“MALAGÒ VUOLE MANCINI IN NAZIONALE” – SECONDO IL DIRETTORE DEL CORRIERE DELLO SPORT IVAN ZAZZARONI IL PRESIDENTE FIGC DESIDERA AFFIDARE “LA PANCHINA PIÙ SCOMODA DEL PAESE AL MANCIO. E SE SBAGLIERÀ I COCCI SARANNO SUOI” – SULLE PRESSIONI DI MAROTTA E DEI CLUB PER CONTE – “NON POSSO CREDERE CHE ANTONIO ACCETTEREBBE DI GUIDARE DI NUOVO L’ITALIA STIPENDIATO DA OAKTREE E CAIRO, ELKANN E FRIEDKIN. QUANTO SI PUÒ ESSERE DAVVERO LIBERI CON UN’IPOTECA SUL FUTURO COSÌ MARCATA? QUANDO QUALCUNO TI TIRA LA VOLATA, POI IL CONTO TE LO CHIEDE…”
Ivan Zazzaroni per corrieredellosport.it
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Quarantacinque anni fa, all’inizio di giugno, se ne andò quel genio di Rino Gaetano. Aveva capito molte cose in anticipo tra cui, intuizione suprema, che la fatica del parlarsi addosso è un aggravio che tocca soprattutto a chi ci ascolta. In una delle sue canzoni più belle, Nuntereggae più, Rino lambiva il calcio, religione dei popoli da quando un pallone ha rotolato per la prima volta su un prato verde, citando alcuni protagonisti dell’epoca, da Gianni Agnelli a Tardelli, per suggerire, neanche troppo velatamente, un semplice basta.
Vorrei ripetermelo anch’io in questi giorni in cui tra testate soprattutto sportive la tragica contemporaneità del nostro calcio, ridotto ad entusiasmarsi per un mercato che non decolla (siamo diventati residuali, cosa vi aspettavate?) e un Mondiale che non ci appartiene, è ai minimi termini. Sarebbe perciò il caso di far parlare le rare verità sul tavolo e sarebbe auspicabile far brillare un antico detto, un bel tacer non fu mai scritto, risalente al Seicento, a conferma della validità delle cose quando sono realmente valide.
È passato un mazzo di secoli e non abbiamo imparato niente. Continuiamo ad accumulare parole, concetti, ipotesi e menzogne. Sull’allenatore della Nazionale stiamo superando il lecito e la decenza. Perché è vero che ridurre la scelta del commissario tecnico dell’Italia a una lotta di posizione tra giornali è ridicolo, ma è ancora più ridicolo (o patetico?) suggerire candidature mascherate da scoop forzando la mano a chi, Malagò, facciamo il nome, dovrebbe decidere senza pressioni.
Tanto sono consapevole di ciò che ho appena scritto di avere un profondo desiderio di chiuderla qui. È tutto così assurdo, specie in questa tristissima fase del nostro sport più seguito - dallo spaccio di notizie fuorvianti alla modalità irregolare e inaccettabile, della copertura dei compensi del tecnico - che viene voglia di emigrare. Non possiamo farlo e quindi restiamo nelle nostre trincee di lusso ad argomentare.
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Nutro troppa stima - e da oltre trent’anni - per Conte, il candidato di alcuni club, e non posso credere che Antonio accetterebbe di guidare di nuovo l’Italia stipendiato da Oaktree e Cairo, Elkann e Friedkin, Pozzo e Sticchi Damiani, Saputo e Giulini e Lotito, quest’ultimo 2-300mila euro non li scucirebbe mai . Non posso crederci perché quando qualcuno ti tira la volata, nel mondo adulto in cui si sbaglia da professionisti direbbe un altro Conte, Paolo, poi il conto te lo chiede.
Che cos’è la libertà? Quanto vale quella di manovra? Quanto si può essere davvero liberi con un’ipoteca sul futuro così marcata? A questo punto troverei più tollerabile la soluzione adottata dall’ex presidente Tavecchio che tolse 5 milioni dello sponsor Puma alla Figc per dirottarli su Conte. Tutto in famiglia allora: ma i club e la Federcalcio non sono più famiglia.
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Malagò desidera affidare la panchina più scomoda del Paese a Mancini, questo è noto a tutti, e immagino che non abbia alcuna intenzione di farsela modificare, la decisione . Vuole scegliere in autonomia: se sbaglierà i cocci saranno suoi. Ma attenuate i rumori di fondo: sembra un concerto e invece, allo stato, sarebbe più utile ritirarsi in un convento.
C’è da riflettere, c’è da ricostruire. Abbiamo cantato troppo a lungo stonando più di qualche nota. Non ci ha fatto bene. È il momento del silenzio , ma non quello dei veti.
E se proprio la vogliamo dire tutta, il nome del ct è l’ultimo dei problemi di un sistema che da anni non produce più calciatori di livello. Mi auguravo - e ancora ci spero - che il primo intervento di Malagò riguardi la base, i giovani, incoraggiando la formazione di nuovi talenti, e non la facciata del palazzo.
ivan zazzaroni
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