L’OLGETTINA È MIA E ME LA GESTISCO IO - IL “FEMMINISMO PRO-PORNO” DI ANNALISA CHIRICO, IN DIFESA DELLE PAPI-GIRL E CONTRO LA DITTATURA DEL “SE NON ORA QUANDO?”

"Il Foglio" pubblica un estratto del libro di Annalisa Chiricho, "Siamo tutti puttane. Contro la dittatura del politicamente corretto", Marsilio, 286 pagine, 16,50 euro

A sentire le paleofemministe, le ragazze di via Olgettina dovrebbero essere liberate dal fallocentrismo imperante che le ha convinte che sia giusto così, che sia normale offrirsi al potente di turno, meglio ancora se presidente del Consiglio (una fortuna che capita a poche). E se invece le ossessionate dal fallo fossero proprio loro, le Guardiane della Repubblica? Davvero una donzella che fa sfoggio di una borsa firmata mentre avanza disinvolta, con passo felpato, su un tacco dodici, ha bisogno di essere "liberata"?

Un pensiero torna a Jacqueline, che assiste alla selezione della prescelta per una sera e ingoia l'amaro boccone ripetendo a se stessa: "Ma l'unica first lady sono io"; o ancora alla casalinga di tante case italiane che deve rendicontare ogni spesa al proprio marito, dominus incontrastato del portafogli familiare. Secondo voi, chi ha più bisogno di essere "liberata" tra una giovane esuberante e volitiva, e la tipica massaia italiana?

Quando ho spiegato a mia madre che nessuna di quelle trenta ragazze, della cui vita privata telegiornali e talk show si occupavano quotidianamente, era imputata di alcunché, ma che erano chiamate in tribunale in qualità di testimoni, lei, sulle prime, non mi ha creduto. "Annalisa, sei sicura? Cioè si ritrovano così sputtanate per aver collaborato con la giustizia?". Esattamente. A seguire il pornoprocesso da cronista, per mestiere più che per diletto, ho provato un misto di sgomento e sbigottimento.

Le udienze, le domande morbose dei pm, le reazioni delle ragazze che il più delle volte celavano a stento un vero e proprio impeto di ribellione (il corpo è mio e me lo gestisco io), offrivano un'ampia rassegna di argomenti per intrattenere a cena gli amici. L'altra faccia della medaglia però era assai meno leggera. Assistevo infatti allo sputtanamento mediatico di decine di ragazze, più o meno mie coetanee, alle prese con la vita, con la smania di farcela, con le incombenze quotidiane. Le quali si ponevano alcune domande ineludibili: che cosa faremo d'ora in poi?

Chi ci prenderà sul serio ora che persino la stampa estera riporta le nostre immagini corredate da nomi e cognomi alla stregua di vere e proprie foto segnaletiche? Torneremo mai a una vita normale? Quelle ragazze non vogliono fare le giornaliste. Neanche le insegnanti. Il loro pallino è lo spettacolo, il cinema, la televisione. Come in ogni professione e in ogni angolo del mondo, le conoscenze contano. Non bastano ma contano. Loro sono state più fortunate di tante altre che stanno alle calcagna di impresari squattrinati o di produttori venditori di sogni e illusioni.

Hanno conosciuto Silvio Berlusconi, il tycoon d'Italia, il capo di un impero mediatico, il presidente del Consiglio italiano. Ecco l'occasione ghiotta di una vita, l'opportunità di intessere relazioni, di farsi apprezzare, di mostrare le proprie doti, le più svariate. E' una partita da giocare fino in fondo e le aspiranti donzelle non intendono risparmiarsi. Sono libere, determinate, spregiudicate. Con il loro corpo, del cui potere seduttivo sono profondamente consapevoli, sanno di poter fare quel che vogliono. E' stato un pornoprocesso. Di quei riti inquisitori che uno s'immagina a Riad, dove alle donne è interdetta la guida dell'automobile, oppure a Kabul all'epoca dei talebani.

Invece l'aula di giustizia, dove a quelle donne viene inflitta la pena del pubblico ludibrio e della gogna mediatica senza che vi sia un brandello di condanna, anzi di formale accusa, si trova nel pieno centro di Milano. L'accusa nei loro confronti non è giudiziaria, quelle ragazze sono chiamate in qualità di testimoni e recandosi in tribunale con le proprie gambe scelgono di collaborare con la giustizia. L'accusa che non si vede e che ispira la condanna oltremodo visibile è puramente morale, non giudiziaria. Tutto il pornoprocesso è un rito a elevato tasso moraleggiante, oltre che erotico.

E' una messinscena intrisa di comune senso del pudore, per la quale vengono spesi i soldi dei contribuenti, milioni di euro, al solo scopo di imbastire una gigantesca macchina inquisitoria, fatta di pedinamenti e intercettazioni nell'arco di mesi. Il peccato si trasforma in reato, esattamente come accade nelle società talebane. L'arcano da svelare è il seguente: c'è stata oppure no la benedetta penetrazione del priapo berlusconiano nel corpo della minorenne anagrafica? L'allora diciassettenne nega, le frequentatrici di Arcore respingono ogni illazione. Una soltanto asserisce di aver visto, salvo essere poi sbugiardata dai tabulati telefonici ed essere considerata non più attendibile dalla stessa pubblica accusa.

