LA GRANDE TRISTEZZA - I FILM SBANCANO I BOTTEGHINI MA I PRODUTTORI FANNO LA FAME

Federico Pontiggia per Il Fatto Quotidiano

Cinema, si fa presto a dire successo. La grande bellezza ha tutte le carte in regola: plauso di critica, soprattutto straniera con l'anteprima a Cannes, e pubblico nostrano, con un milione di spettatori per oltre 6 milioni di euro di incasso, il miglior risultato al botteghino di Paolo Sorrentino. Ma a fargli i conti in tasca, qual è la verità?

Qualifica di interesse culturale e contributo di 1,1 milioni del ministero dei Beni culturali a fronte di un costo industriale dichiarato a preventivo di 9.235.169 euro (comprensivo del lancio in sala e delle copie), non ancora maturati i tempi per l'autorizzazione del tax credit (produzione per 1 milione di euro e due investitori esterni, Banca Popolare di Vicenza e Biscottificio Verona), è uscito anche in Francia (200 mila spettatori) e ha messo a preventivo (750 mila euro) il minimo garantito della distribuzione internazionale Pathé, che finora l'ha venduto in più di 20 Paesi per circa un milione di euro complessivi e parziali altalenanti: dai 6 mila euro di Romania e Bulgaria ai 250 della Germania, dai 20 della Grecia ai 100 degli Usa, passando per i 25 della Polonia.

Per la nostra televisione, ci pensa la stessa distribuzione theatrical, Medusa, con un minimo garantito - non dichiarato dalla controllata Mediaset, mentre in Francia questi accordi sono pubblici - che accorpa free e pay tv (flat). Ma di questi 6 milioni abbondanti rastrellati in sala quanto rimane al produttore Nicola Giuliano?

La quota di fatturato che gli compete è del 40%, da cui va decurtato un 20% di provvigione del distributore: 2 milioni e 400 mila euro, meno i 480 mila a Medusa, meno un milione e 440 mila di lancio in sala e copie. Totale? 480 mila euro per Giuliano. E non è finita: gli investitori esterni recuperano con il credito d'imposta al 40%, per il restante 60% partecipano al rischio, ovvero ai proventi della sala; il finanziamento statale e il contributo di Eurimages (650 mila euro) non sono a fondo perduto, ma da restituire; la domanda di fondi alla Regione Lazio è ancora inevasa. Dunque?

Giuliano estrae dal cilindro una "gigantesca verità: per un produttore indipendente guadagnare dalla sala è veramente difficile". E sfoglia il catalogo della sua Indigo: da un film di largo successo quale La ragazza del lago (3, 5 milioni in sala, budget di 1,9) e Il Divo (5 in sala, 4,5 di costo) "non ho preso niente", meglio gli è andata da distributore del doc La bocca del lupo, nonostante un incasso di 200 mila euro.

"Dalla sala non guadagni: il produttore dovrebbe farlo con la gestione del budget", ma le conseguenze possono essere spiacevoli: "Il rischio d'impresa è cambiato: una volta il mercato era puro, oggi se con i meccanismi del minimo garantito un film è coperto che incassi un milione o tre non cambia niente". Stringendo, "chi me lo fa fare?". Domanda a cui "gli anni bui del nostro cinema" hanno già risposto: "Se bello non si guadagnava, se brutto non si perdeva, dunque, si facevano film di merda".

No, la qualità non paga. Almeno, è quasi indifferente all'esito industriale/commerciale, e vale pure per le distribuzioni, quali la Bim di Valerio De Paolis e la Lucky Red di Andrea Occhipinti, che tra grandi autori e belle promesse pescano "a caso" flop imponderabili e successi inaspettati.

Occhipinti chiama in causa il pubblico d'essai - "Non si è rinnovato: il gusto del cinema d'autore non appartiene alle giovani generazioni" - e stacca il biglietto delle montagne russe: se Cous Cous di Kechiche è andato benissimo (acquisto e lancio 600 mila euro, 1,8 mln lordi e 850 mila netti in sala, ricavi tv 320, homevideo (HV) 120, con 250 al produttore da sottrarre), La donna che canta ha saldo negativo di 80 mila euro (costato fra lancio e acquisto 420, netto sala di 260, con 30 di HV e 50 di pay-tv), Uomini di Dio 280 mila d'attivo (600 mila di MG, netto sala 680, 200 di pay).

Volete "il bagno di sangue"? Lucky Red ce l'ha: il controverso Antichrist di Lars von Trier, con 630 mila euro tra MG e lancio, incasso di 220, zero tv e 200 di HV a segnare 190 mila euro sotto il break-even. Strano ma vero, viceversa, il più grande successo della Bim è un documentario: back in 2004, Fahrenheit 9/11 di Michael Moore, 11 mln di incasso, senza MG e con spese d'uscita modeste.

Bene anche un altro doc, Pina di Wenders (250 mila tra lancio e MG, 500 di sala, 100 di HV, 200 di pay, no free), e il muto bianco&nero The Artist (750 mila costo, 1,3 mln di sala, 150 di HV e 400 di pay, con "la tv free invenduta nonostante 5 Oscar"). Ma anche Bim ha in serbo un flop, Promised Land di Van Sant (800 mila MG e lancio, 150 di sala, ancora niente tv), e un "doppio bagno di sangue". La sorgente dell'amore , con 1,1 mln tra lancio e MG, 130 mila di cinema, 50 HV, niente pay e free.

"Abbiamo girato al regista Radu Mihaileanu quel che ci aveva fatto guadagnare con Il concerto l'anno prima", scherza amaro De Paolis, e affonda il colpo: "Accanto all'homevideo, oggi ci manca una fetta importantissima di recuperi: la tv, soprattutto quella free. Un problema che sbilancia e metterà in ginocchio tutte le società indipendenti: tra due anni, esisteranno solo Rai, Medusa e quattro major che godono di output deal".

Rincara la dose Occhipinti: "Medusa e Rai fanno concorrenza sleale: sono filiali con le vendite tv già assicurate, mentre noi rischiamo. Alla Rai chiediamo più trasparenza, non compri solo dalle major e dalla sua filiale cinema: escludere noi, Bim e altri è come togliere la ricerca all'industria". Dunque, produttori e distributori concordano, anche i film di successo hanno un lato oscuro: nel portafogli e in tv. E allora, la grande bellezza o la grande illusione?

 

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