giuseppe conte burocrazia

CONTE, CHE VOLPE! - ANCHE SE LA PROROGA DELLO STATO D’EMERGENZA FOSSE LIMITATA A TRE MESI INVECE DEI CINQUE ANNUNCIATI, LE PREVISTE ELEZIONI DEL 20 E 21 SETTEMBRE DOVREBBERO TENERSI PRATICAMENTE SENZA CAMPAGNA ELETTORALE O, ANCORA PEGGIO, POTREBBERO SUBIRE UN ALTRO RINVIO CAUSA COVID DI RITORNO - IL RINVIO SAREBBE UN SALVAPOLTRONA PER CONTE PERCHE' IL SUO DESTINO PASSA DAL VOTO IN LIGURIA E PUGLIA, DOVE LA SINISTRA HA OTTIME PROBALILITA' DI USCIRE SCONFITTA - IN PIU' C'E' LA RIFORMA DELLA LEGGE ELETTORALE CON PD-M5S A FAVORE DEL PROPORZIANALE CONTRO RENZI, SALVINI, LEU E MELONI PER IL MAGGIORITARIO - AGO DELLA BILANCIA, BERLUSCONI...

SETTEMBRE, ANDIAMO. E' TEMPO DI VOTARE

ferruccio sansa

Stefano Folli per “la Repubblica” - Estratto

 

Ecco allora la rilevanza del voto di settembre. Due sono le Regioni che possono fare la differenza: Liguria e Puglia. Dando quasi per scontato che Toscana e Campania resteranno nel campo del centrosinistra, la discriminante tra vincitori e vinti passerà da Genova e Bari. E infatti in Liguria si era realizzato l'auspicio di Zingaretti: un patto Pd-M5S su un candidato comune, Ferruccio Sansa.

 

conte di maio

Colpo di scena, peraltro non del tutto imprevedibile: Di Maio protesta e denuncia l'accordo cercando la sponda di Grillo. È un colpo all'asse Zingaretti-Conte, un tentativo di affossare il primo passo dell'intesa strategica. Che riesca o no, sappiamo che i 5S tendono a dividersi a metà ogni giorno di più.

 

Quanto alla Puglia, la figura di Emiliano, presidente ricandidato, incarna da tempo una sorta di fusione ideale fra il Pd e la filosofia grillina. Non a caso in Puglia c'è in campo da settimane un renziano, Scalfarotto, il cui compito è costituire un cuneo nelle ruote del carro. È chiaro che il destino di Conte passa da Genova e Bari. E lo stesso vale per il futuro dell'integrazione Pd-5S.

 

2. "GERMANICUM" IN ALTO MARE E MAGGIORANZA IN TILT 

Riccardo Mazzoni per iltempo.it

 

RENZI CONTE

Incredibile ma vero: mentre l’Italia resta il fanalino di coda per debito e pil in attesa di un autunno rovente dal punto di vista sociale, e mentre gli sbarchi di migranti sono ripresi in modo incessante, con i servizi che segnalano diecimila prossime partenze dalla Libia, il governo si barrica nel bunker e mette sul tavolo due priorità una più grottesca dell’altra: il prolungamento dello stato d’emergenza e la riforma della legge elettorale.

 

Con un’aggravante pericolosa: anche se la proroga dell’emergenza fosse limitata a tre mesi invece dei cinque annunciati da Conte, le previste elezioni del 20 e 21 settembre dovrebbero tenersi praticamente senza campagna elettorale o, ancora peggio, potrebbero subire un altro rinvio, fatto senza precedenti nella storia della Repubblica.

 

EMILIANO

D’altra parte, l’allergia dell’avvocato del popolo (e dei Dpcm) alle regole della democrazia è ormai tristemente nota, ed essendo il voto di settembre un appuntamento ad alto rischio per la tenuta del governo, c’è da aspettarsi di tutto. Il caos e l’emergenza costituiscono infatti l’acqua in cui il premier riesce a nuotare meglio: prima ha approfittato del Covid per scongiurare l’implosione già in atto della sua maggioranza, e ora ipotizza una seconda ondata epidemica con l’obiettivo neanche troppo nascosto di blindare la poltrona e scavallare l’anno.

 

 

Conte Speranza

Una strategia di cui è parte integrante l’approvazione a rotta di collo alla Camera della nuova legge elettorale, un vaccino contro le elezioni anticipate in caso di incidenti parlamentari sempre più incombenti.

 

La strada è tracciata: giovedì in commissione Affari costituzionali scadrà il termine per la presentazione degli emendamenti, e il testo dovrebbe approdare nell’aula di Montecitorio lunedì 27 luglio. Un’accelerazione fortemente voluta soprattutto dal Pd, che però non piace né ai renziani né a Leu, e che rischia di trasformarsi in un Vietnam parlamentare, con la maggioranza che potrebbe finire sotto in diversi dei voti segreti previsti in aula.

 

ZINGARETTI - CONTE - DI MAIO

E’ anche possibile quindi che il blitz di mezza estate fallisca al primo tornante, ma il dato più significativo di una vicenda che è l’emblema stesso di una maggioranza inquieta, è la conversione-regressione del Pd al proporzionale, sia pure con sbarramento (per ora) alto.

 

Sarebbe sbagliato paragonare questa giravolta alla vendita dell’anima al diavolo, visto che il Pd un’anima non l’ha mai avuta, essendo stato fin dalla nascita un assemblaggio di potere fra potentati provenienti da culture politiche diverse, ma una cosa almeno è certa: siamo di fronte alla sepoltura definitiva della vocazione maggioritaria messa in campo da Veltroni come lo strumento essenziale per modernizzare la democrazia italiana. Una vocazione che aveva un solo, imprescindibile corollario elettorale: il sistema maggioritario.