Il pornoprocesso attorno al dilemma penetrazione e alla presunta concussione si conclude in primo grado nel giugno del 2013 con una condanna a sette, dico sette, anni di carcere. Un processo tutto indiziario, dove una miriade di particolari non producono una sola prova, un fatto; dove, citando Giuliano Ferrara, "la messa in questione criminale dell'elemento culturale libertino" porta a un "travolgimento ideologicamente totalitario di tutte le guarentigie liberali tipiche di una società che dovrebbe essere fondata sull'indipendenza dell'individuo libero dalla pressione di un sistema penale armato di pregiudizio". Per le presunte pressioni verso il funzionario della questura il giudice riqualifica il capo d'accusa nei confronti dell'ex premier.

Il pm ipotizza dapprima una concussione per induzione indebita, la fattispecie più lieve. Per il tribunale di Milano invece Berlusconi sarebbe responsabile del reato più grave, concussione per costrizione, sei anni di galera. A questi si aggiunge un anno per sfruttamento della prostituzione minorile, dove la minorenne anagrafica è Karima El Mahroug, diciassette anni all'epoca dei fatti.

Dal momento che manca la prova della penetrazione, nelle trecentoventisei pagine di motivazioni le tre giudici dichiarano che "è del tutto irrilevante definire gli esatti contorni degli atti sessuali compiuti dall'imputato" con la signora El Mahroug, "non occorrendo per la sussistenza del reato in esame un rapporto sessuale completo, essendo tuttavia sufficiente qualsiasi commercio del proprio corpo a carattere retributivo".

Non essendoci prova dell'amplesso, negato sia dal presunto sfruttatore che dalla presunta sfruttata, definita nella sentenza una "minore adultizzata", il tribunale prende di mira "le cene con connotazioni sessuali" che la morale talebana disapprova; cene durante le quali "lo spogliarsi, il ballare nude, scoprire con fare ammiccante il seno e il fondoschiena, mostrare le proprie nudità all'imputato a distanza ravvicinata erano tutti comportamenti oggettivamente idonei a stimolare l'istinto sessuale di Berlusconi". Sono confermati "strusciamenti, toccamenti di seno e di parti intime, palpeggiamenti di glutei, cosce e fianchi", che comportano "un contatto fisico con l'imputato, a più riprese nell'arco della serata".

Vi renderete conto che siffatti comportamenti non si addicono a una donna onesta e giudiziosa, che rispecchi fedelmente il sacro Canone Femminile. Che cattivo esempio, che vergogna per la dignità delle donne. Queste ragazze non si allineano al pensiero unico femminista, anzi lo sfidano a viso aperto, con una borsa in mano e un collier di perle attorno al collo. Non mostrano neanche un filo di resipiscenza le svergognate.

Se avete smarrito le coordinate geografiche vi ricordo che non siamo a Riad, nella Kabul talebana o in un'altra roccaforte fondamentalista. Siamo a Milano, nella culla dei Verri e di Beccaria, dove si condanna la "promiscuità sessuale" e, se mancano le prove dell'avvenuta copulazione, si condanna ugualmente perché è altamente improbabile che il "regista del bunga bunga" si sia astenuto da un amplesso. Basta questo, oltre ogni ragionevole pregiudizio.

Le vere protagoniste del fotoromanzo sono loro, le testimoni non imputate di alcunché e qualificate d'ufficio dai giudici come "persone offese". Seppure loro non abbiano mai dichiarato di aver subito offese o pressioni. Anzi hanno sempre confermato l'affetto verso l'uomo che, grazie a una proverbiale generosità e a immense disponibilità finanziarie, non ha mai fatto mancare un sostegno effettivo, tanto da continuare a versare loro un fisso mensile con un tracciabilissimo bonifico bancario nei mesi successivi.

Nell'aprile del 2012, dopo una lunga astinenza dai media italiani, intervisto il Cavaliere per il Giornale e gli chiedo espressamente perché continui a foraggiare le testimoni attirandosi un vespaio di critiche. "Tutte le mie ospiti che hanno avuto l'unica colpa di essere invitate a cena dal presidente del Consiglio sono state travolte da una colossale operazione di linciaggio mediatico", risponde Berlusconi. "Il risultato è stato per tutte loro disastroso. E' venuta meno per loro qualunque possibilità di lavoro. Addirittura qualcuna si è vista licenziare il padre e la madre.

