stesso quartiere diventa poi segretario della sezione Ds di piazza Mazzini, che è anche la sezione di Massimo D'Alema, dimostrazione plastica che la vita è fatta di passioni, e coincidenze. Orfini inizia così a collaborare con D'Alema, fino a diventarne un formidabile portavoce, capace di replicare toni e pause dell'eloquio, ma ancora molto diverso nell'abbigliamento: ai piedi, un paio di scarpe da riposo che D'Alema boccerebbe con mezzo sguardo).

Pochi passi e Orfini si ferma accanto a un gruppetto di cronisti. Chiacchiere, commenti al voto, alla spaccatura del Pd. La conta di quelli che si sono astenuti, di quelli che 
non hanno votato. Come Paolo Gentiloni. Orfini: «Gentiloni è una merda». I cronisti ascoltano, e c'è chi renderà il concetto meno aspro, chi eviterà di riferirlo; Maria Teresa Meli sul Corriere scriverà invece ciò che ha sentito. Appunto: «Gentiloni è una merda».

Orfini, a questo punto, si allontana e, interpellato dai cronisti delle agenzie di stampa, cambia registro. Gli chiedono: cosa pensa dei suoi colleghi che non hanno votato? Orfini, lapidario: «Sono sciacalli». Il giorno dopo, ieri. Tredici deputati del Pd scrivono una lettera al segretario Guglielmo Epifani e al capogruppo alla Camera Roberto Speranza. Succo della lettera: «Di fronte a veri e propri insulti rivolti da colleghi del Pd ad altri deputati del gruppo, crediamo sia opportuna una valutazione da parte vostra per capire se non siano stati superati i confini minimi della decenza».

I firmatari (tra cui Michele Anzaldi e Francesco Bonifazi) siedono quasi tutti tre file sotto a Orfini. Che li osserva gelido. Con uno sguardo, per capirci, simile a quello che metterebbe su D'Alema, tra il perplesso e il disgustato. Orfini, non pensa di aver esagerato? «No». Quelle parole, così volgari... «Io non ho mai detto a Gentiloni che è una merda. Mai. Ci siamo scambiati alcuni sms dopo aver letto i giornali. E lui, con lealtà, ha ammesso di non avermi mai sentito pronunciare una simile parola».

Infatti è davanti ai cronisti che lei ha definito Gentiloni in quel modo. «Ripeto: io non ho mai detto che Gentiloni è una merda... mentre non ho problemi a confermare che molti miei colleghi sono degli sciacalli». Nemmeno questo è un bel termine. «Lo so: ma ha la forza di aiutarmi a esprimere un giudizio politico». Continui. «C'è poco da aggiungere: hanno avuto la faccia tosta, lo stomaco, di lucrare su una vicenda complessa come quella che abbiamo affrontato, trasformando un momento di vita parlamentare in un antipasto del congresso. Uno schifo».

Lei, onorevole, continua ad usare concetti molto forti. «Hanno avuto tre ore per porre i loro problemi, ma i dubbi gli sono venuti solo al momento di votare... Sciacalli, Nient'altro che sciacalli». Mentre Gentiloni replica via Twitter («Sono fiero di non aver votato ieri. A @orfini che mi dice: non sei una m. ma solo uno sciacallo rispondo: occhio agli amici del giaguaro»), Emanuele Macaluso, 89 anni, giornalista ed ex sindacalista ed esponente di rango del Partito comunista, sente questi discorsi, queste parole, e trasale.

«Che volgarità... Ma davvero sono volati simili insulti? Oh, se ripenso al genere di linguaggio che veniva utilizzato nella sinistra italiana, un tempo, al tempo del Pci...». I suoi ricordi... «Nulla, nulla di lontanamente paragonabile a ciò che si sente dire a questi giovani signori. Certo, anche noi polemizzavamo, e con vigore, con tenacia... E poteva esserci uno come Pajetta che magari aveva un carattere un po' ruvido... Ma ogni scontro era ben dentro certe regole dialettiche, di educazione e rispetto reciproco».

Quando Giorgio Amendola avvertiva qualche soffio di dissidenza poteva arrivare a parlare di «contrabbando revisionista»... «Ma certo! Gli interlocutori potevano essere accusati al massimo di aver detto una sciocchezza, di pericoloso disfattismo... e anche se, in qualche rara circostanza, si arrivava ai toni più accesi, si restava sempre dentro una certa forma, cercando magari l'eleganza della metafora... E questo, mi creda, valeva per tutti».

Anche per II Migliore. Per dire: quando dué partigiani comunisti reggiani come Aldo Cucchi e Valdo Magnani accusarono Botteghe Oscure di aver venduto anima e ideologia a Mosca e furono per questo espulsi dal Pci, Palmiro Togliatti spiegò che «due pidocchi erano finiti nella criniera di un cavallo da corsa».

E quando poi dovette polemizzare, con Giuseppe Prezzolini, disse: «E una meretrice vecchia, venduta su tutti i marciapiedi». A scavare nella memoria della sinistra italiana, si rintracciano mille scontri, ma quasi sempre affrontati con toni misurati. Ci fu Achille Occhetto che definì «un giuda» Antonio Bassolino. E sempre Occhetto che, a sua volta, si sentì paragonare a «Pulcinella» da D'Alema (che poi, però, smentì). Ecco, a proposito: cosa penserà D'Alema delle parole usate dal suo ex portavoce Matteo Orfini?

 

ROBERTO SPERANZA Luigi Zanda BERLUSCONIBersani e Letta Fabrizio Barca Matteo Orfini e Massimo D'AlemaPaolo Gentiloni Emanuele Macaluso LUCIO MAGRI E GIORGIO AMENDOLA PALMIRO TOGLIATTI jpegMUSSI VELTRONI DALEMA jpegGIANCARLO PAJETTA jpegACHILLE OCCHETTO ENRICO BERLINGUER jpeg

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