 

NICOLA ZINGARETTI LUIGI DI MAIO

Ma i sacri principi della sinistra si scontrano sempre con le convenienze politiche contingenti, e la riforma in senso proporzionale altro non è che il prolungamento con altri mezzi della guerra al Papeete che portò un anno fa all’accordo scellerato con Grillo, e ora dovrebbe servire per sbarrare la strada a una vittoria del centrodestra a trazione sovranista.

 

Per portare a compimento un’operazione del genere, agli occhi dell’intellighenzia rossogialla, l’attuale Rosatellum non dà affatto garanzie, nonostante la parte maggioritaria sia ridotta ai tre ottavi di seggi assegnati a chi prende più voti nei collegi uninominali.

 

grillo

Ma se i sondaggi dicono il vero, il centrodestra vincerà le prossime elezioni con qualsiasi legge elettorale, per cui quella del Pd rischia di essere solo una mossa tattica di corto respiro che butta a mare tutta la strategia elaborata al Lingotto nel 2007.

 

La realtà è che il Pd, da presunto faro del riformismo, è diventato una ditta aggrappata ai dividendi del potere sulla pelle del Paese: i danni provocati da questo governo, ad esempio, sono drammatici, e il ritorno al proporzionale rischia di infliggerne un altro ugualmente grave, togliendo per legge agli elettori il diritto di scegliere da chi farsi governare e istituzionalizzando il mercimonio che in questa legislatura ha già prodotto due ribaltoni inguardabili.

 

Non c’è però da meravigliarsi: il Pd non ha infatti mai rotto il cordone ideologico con i retaggi che furono del vecchio Pci, per cui il potere viene sempre prima di tutto: quando si conquista va mantenuto a tutti i costi, e quando gli elettori lo assegnano ad altri, allora è un vulnus irreparabile alla democrazia. Per cui il ritorno al proporzionale val bene un Lingotto. L’importante è restare al governo, anche se tutto intorno sono solo macerie.

 

 

LEGGE ELETTORALE

Da Avvenire

fornaro leu

 

Dopo aver spronato Conte a chiudere qualche dossier e mentre il premier si batte per i fondi europei, Nicola Zingaretti torna l'alleato fedele e la coesione della maggioranza pare il suo obiettivo principale. E però il segretario del Pd si scontra frontalmente contro il muro di Iv e Leu sulla legge elettorale.

 

Il 'Germanicum' concordato alla fine dello scorso anno non decolla. I giallo-rossi si spaccano sul testo Brescia che doveva essere adottato come base. Ieri Italia Viva ha disertato la riunione in Commissione affari costituzionali alla Camera, mentre Leu (contraria alla soglia del 5 per cento) si è astenuta. Il voto è stato rinviato a lunedì, ma l'approdo in aula del provvedimento, previsto per il 27 luglio, si fa sempre più incerto.

 

 

Dunque, il capogruppo del Pd Graziano Delrio e i rappresentanti dei 5 stelle restano soli a difendere il Germanicum, che dovrebbe - secondo le intenzioni originarie - fare da contrappeso alle novità del nuovo Parlamento slim previsto dalla riforma costituzionale.

 

GRAZIANO DELRIO

«Concordiamo con l'impianto proporzionale ma non con la soglia del 5 per cento, del tutto estranea al sistema italiano, e auspichiamo che nel corso dell'esame venga abbassata», spiega Federico Fornaro, capogruppo di Leu.

 

E però ben più ostica è la posizione dei renziani, che pure a gennaio avevano sottoscritto il compromesso sul proporzionale. Il leader di Iv (al quale si appella lo stesso premier perché aiuti a far procedere il suo lavoro) affida alla e- news la motivazione del suo dissenso: «C'è un'accelerazione sulla legge elettorale. Pd e 5 stelle vogliono chiuderla in tre giorni. Noi non facciamo le barricate, perché le priorità del Paese oggi sono i posti di lavoro, non i posti in Parlamento».

 

Stefano Ceccanti

Però, continua Renzi, «rimaniamo fermi sulla nostra idea di sempre: ci vuole la legge elettorale dei sindaci». Una scelta che si salderebbe con il maggioritario voluto da Lega e Fdi, con i quali - temono gli alleati di maggioranza - Renzi potrebbe trovare un accordo. Al contrario, invece, nel Pd c'è una larga fetta di deputati perplessi sull'accelerazione impressa dal segretario. Allo scetticismo di Emanuele Fiano si aggiunge il silenzio di Stefano Ceccanti.

 

Di fatto sono in molti a credere che la legge elettorale andrebbe affrontata dopo le regionali e che dopo il voto si potrebbe trovare un'intesa con Forza Italia. Piuttosto, è opinione diffusa tra i deputati dem, spingere ora sulla riforma finirebbe per rinsaldare l'intesa nel centrodestra. E difatti Forza Italia si schiera contro il Germanicum (anche se il proporzionale consentirebbe a Fi di non essere inghiottita dal Carroccio), mentre Matteo Salvini assicura che «il centrodestra avrà una posizione comune».

 

salvini meloni

Non il Germanicum, definito «legge salva inciucio » da Giorgia Meloni nella conferenza stampa in cui Fdi presenta una proposta ancora più maggioritaria che impatta quasi per il 60% degli eletti.

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