alija hrustic

VI RICORDATE DI MEHMED, IL BIMBO DI 2 ANNI IL CUI CORPO MARTORIATO VENNE RITROVATO IN UN APPARTAMENTO DI MILANO? IN APPELLO I GIUDICI HANNO TOLTO L’ERGASTOLO AL PADRE 26ENNE DI ORIGINI SERBE  È STATA ESCLUSA LA TORTURA E L'OMICIDIO È STATO RIQUALIFICATO IN MALTRATTAMENTI AGGRAVATI –  IL BIMBO È STATO COLPITO A “CALCI E PUGNI”, AVEVA BRUCIATURE DI SIGARETTE SUL CORPO E GLI SAREBBERO STATI USTIONATI I PIEDINI CON LA FIAMMA VIVA. A UCCIDERLO SAREBBERO STATI ALCUNI…

Gianluca De Rossi per “il Messaggero”

 

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«Non uccise il figlioletto di 2 anni e 5 mesi», e per questo l'ergastolo al papà è stato annullato in Appello. Per la Corte d'Assise d'Appello di Milano, dunque, la morte del piccolo Mehmed Hrustic, il cui corpo martoriato fu ritrovato nel maggio 2019 in un appartamento di via Ricciarelli, zona San Siro del capoluogo lombardo, non fu un omicidio. E il delitto è stato riqualificato in maltrattamenti aggravati.

 

IL PROCESSO Al centro del processo il papà della piccola vittima, Alija Hrustic, 26enne di origine croata. I giudici di secondo grado hanno deciso l'annullamento dell'ergastolo deciso in primo grado e condannato l'uomo a 28 anni di reclusione, riqualificando il reato di omicidio volontario in maltrattamenti pluriaggravati anche dalla morte della vittima. È stata esclusa la tortura, riconosciuta in primo grado.

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E Hrustic è stato anche assolto dai maltrattamenti aggravati verso la moglie con la formula «perché il fatto non sussiste». Tra 40 giorni saranno depositate le motivazioni della sentenza. Stamani la sostituta pg di Milano Paola Pirotta aveva chiesto ai giudici della prima sezione della Corte d'Assise d'Appello, presidente Ivana Caputo, la conferma della condanna all'ergastolo decisa in primo grado.

 

LA TORTURA Il caso Hrustic è stato il primo in Italia in cui era stata contestata la tortura nell'ambito delle violenze in famiglia. Stando all'indagine condotta all'epoca dei fatti dalla Squadra mobile di Milano e coordinata dalla pm Giovanna Cavalleri, il bambino per i due giorni precedenti alla morte aveva subito le violenze del padre. Come era stato ricostruito in uno degli atti dell'indagine, il papà 26enne lo avrebbe colpito con «calci e pugni», gli avrebbe provocato «bruciature» sul corpo con l'estremità di sigarette accese e gli avrebbe anche ustionato i piedini «con una fiamma viva».

 

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A uccidere il bambino sarebbero stati poi alcuni colpi sulla fronte. «Lungi da me l'idea di dire vittoria o sconfitta in un processo dietro il quale c'è una tragedia umana incolmabile», le parole del difensore dell'imputato, l'avvocato Giuseppe de Lalla.

 

«Al netto di ogni retorica - ha continuato - credo che la tesi difensiva sia la più aderente a una verità processuale sovrapponibile a quella fattuale». E ancora per il difensore, già la sentenza di primo grado metteva in luce la «lacunosità» e le «contraddizioni» nel racconto della moglie che fu testimone delle violenze. «Mi riservo ogni commento più approfondito alla lettura delle motivazioni - ha detto l'avvocato de Lalla - ma da quello che emerge sinora anche la Corte d'Assise d'appello ha fatto un'attenta analisi di queste contraddizioni».

 

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Già nelle motivazioni della sentenza di primo grado della Corte d'Assise di Milano, i giudici avevano evidenziato dei dubbi sul comportamento della madre e moglie dell'imputato, assistita dall'avvocato Patrizio Nicolò. «Non è apparso chiarito a sufficienza - si leggeva nelle motivazioni - se in concreto» la giovane «fosse stata nelle condizioni oggettive per tutelare in modo più efficace il figlio».

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