giorgia meloni giancarlo giorgetti

DAGOREPORT! DEEP STATE, IL POTERE ASSOLUTO - DOPO LA DISASTROSA MANOVRA, IL MINISTRO DELL’ECONOMIA GIORGETTI HA URGENTE BISOGNO DI QUALCUNO CHE GLI SPIEGHI CHE IL VERO POTERE NON È QUELLO CHE VA SUI GIORNALI O NEI TALK. IL POTERE ESECUTIVO È UN INVISIBILE "STATO DENTRO LO STATO" COSTRUITO DI BUROCRATI (GRAN SERBATOIO IL CONSIGLIO DI STATO) CHE SONO GLI UNICI VERAMENTE INAMOVIBILI NELLE ISTITUZIONI NAZIONALI - ECCO: IL GOVERNO HA IN MANO IL VOLANTE DELLA MACCHINA DEL POTERE MA SE IL DEEP STATE DECIDE DI NON METTERE LA BENZINA, PUOI SCHIACCIARE IL PEDALE DEL GAS QUANTO VUOI MA NON VAI DA NESSUNA PARTE – NE SANNO QUALCOSA TREMONTI E RENZI…

DAGOREPORT

GIANCARLO GIORGETTI

Il responsabile del disastroso via libera alla manovra si chiama Giancarlo Giorgetti, il semolino di Salvini. Eppure il ministro dell’Economia non aveva davanti un compito granché complicato visto che i due terzi della Finanziaria erano già destinati a combattere il caro-bollette. Ne restavano appena 14 miliardi da gestire ed è finita nel caos più grottesco. La Ragioneria di Stato ha mosso ben 44 rilievi alla manovra e sulla graticola i parlamentari di Forza Italia e Fratelli d’Italia hanno spedito all’inferno il ministro leghista e la scelta dei suoi tecnici del Mef. 

 

Una questione che ripropone un tema che non ha granché accesso sui giornali e talk: il vero potere non ha un volto, non va sui giornali né viene ospitato nei talk, è lontano dagli occhi dell'opinione pubblica perché lavora in quel mondo che viene definito Deep State. Quello ‘’stato sotterraneo’’, esiziale per la vita di un governo, è composto da organismi come Consiglio di Stato, Corte dei Conti, Servizi segreti, poteri militari, civil servant, eminenze grigie varie e avariate.

GIUSEPPE SALVAGGIULO - IO SONO IL POTERE

 

Un invisibile "Stato dentro lo Stato" costruito di burocrati che esercitano il vero potere esecutivo dietro le quinte. Di più: sono gli unici veramente inamovibili nelle istituzioni nazionali. Insomma: il governo ha in mano il volante della macchina del potere ma se il Deep State decide di non mettere la benzina, puoi schiacciare il pedale del gas quanto vuoi ma non vai da nessuna parte.  

 

Nondimeno, fare a meno della giuntura che lega le grandi burocrazie pubbliche al governo, è il sogno della classe politica. Ma non riescono a emanciparsene perché non possono. Non solo perché i politici de’ noantri non saprebbero scrivere neppure tre righe di una legge. Ma, dato che più sono incapaci, più sono arroganti, non riescono a capacitarsi che una burocrazia ostile, ma anche semplicemente non collaborativa, è in grado di impedire, confondere, rallentare qualsiasi decisione. 

TREMONTI E MILANESE

 

‘’In Italia la selezione dei capi di gabinetto avviene attraverso canali diversi di cooptazione. Ci sono i magistrati del Consiglio di Stato. Quelli della Corte dei conti. I professori universitari. I funzionari parlamentari. I burocrati di carriera, che agivano per decenni nelle pubbliche amministrazioni. Ciascuna categoria ha un suo codice di comportamento, regole di affiliazione, baronie, gelosie, ritualità, scandali, ricatti, mele marce, figure leggendarie’’. 

 

matteo renzi antonella manzione

Racconta l’ottimo giornalista de “La Stampa” Giuseppe Salvaggiulo nel suo fondamentale libro “Io sono il potere. Confessioni di un capo di gabinetto” (Feltrinelli, 2020), l’errore di Giulio Tremonti: “Erano già quindici anni che faceva politica ai più alti livelli quando nominò capo di gabinetto a Palazzo Chigi, dov’era stato nominato vicepremier, Marco Milanese. Un ufficiale della Guardia di finanza che dopo Mani Pulite si era buttato in politica con Berlusconi. Per noi gabinettisti un finanziere che si laurea a quarantacinque anni e diventa capo di gabinetto è come un mercante nel tempio. Nessuno a Roma rispondeva al telefono a Milanese. Fu isolato come fosse portatore di un virus pestilenziale”.