C'è persino chi ha dovuto chiudere un esercizio commerciale. Mi sono sentito e mi sento in dovere di sostenere queste persone con un aiuto concreto e continuativo. Come potrebbero cavarsela altrimenti?". Quando, all'indomani della condanna, il direttore del Foglio Giuliano Ferrara indice una manifestazione di piazza dal titolo "Siamo tutti puttane", non ho alcuna esitazione a partecipare. In fondo che colpa hanno queste Olgettine? Di reati neppure l'ombra. Di intraprendenza, sfacciataggine, "furbizia orientale" - e occidentale, aggiungerei io - ce n'è a iosa.

Le mie aspirazioni non sono uguali alle loro, e neanche i miei addominali somigliano ai loro, invidia. Ma in un paese dell'occidente libero, dove le donne possono mostrarsi in pubblico senza chador, si può ammettere che qualcuno diventi bersaglio di un'autentica lapidazione mediatica e di una massiccia aggressione giudiziaria per via dei suoi costumi privati? Dopo la pubblicazione delle motivazioni della sentenza Ruby, Vittorio Sgarbi, ospite di un programma televisivo, azzarda un paragone: "Maria De Filippi è diventata qualcuno dopo essere andata a letto con Maurizio Costanzo. Allora processano Costanzo?".

Il critico d'arte racconta di aver presentato a Berlusconi almeno sei uomini alla ricerca di vantaggi e favori: "E' una colpa che una donna sia interessata? Tutti quei prostituti in Parlamento che hanno dato tutto quello che hanno a Berlusconi per essere candidati non sono puttane? Gli uomini non sono puttane? Questi magistrati sono contro la libertà, contro lo stato, contro il diritto di avere il proprio interesse che è lecito. Non è un reato". Per le ayatollah di casa nostra, mascherate da femministe, l'interesse è reato.

Sfilano nei cortei e nelle manifestazioni di piazza inneggiando con cartelli e striscioni all'iniziativa giudiziaria in corso: "Nudo o vestito, per noi sei finito", "Ci Ruby il futuro", "Sono la nipote di mio zio", "Veronica liberata. Ora tocca a noi". Compare addirittura la foto di Berlusconi dietro le sbarre: "Vogliamo vederti così".

Il nome del movimento è "Se non ora quando?", lo ha ideato Francesca Izzo prendendolo in prestito da Primo Levi. I media esteri sono implacabili: "Centomila donne dicono no a Silvio Berlusconi" (El País); "Le italiane gridano la loro collera contro Berlusconi" (il Monde); "Le donne nella manifestazione anti Berlusconi" (Bbc).

Sul palco, insieme alle organizzatrici, infuocano la platea con i loro interventi la leader della Cgil Susanna Camusso e diverse esponenti politiche di sinistra, da Anna Finocchiaro a Livia Turco. Fanno capolino Bersani, Veltroni, Prodi, Bertinotti, Zingaretti. (...) La dignità di quelle donne viene calpestata e vilipesa sul patibolo mediaticogiudiziario, il loro corpo diventa il corpo del reato in un novello tribunale della morale pubblica. Dal canto loro, le pseudofemministe assistono plaudenti, tifano per i giudici. Agli inizi del 2011 il quotidiano la Repubblica, che nell'edizione online mostra regolarmente corpi scollacciati in homepage, rincara la dose.

Lancia appelli su appelli, organizza raccolte di firme e di foto. "Fai la tua foto per dire: Sono donna e dico basta". Con un'amica in vena di goliardie ne mandiamo una: "Sono donna e dico ASTA". Il quotidiano di Carlo De Benedetti la ignora, ma il giornalista di Libero Francesco Borgonovo ne fa un pezzo di colore, in cui definisce la nostra una "beffa radicale" e libertaria. Le ideologhe rosa indicano la direzione. La morale, in parole povere, è che se non arricci il naso davanti alle bricconate di Berlusconi sei una puttanella oppure una cretina, tertium non datur. (...)

Eppure io, a dirla tutta, non ho sentito violata la mia dignità. La dignità è personale e la mia appartiene soltanto a me stessa. Perché dovrei sentire lesa la mia dignità per azioni commesse da persone diverse da me? E poi che avranno fatto di male queste benedette ragazze? Da dove viene l'ansia moraleggiante sulla vita sessuale di persone libere e consenzienti?

 

Annalisa Chirico nella parte della Thatcher Annalisa Chirico Annalisa Chirico nella parte della Thatcher Annalisa Chirico nella parte di Margaret Thatcher Annalisa Chirico nella parte di Margaret Thatcher ruby Faggioli Marysthell Garcia Polanco Marysthell Garcia Polanco barbara guerra NICOLE MINETTI PRIMA DEL BUNGA MODELLA PER UN HOTEL DI RIMINIFerrara sistema Berlusconi FERRARA E BERLUSCONI MAURIZIO COSTANZO E MARIA DE FILIPPI ANNALISA CHIRICO ANNALISA CHIRICO ANNALISA CHIRICO SIAMO TUTTI PUTTANE ANNALISA CHIRICO ANNALISA CHIRICO E GIULIANO FERRARA ALLA MANIFESTAZIONE SIAMO TUTTI PUTTANE

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