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NONNISMO DA INCHIODARE – È STATA CHIESTA LA CONDANNA PER TRE SOTTOUFFICIALI DEL SETTIMO REGGIMENTO ALPINI, A PROCESSO PER ESSERE ARRIVATI A PIANTARE UN CHIODO NELLA SPALLA A UN CAPORALMAGGIORE DI 26 ANNI DURANTE UN ADDESTRAMENTO A TOLMEZZO, IN PROVINCIA DI UDINE – NON SOLO: I TRE AVREBBERO LANCIATO ADDOSSO ALLA VITTIMA ANCHE SECCHI DELLA SPAZZATURA

Davide Piol per "www.corriere.it"

 

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«Siamo innocenti e totalmente estranei ai fatti». I tre sottufficiali del Settimo reggimento alpini, a processo in Tribunale a Belluno per presunti episodi di nonnismo nei confronti di un loro sottoposto alla Caserma Salsa, hanno voluto rendere spontanee dichiarazioni e offrire la loro versione dei fatti.

 

Uno dei tre, lunedì pomeriggio, non è riuscito a trattenere le lacrime e l’udienza è stata sospesa per qualche minuto. Tuttavia, le deposizioni non hanno convinto il pubblico ministero, che ha chiesto la condanna a 1 anno e 9 mesi di reclusione per ciascuno di loro. Si tratta del sergente maggiore Francesco Caredda, 41enne di Napoli, e dei due militari di grado inferiore Fabio Siniscalco, 31enne originario di Pisa, e Salvatore Garritano, 36enne di Cosenza, tutti difesi dall’avvocato Antonio Vele.

 

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Per la Procura, hanno molestato il 26enne caporalmaggiore Salvatore Di Rubbo dal 2015 al 2016, arrivando a piantargli un chiodo nella spalla destra durante un addestramento in «stress mode» e a lanciargli cestini pieni di spazzatura mentre erano impegnati in un’esercitazione a Tolmezzo (Udine).

 

I due articoli del Codice penale

Nel fascicolo del pm, oltre ai reati di violenza privata e lesioni, ce ne sono altri due puniti dal Codice penale militare di pace: gli articoli 195 (violenza contro un inferiore) e 196 (minaccia o ingiuria a un inferiore). All’inizio partirono due indagini, una dalla Procura di Belluno e l’altra dalla Procura militare di Verona.

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Poi furono riunite e affidate al Tribunale ordinario che avrebbe dovuto giudicare il reato più grave. La violenza privata prevede infatti una condanna fino a quattro anni di reclusione, mentre l’articolo 195 contempla una punizione da uno a tre anni di carcere. Non è un caso se, ieri, le dichiarazioni dei tre sottoufficiali hanno cercato di smontare proprio quest’accusa, spiegando fin da subito che si trattava di uno scherzo.

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«Ho preso il televisore dalla sua stanza – ha raccontato il sergente maggiore Caredda – con l’intenzione di portarlo nella macchina di Garritano. Siamo scesi giù per le scale e usciti nel piazzale. Lì, davanti all’auto, abbiamo scherzato. Non volevamo farglielo riprendere. Ci hanno visti in tanti, anche militari di grado superiore: se avessi commesso un reato l’avrebbero segnalato». Secondo la pubblica accusa Di Rubbo è stato strattonato, tirato indietro per la giacca, impedito nei movimenti e colpito al volto con delle gomitate, tanto da riportare delle ferite al volto.

 

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Una situazione tutt’altro che goliardica. «Il graffio sul viso è stato casuale – ha detto invece Siniscalco – Noi facevamo una resistenza passiva: spalle alla macchina e faccia rivolta a lui. Probabilmente, nel cercare di prendere il televisore, si è graffiato sul feltro di una delle nostre giacche. Ma stavamo giocando e lui era nostro complice. Inoltre, quando abbiamo fatto le scale, siamo passati davanti all’ufficio del capitano. Avrebbe potuto fermarsi e denunciare l’accaduto ma non l’ha fatto».

 

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Le indagini

L’aspetto tragico dell’intera faccenda è che il 26enne, in realtà, avrebbe dovuto rivolgersi al suo diretto superiore ma si trovò con le mani legate perché si trattava proprio del sergente maggiore Caredda. Così, dopo l’episodio del televisore, andò direttamente dal comandante della compagnia che portò il giovane al Pronto soccorso di Belluno e fece partire le indagini. «È iniziato tutto da quel graffio – ha spiegato Garritano tra le lacrime – e da quel comandante da cui io stesso avevo ricevuto numerose pressioni, con aggressioni fisiche e verbali».

 

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Nessuno accenno, da parte dei tre imputati, all’episodio del cestino, quando gli avrebbero lanciato addosso dell’immondizia mentre dormiva nella sua branda. Né tanto meno alla famosa esercitazione sotto stress quando, durante il montaggio-smontaggio dell’arma, gli avrebbero fatto pressione psicologica urlandogli contro e punzonandolo con un chiodo. Il processo è stato rinviato per eventuali repliche e per la sentenza al 17 giugno. Salvatore Di Rubbo, difeso dall’avvocato Mario Palmirani, ha chiesto una provvisionale di 10.000 euro quale risarcimento per i danni subiti.

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