 

antonella manzione

Ancora Salvaggiulo: ‘’Il più madornale errore di Matteo Renzi, dopo la presa del potere del 2014, fu sbagliare la squadra. Non dei ministri, che in quel governo – a parte Padoan e pochi altri - erano perlopiù comparse’’. Il Deep State lo abbandonò al suo destino quando Renzi arruolò il capo della polizia municipale di Firenze, Antonella Manzione. 

 

Antonella Manzione Libro

Subito malevolmente ribattezzata “la vigilessa” per sottolinearne il curriculum giuridico modesto a fronte dei predecessori (in genere alti magistrati) nel prestigioso incarico di capo dell’ufficio legislativo della presidenza del Consiglio, in realtà non aveva sfigurato. Nei cosiddetti “preconsigli”, le riunioni dei capi staff cui seguono quelle dei ministri, si segnalava per formalismo e pignoleria. 

 

GIUSEPPE CHINE

Ma la sua autorevolezza derivava dalla piena copertura politica di Renzi. Di fronte a un contrasto, per chiudere la discussione le bastava dire “chiedo a Matteo” e dopo pochi minuti, mostrando il cellulare, “Matteo mi ha detto di fare così”, conclude Salvaggiulo.

 

DARIA PERROTTA

Il risultato tragico della manovra by Giorgetti ha origine dallo sconsiderato turn-over fatto all'interno della burocrazia del Mef. Fuori Giuseppe Chiné, potentissimo consigliere del Consiglio di Stato (gran serbatoio del Deep State) ed ex capo di gabinetto di Daniele Franco, sostituito dal magistrato Stefano Varone, che era stato capo di gabinetto di Giorgetti al Mise, è stato il primo errore visto che i tempi per varare la manovra erano strettissimi. Mettere poi al coordinamento dei legislativi, anziché un consigliere del Consiglio di Stato ma la magistrata alla Corte dei Conti Daria Perrotta, è stato il secondo. 

 

ALESSANDRO RIVERA

E forse Giorgetti in parte l’ha capito quando si è opposto ai desiderata della Meloni di far fuori subito Alessandro Rivera, influentissimo direttore generale del Tesoro. Ma, a quanto pare, non è bastato per evitare una figura da cioccolataio.

 

"NON RISPONDEVANO ALLE MAIL" ACCUSE ALLA SQUADRA DI GIORGETTI PER I RILIEVI AL BILANCIO

Emanuele Lauria per la Repubblica

federico mollicone foto di bacco

 

È un caso che esplode all'improvviso, in un Transatlantico che si appresta lentamente a celebrare il sofferto via libera alla manovra. Uno dopo l'altro, due deputati di Fratelli d'Italia mettono nel mirino i tecnici del Mef, il ministero retto dal leghista Giancarlo Giorgetti. 

 

Raccontano un malumore diffuso, che è proprio di altri colleghi e pure di autorevoli esponenti di Forza Italia alla Camera. Nella seconda, convulsa, notte di lavoro in commissione Finanze sarebbe venuto a mancare il supporto fondamentale della struttura del ministero dell'Economia. 

 

TOMMASO FOTI 2

Un retroscena, lo chiama proprio così, che il deputato Federico Mollicone, vicinissimo al vicepresidente di Montecitorio Fabio Rampelli, consegna ai cronisti. È lui a raccontare di mail a vuoto, inviate ai funzionari di via XX settembre, alle quali è arrivata risposta solo nella mattina seguente. 

 

Mollicone è irritato per un fatto personale, la difficoltà nel trovare un conforto tecnico mentre si stava discutendo un emendamento a sua firma, quello sul bonus cultura. Ma al parlamentare romano dà man forte Tommaso Foti, che di Fratelli d'Italia è capogruppo: «È vero, è stato irrituale che soprattutto alla Camera nelle ultime ore non vi fosse il personale del Mef». 

 

TASSISTI PROTESTANO A VIA XX SETTEMBRE DAVANTI AL MEF

Insomma, una sostanziale condivisione delle parole del compagno di partito sulle cause del «caos amministrativo» che ha caratterizzato il transito a Montecitorio della manovra. «È un fatto vero - sottolinea Foti - d'altra parte dobbiamo anche tenere presente che erano impegnati su due fronti, quello della Camera e quello del Senato dove c'era l'Aiuti Quater. 

 

Purtroppo quando il personale che deve assumere delle decisioni è quello che è - conclude il capogruppo dei meloniani - si verifica questo». Sono critiche non leggere, davanti alle quali arrivano smentite. E il ministro Giancarlo Giorgetti per primo difende i tecnici di Mef e Ragioneria: «Ma no, sono stanchi, hanno lavorato tanto». 

ALESSANDRO RIVERA

 

Ma ciò non toglie che una manovra pasticciata lascia sul campo ferite che bruciano, nella maggioranza: Fdi avanza le proprie perplessità sulla struttura del ministero dell'Economia, non coinvolgendo il vertice politico, ma certo queste accuse non possono far piacere a Giorgetti. 

