marcell jacobs tamberi tortu

“CONTRO DI ME UN’INVIDIA FUORI CONTROLLO. MI HA SPENTO LA SCINTILLA” – MARCELL JACOBS, DOPPIO ORO OLIMPICO A TOKYO, SI LEVA I MACIGNI DALLE SCARPETTE E ATTACCA: "IL CASO SPIONAGGIO DEL FRATELLO DI TORTU? LA SITUAZIONE NON È STATA PERCEPITA NELLA SUA GRAVITÀ. MI HA DESTABILIZZATO E TRAVOLTO" - "LA FEDERAZIONE MI HA PRESO IN GIRO E DECLASSATO" (È NEGLI ATLETI DI PUNTA, MA NON PIÙ TRA I TOP) - "LA DIFFERENZA CON TAMBERI? LUI SA MANTENERE I RAPPORTI CON LE PERSONE, CARATTERISTICA CHE AL PRESIDENTE STEFANO MEI PIACE. IO HO UN ALTRO CARATTERE, NON RIESCO A FINGERE DI FARE L’AMICO”

 

Giulia Zonca per la Stampa - Estratti

 

Dove eravamo rimasti. Sulla pista di Tokyo così centrale per Marcell Jacobs che ci ha vissuto giorni straordinari alle Olimpiadi del 2021 e ore irreali nel Mondiale del 2025 da cui è uscito senza più voglia di correre.

 

Tre mesi dopo come sta?

marcell jacobs

«Ancora in fase di riflessione. Sono successe troppe cose che mi hanno fatto perdere la scintilla».

Non è ripartita?

«Fatico a tenerla accesa. Sto bene, ho passato del tempo con la mia famiglia, ho smaltito la delusione, ma mi manca il primo passo: la voglia di andare in campo ad allenarmi che poi si porta dietro tutto il resto. Mi sono sempre tenuto in forma, il mio corpo necessita movimento e non sono il tipo che si stravacca sul divano».

Sente il richiamo della pista?

«No, zero e questo un po’ mi preoccupa»

 

 

(...)

La federazione l’ha declassata: è negli atleti di punta, ma non più tra i top. Come glielo hanno spiegato?

«L’ho letto, ero consapevole e non mi sono posto il problema. Già nel 2025 non ho avuto accordi con loro. Con la finale a Parigi ho dimostrato di esserci, non mi pareva di essere da buttare via, invece mi hanno presentato nuovi parametri. Li rispetto, poi scopro che per altri, a parità di condizioni, è andata diversamente: mi sento preso in giro».

giacomo e filippo tortu

La federazione lamenta una scarsa condivisione.

«Mi sono comportato come quando stavo in Italia. Ci pensa l’allenatore a comunicare i programmi. Non si sono mai messi in contatto con Rana che avrebbe risposto a ogni domanda, ma non le volevano fare. A gennaio, colpa mia, non avevo l’abilitazione sportiva e la federazione voleva mandare a tutti i costi un tecnico qui. Avevo bisogno di un medico e loro cercavano di controllarmi. Non il massimo. Devo ringraziare le Fiamme Oro che hanno risolto».

 

Lascia il rapporto così? Interrotto?

giacomo e filippo tortu

«Lo hanno interrotto loro e se mi tolgono dagli atleti top vuol dire che non hanno interesse per me. Prendo atto».

Si stupisce che Tamberi, l’unico con un percorso simile al suo, resti nell’élite?

«No, lo conosco, sa mantenere i rapporti con le persone, caratteristica che al presidente Mei piace. Io ho un altro carattere, non riesco a fingere di fare l’amico».

 

Altra spina. Il caso spionaggio: l’inibizione di Giacomo Tortu lo chiude?

«La situazione non è stata percepita nella sua gravità. Mi ha destabilizzato e travolto: pagare qualcuno per frugare negli affari miei è inconcepibile, definisce, a prescindere dalle questioni penali, che c’è un livello di invidia fuori controllo. Resto turbato, è stata violata la mia privacy e da una persona con cui ho condiviso la maglia della nazionale nel 2014, qualcuno che conoscevo».

 

Parla di Giacomo. È credibile che il padre e il fratello non sapessero nulla?

