“MI PIACEREBBE LAVORARE CON MUSETTI. QUANDO LO VEDO FERMARSI SEMPRE A UN PASSO DALLA GRANDE VITTORIA CI VEDO DEGLI AUTOSABOTAGGI INCONSCI” – NICOLETTA ROMANAZZI, LA MENTAL COACH DEI CAMPIONI, SPIEGA CHE IL TENNISTA DI CARRARA “AVREBBE PROPRIO BISOGNO DI ALLENARE ANCHE LA MENTE, NON SOLO IL CORPO” – “CON ME JACOBS HA VINTO L’ORO. ORA NON LO SEGUO PIU’. DOPO TOKYO, IL NOSTRO LAVORO ERA DIVENTATO MOLTO SPORADICO, MA CI STAVA. È GIUSTO CHE GLI ATLETI CAMMININO CON LE LORO GAMBE” – E POI DONNARUMMA (“LO HO AIUTATO A PARIGI A NON SENTIRSI PIÙ UN TRADITORE”) E FEDEZ...
Elvira Serra per il “Corriere della Sera” - Estratti
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Nicoletta Romanazzi, 58 anni, è la mental coach che Marcell Jacobs ringraziò pubblicamente dopo i due ori alle Olimpiadi di Tokyo. Lì, il suo «bottino» finale fu di quattro medaglie: le altre due le «vinse» con i karateka Luigi Busà e Viviana Bottaro.
Da allora i suoi impegni si sono moltiplicati, ha scritto due saggi (il terzo uscirà ad aprile: La tua bussola sei tu , Longanesi), ha fatto due podcast, ha creato un team di «allenatori della mente», oltre a una scuola di coaching. E alla fine del 2025, come una ciliegina sulla torta, ha vinto il «Globe Soccer Awards» a Dubai, dove per la prima volta tra i premiati c’era la sua categoria professionale.
Che effetto le ha fatto stare sul palco accanto a Ronaldo e agli altri giganti dello sport?
«La mia emozione era tutta per Novak Djokovic. Ho fatto in modo di stare vicino a lui nella foto di gruppo. Si è perfino congratulato con me in italiano. Io amo il suo modo di lavorare: fa yoga, meditazione, tutte cose con le quali ho molta familiarità».
Un tennista con il quale vorrebbe lavorare oggi?
Nicoletta Romanazzi marcell jacobs
«Musetti. Quando lo vedo fermarsi sempre a un passo dalla grande vittoria ci vedo degli autosabotaggi inconsci. Avrebbe proprio bisogno di allenare anche la mente, non solo il corpo».
Non possiamo non parlare di Jacobs.
«Grazie a lui tutti all’improvviso sapevano quello che facevo. Ma io ero mental coach già da vent’anni».
Però non lo segue più.
«No, infatti. Dopo Tokyo, il nostro lavoro era diventato molto sporadico, ma ci stava.
È giusto che gli atleti camminino con le loro gambe».
C’è lei dietro i gesti del velocista sui blocchi di partenza?
«Sì. Quando incrociava le braccia sul petto, per esempio, abbracciava il suo bambino interiore e lo preparava alla corsa che avrebbero fatto insieme».
Non segue solo atleti. L’anno scorso preparò Fedez per Sanremo.
«Ci ho lavorato anche per l’edizione di quest’anno. È riuscito a godersi ogni attimo e, come ha detto lui, è stata la sua migliore esperienza a Sanremo. Sono molto colpita dal suo impegno e dal cambiamento concreto che ho visto: è stato bravissimo».
Il pilota del Moto Gp Luca Marini la chiamò per liberarsi dell’ombra del fratello, Valentino Rossi?
«Ma no, anzi: il fratello non è mai stato oggetto del nostro lavoro. Luca ha un carattere opposto ed era questo che limitava il suo rapporto con il team, i giornalisti e il pubblico: eccesso di timidezza».
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Donnarumma la cercò al Paris Saint-Germain.
«Con una squadra di campioni sempre in attacco, faceva fatica a tenere alta la concentrazione quando gli avversari riuscivano ad arrivare nella sua area».
Con lui cos’ha fatto?
Nicoletta Romanazzi luigi busa
«L’ho aiutato a gestire la pressione, perché per i tifosi un gol è sempre colpa del portiere. E a mantenere alta la concentrazione».
Avrete lavorato anche sulla tifoseria milanista...
«Sì, in particolare in vista della prima partita tra il PSG e il Milan. Ha accettato che i tifosi si fossero sentiti traditi, anche se non aveva lasciato la squadra con quell’intenzione e pure lui aveva sofferto».
Un altro «suo» portiere è Mattia Perin.
«Mattia è diventato talmente bravo che potrebbe già fare il mental coach. Abbiamo cominciato a vederci otto anni fa, mi aveva chiamato per allargare il team di preparatori.
Lavorammo subito sulla gestione dell’errore».
Cosa vuol dire?
«Mattia andava in tilt: dopo un gol subìto poteva passare una settimana a guardare documentari in tv, senza rivolgere la parola a nessuno. Il karateka Luigi Busà è un altro che si arrabbiava moltissimo dopo un errore. Con entrambi il lavoro è stato di percepire l’errore come un alleato prezioso per capire cosa migliorare. Con Mattia siamo riusciti ad allentare la parte competitiva. Oggi è un leader nello spogliatoio».
Il nostro peggior nemico?
«Noi stessi. Il critico interiore può diventare un killer se non impariamo a riconoscerlo e a dargli il giusto peso. Non è un caso che certi atleti si infortunino spesso. Se guardiamo alla nostra vita, quando cominciamo ad ammalarci spesso, il nostro corpo ci sta chiedendo aiuto per l’eccesso di pressione».
E perché ci ammaliamo quando andiamo in vacanza?
«Si abbassano improvvisamente cortisolo e adrenalina e dunque anche le difese immunitarie. L’ideale sarebbe non partire nel primo giorno di ferie, ma concedersene un paio per cominciare a rilassarsi gradualmente. In pista, questo meccanismo penalizzava molto Alice Betto».
La triatleta.
«Lei nella corsa, non appena cominciava a vedere il traguardo, sentiva tutti insieme i dolori: la stanchezza le arrivava di botto e le altre atlete la superavano. Abbiamo lavorato per allontanare il traguardo e fare in modo che fosse sempre focalizzata».
nicoletta romanazzi musetti
Nicoletta Romanazzi
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Nicoletta Romanazzi matias vecino
Nicoletta Romanazzi
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