 

E se, da un lato, qualcuno ipotizza una vendetta di settori della maggioranza verso una Ragioneria che ha mosso 44 rilievi alla manovra (certo non un inno alla competenza dei parlamentari), dall'altro la questione ripropone i dubbi sull'efficacia del turn-over fatto all'interno della burocrazia del Mef. 

 

Con il nuovo capo dell'ufficio coordinamento del legislativo Economia Daria Perrotta in prima fila: «In questi giorni sembrava lei il ministro», dice malignamente un deputato "graduato" di Forza Italia. E sullo sfondo c'è il braccio di ferro, che dura da ottobre, fra Fdi e Giorgetti sul direttore generale del Tesoro Alessandro Rivera: Meloni vuole sostituirlo, il ministro finora ha resistito. 

 

lamberto dini daniele franco foto di bacco

L'apprezzamento unanime sull'approvazione della legge cela insomma malumori. Come quelli di Forza Italia: diversi parlamentari fanno notare che la guerriglia in commissione si poteva evitare se il governo avesse varato un disegno di legge già definito e blindato nei punti essenziali, come le pensioni minime. 

 

Non sono tensioni trascurabili, anche perché in prospettiva c'è un altro passaggio d'aula delicato: quello sulla ratifica del Mes. La premier ha aperto alla possibilità di un sì alla riforma del regolamento, pur escludendo un ricorso al fondo salva-Stati. Posizione che piace a Fi ma molto meno alla Lega: 

claudio borghi

 

«Ratifica del regolamento e utilizzo del Mes non sono due cose separate - dice il senatore Claudio Borghi - la ratifica farebbe scattare un pericoloso meccanismo di aggressione al nostro Paese. Sono convinto che in aula troverò gli argomenti giusti per convincere chi, in buona fede, sta cambiando idea su un no già deliberato con un ordine del giorno della maggioranza». 

Ultimi Dagoreport

gian marco chiocci giorgia meloni palazzo chigi

DAGOREPORT: ‘STA RIFORMA NON SERVE A UN CAZZO –  LE MODIFICHE ALLA GOVERNANCE DELLA RAI, IMPOSTE DALL’UE, AVREBBERO DOVUTO ESSERE OPERATIVE ENTRO GIUGNO. E INVECE, IL GOVERNO SE NE FOTTE – SE IERI PALAZZO CHIGI SOGNAVA UNA RIFORMA “AGGRESSIVA”, CON L’OBIETTIVO DI “MILITARIZZARE” VIALE MAZZINI IN VISTA DELLE ELEZIONI DEL 2027, L’ESITO DISASTROSO DEL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA HA COSTRETTO LA “FIAMMA TRAGICA” DI MELONI A RICONSIDERARE L’EFFICACIA DI RAI E MEDIASET – SOLO IL TG1 DI CHIOCCI FUNZIONA COME STRUMENTO DI PROPAGANDA: GLI ALTRI NON SONO DETERMINANTI, O PERCHÉ NON LI VEDE NESSUNO (RAINEWS) O PERCHÉ NON CONTROLLABILI (IL TG5-AFTER-MARINA, MA ANCHE TG2 E TG3) - INOLTRE, È IL “MODELLO” STESSO DEL TELEGIORNALE A ESSERE ORMAI OBSOLETO, QUANDO SI HA IN TASCA UN TELEFONINO SPARA-SOCIAL O UN COMPUTER SUL TAVOLO CHE INFORMA IN TEMPO REALE...

giorgia meloni riforma legge elettorale stabilicum

DAGOREPORT: ‘STA RIFORMA ELETTORALE, DITEMI A CHI CAZZO CONVIENE? – LA MELONA AZZOPPATA DAL REFERENDUM SAREBBE PRONTA A RITOCCARE IN BASSO L'ABNORME PREMIO DI MAGGIORANZA DELLO “STABILICUM” PUR DI FAR CONVERGERE IL SI' DELL’OPPOSIZIONE – MA LA FU DUCETTA HA DAVANTI DUE OSTACOLI: NON È SICURA DEI VOTI, A SCRUTINIO SEGRETO, DI LEGA E DI FORZA ITALIA CHE TEMONO UN TRAPPOLONE SUI SEGGI - IL SECONDO PROBLEMA SERPEGGIA IN FDI: IN CASO DI SCONFITTA, MOLTI DI LORO RISCHIANO DI FINIRE TROMBATI PROPRIO A CAUSA DEL PREMIO DI MAGGIORANZA – A SINISTRA, SE IL M5S E' ABBASTANZA FAVOREVOLE ALLA RIFORMA, IL DUPLEX PD-AVS E' DI AVVISO CONTRARIO (IL SOLITO ''DIVIDI E PERDI'', NON CONOSCENDO LA REGOLA DI OGNI COALIZIONE DI SUCCESSO: “PRIMA SI PORTA A CASA IL POTERE, POI SI REGOLANO I CONTI”)