«Non metto la mano sul fuoco per nessuno e non ho voglia di ipotizzare scenari. Non ho elementi, fare congetture mi stancherebbe e basta, non mi interessa dare colpe. È più rilevante il modo in cui si vivono le rivalità: mi ricordo benissimo il periodo in cui Filippo mi rompeva le gambe a ogni gara e io sapevo che l’unico modo per batterlo era lavorare. Non ho mai avuto altri pensieri ed ero convinto che fosse l’unico definizione di sport. Evidentemente non è così».

MARCELL JACOBS

 

 

Come è stato rivivere la nazionale con Filippo Tortu?

«Ha affrontato la situazione e glielo riconosco, mi ha chiamato quando è uscita la notizia e ci è voluto coraggio. Siamo andati avanti».

Nessun imbarazzo?

«Magari i primi 5 minuti, poi tutto molto tranquillo».

Si è chiesto perché fosse così semplice associarla al doping senza motivo?

«Ci sono migliaia di persone che vivono di storie trovate nei social e se non ci scrivono sopra la loro credono di non esistere. Qualcuno ha fatto passare l’idea che io fossi comparso alle Olimpiadi e sparito dopo aver vinto. Chi non segue l’atletica ha deciso che era la verità».

GIANMARCO TAMBERI

 

Pensa che il giudizio superficiale dipenda dal modo in cui lei si mostra sui social: tutto tatuato, pose da rapper, contento di stare per i fatti propri?

«Non credo che dipenda da questo. Io magari ho più tatuaggi di altri, ma non sono l’unico che li porta. È più banale di così: alla gente piace parlare per il gusto di farlo. Io so quanta dedizione ho messo in ogni passo della carriera e il tempo che ho impiegato per arrivare al successo, mi dà un fastidio indicibile che questa fatica venga ignorata per il piacere di un commento feroce e becero tipo “per arrivare lì deve aver preso qualcosa di strano”. Voci che poi girano all’infinito, non importa quanto la realtà le smentisca. È solo ignoranza».

 

Fred Kerley, il suo principale rivale in questi ultimi anni, partecipa ai Giochi a doping libero in programma negli Usa, nel 2026.

«Fa strano vederlo così convinto. Ma è squalificato, dopo due anni fermo avrebbe smesso. Ha cinque figli di cui nessuno sapeva niente e prende un’occasione. Temo sarà il primo di tanti: ci sono troppi atleti di livello che non hanno sponsor e fanno i professionisti senza essere pagati come tali. La tentazione è pericolosa».

GIANMARCO TAMBERI

 

 

(...)

Mentre aspetta la scintilla si è immaginato la vita oltre l’atletica?

«Ho costruito qualcosina mentre gareggiavo e guardo tranquillo al futuro. Sull’Academy Center di Desenzano non ho messo solo il nome. Ci ho portato tutte le idee possibili. È un luogo per l’avviamento allo sport e anche per la forma fisica, curare il progetto in continua evoluzione mi permette anche di stare vicino a mio figlio Jeremy, il più grande, che vive vicino al Jacobs Center. In Italia non c’è un altro posto così. Nei prossimi dieci anni l’obiettivo è di aprirne dieci uguali nel mondo. Non so stare fermo».

marcell jacobs claudia conte

 

 

Quando lei ha vinto i Giochi l’Italia ha scoperto la velocità. Sembrava che con l’Italia avesse scoperto lo sprint con tanti nomi nella velocità e nell’ultimo periodo è stato difficile mettere insieme una 4x100. Abbiamo sprecato del talento?

«No, esistono dei cicli nello sport e capita a tutte le nazioni. La Polonia o la Germania vincevano a ripetizione e di recente sono calati. Torneranno, come riprenderanno a essere competitivi gli sprinter azzurri, non è che dipenda così tanto da un sistema, fa parte dell’ordine delle cose. Ci eravamo bloccati nei salti e oggi le medaglie vengono da lì. È come la vita: scendere e salire».

 

Non abbiamo sbagliato qualcosa?

«No, ma l’atletica cambia, come altre discipline inizia ad avere un calendario molto intenso. Solo che per noi spremerci causa traumi più frequenti: ancora non abbiamo trovato un equilibrio tra esigenze di crescita di visibilità e aumento degli infortuni».

Ha visto correre Doualla, la sprinter sedicenne?

«In video sì. È giovane, ha talento ed è ben strutturata, ma bisogna aspettare. È troppo presto per fare valutazioni».È troppo presto per fare valutazioni».

marcell jacobs a belvemarcell jacobsmarcell jacobsMARCELL JACOBS

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