beatrice venezi

DAGOREPORT! UNA NOTTE CON "BEATROCE" VENEZI: LA "FU BACCHETTA NERA" RICICCIA NEL RUOLO DI PRESENTATRICE DEL PROGRAMMA DI ''SKY ARTE", “RINASCIMENTI SEGRETI” - NON STIAMO SCHERZANDO, MEGLIO DI UNA DILETTA LEOTTA, LA VENEZI, CHIODO DI PELLE NERA E PANTA ADERENTI, RIPRESA PIÙ DA DIETRO CHE DA DAVANTI, HA VOCE SUADENTE, LEGGE IL GOBBO CON CAPACITÀ E GUARDA IL TELESPETTATORE CON UNA CERTA INNATA MALIZIA - ALLA VENEZI ANDREBBE AFFIDATO UN PROGRAMMA PER LA DIVULGAZIONE DELLA MUSICA CLASSICA, NON LA FENICE! SAREBBE DI AIUTO PER LA SOLITA TIRITERA DI “AVVICINARE I GIOVANI ALLA MUSICA CLASSICA”. L’AMICHETTISMO FA SCHIFO, MA SE INOLTRE GLI AMICI LI METTI FUORI POSTO, DALLA BACCHETTA AL PENNELLO… - VIDEO

buttafuoco giuli arianna giorgia meloni emanuele merlino elena proietti fazzolari

DAGOREPORT - UTERINO COM'È, GIULI NON HA RETTO ALL'ELEVAZIONE DI BUTTAFUOCO A NUOVO IDOLO DELLA SINISTRA LIBERALE E DELLA DESTRA RADICALE: VUOLE ANCHE LUI DIVENTARE LO ‘’STUPOR MUNDI’’ E PIETRA DELLO SCANDALO. E PER DIMOSTRARE DI ESSERE LIBERO DAL ‘’CENTRO DI SMISTAMENTO DI PALAZZO CHIGI’’, HA SFANCULATO IL SUO “MINISTRO-OMBRA”, IL FAZZO-BOY MERLINO – IL CASO GIULI NON È SOLO L’ENNESIMO ATTO DEL CREPUSCOLO DEL MELONISMO-AFTER-REFERENDUM: È IL RISULTATO DEL FALLIMENTO DI RIMPIAZZARE LA MANCANZA DI UNA CLASSE DIRIGENTE CAPACE CON LA FEDELTÀ DEI CAMERATI, FINO A TOCCARE IL CLIMAX DEL FAMILISMO METTENDO A CAPO DEL PARTITO LA SORELLINA ARIANNA, LA CUI GESTIONE IN VIA DELLA SCROFA HA SGRANATO UN ROSARIO DI DISASTRI, GAFFE, RIPICCHE, NON AZZECCANDO MAI UNA NOMINA (MICHETTI, TAGLIAFERRI, GHIGLIA,  SANGIULIANO, CACCIAMANI, DI FOGGIA, MESSINA, ETC) - FINIRÀ COSI': L'ALESSANDRO MIGNON DELL'EGEMONIA CULTURALE SCRIVERÀ UN ALTRO LIBRO: DOPO “IL PASSO DELLE OCHE”, ‘’IL PASSO DEI CAPPONI’’ (UN POLLAIO DI CUI FA PARTE...)

nigel farage keir starmer elly schlein giuseppe conte

DAGOREPORT – “TAFAZZISMO” BRITISH”! A LONDRA, COME A ROMA, LA SINISTRA È CAPACE SOLO DI DARSI LE MARTELLATE SULLE PALLE: A FAR PROSPERARE QUEL DISTURBATO MENTALE DI FARAGE  È LA SPACCATURA DELLE FORZE “DI SISTEMA”, CHE NON RIESCONO A FARE ASSE E FERMARE I SOVRANISTI “FISH AND CHIPS” - È MORTO E SEPOLTO IL BIPARTITISMO DI IERI E LA FRAMMENTAZIONE È TOTALE, TRA VERDI, LIB-LAB, LABOUR, TORY E CORNUTI DI NUOVO E VECCHIO CONIO – IL CASO MELONI INSEGNA: NEL 2022, LA DUCETTA VINSE SOLO PERCHÉ IL CENTROSINISTRA SI PRESENTÒ DIVISO, PER MERITO DI QUEI GENI DI ENRICO LETTA E DI GIUSEPPE CONTE – APPUNTI PER FRANCIA E GERMANIA, DOVE SI SCALDANO LE PEN E AFD (E L’EUROPA TREMA…)