michele mari antonio dorrico corriere della sera schiaffo teresa ciabatti

TUTTA LA VERITÀ SUL CEFFONE MAI RIFILATO DA MICHELE MARI AD ANTONIO D’ORRICO – IL CRITICO LETTERARIO RACCONTA: “MARI SI PRESENTÒ IN REDAZIONE UN VENERDÌ SERA E MI DISSE DI SCENDERE IN STRADA PER REGOLARE LA FACCENDA. MI VENNE DA RIDERE E STAVO PER GIRARMI PER TORNARE A LAVORARE QUANDO ALLUNGÒ UN BRACCIO PER COLPIRMI: LO SCHIVAI ALLA MANIERA DI CASSIUS CLAY (MI SFIORÒ UN ORECCHIO). NESSUNA GUANCIA COLPITA E GONFIATA COME HA RIPORTATO DAGO” – IL NOIR CON PROTAGONISTA TERESA CIABATTI: “MI CHIAMÒ E MI RACCONTÒ CHE SUO PADRE, UN CELEBRE MEDICO, CONSIDERATO UN TAUMATURGO DAI PAZIENTI, ERA IL MOSTRO DI FIRENZE. NON MI CERCÒ PIÙ, NÉ LO FECI IO. RISPETTAI IL SUO SEGRETO. CHE MORALE TRARRE? NON LO SO. SAPPIATE SOLTANTO CHE GLI SCRITTORI POSSONO DIRE TUTTO QUELLO CHE VOGLIONO, MA L’IMPORTANTE È CHE POI SAPPIANO SCRIVERE ROMANZI BELLISSIMI,..”

DAGOREPORT! MARI IN TEMPESTA! CI VOLEVA LO STREGA-GATE CON I PRESUNTI GIUDIZI, POI SMENTITI, SU MICHELA MURGIA (“ERA INTRANSIGENTE E VIOLENTA, PERCHÉ ERA BRUTTA E SFOGAVA COSÌ LA SUA RABBIA”) PER SCOPRIRE CHE MICHELE MARI HA UN CARATTERE FUMANTINO. NELLA SOCIETÀ LETTERARIA LA SUA IRACONDIA È UN SEGRETO DI PULCINELLA COME LA SUA IMPULSIVITÀ. LO SCRITTORE, CHE RIVENDICA UN CULTO PER GENE HACKMAN E PER GLI UOMINI “ANCHE UN PO’ CANAGLIE”, RESTA NEGLI ANNALI PER LA REAZIONE CHE EBBE DOPO UNA STRONCATURA RICEVUTA DAL CRITICO DI “SETTE”, ANTONIO D’ORRICO. MICHELE MARI ANDÒ NEGLI UFFICI DEL "CORRIERE". E TROVATOSI FACCIA A FACCIA CON IL RECENSORE, LO COLPÌ CON UNO SCHIAFFO. IL CRITICO NON REAGÌ. E MARI SI CONQUISTÒ LE STELLETTE DI VENDICATORE DEI SOPRUSI DEI CRITICI PREPOTENTI E ARROGANTI

https://www.dagospia.com/media-tv/michele-mari-schiaffo-dopo-stroncatura-ricevuta-dal-critico-sette-478219

 

QUELLA VOLTA CHE MICHELE MARI (NON) MI HA PICCHIATO

Estratto dell’articolo di Antonio D’Orrico per “Domani”

 

ANTONIO D'ORRICO

[...] Sono giorni che l’affaire Mari-Murgia-Ciabatti imperversa a stampa unificata provocandomi un nuovo magone, sinceramente non nobile e solenne come il precedente. Anche perché sono subissato da richieste di intervenire sulla questione nemmeno fossi una sorta di Suprema Corte.

 

Come al solito il primo ad arrivare è stato Dago di Dagospia, ma ho declinato perché ero in pieno magone. Poi Dago ha pubblicato una notiziolina inesatta (e pure, stranamente, non scritta benissimo come di solito si scrive su quel sito).

 

Da quel momento non ho avuto più pace. Allora sono costretto, decisamente controvoglia come faceva il grande Moravia quando gli chiedevano di fare l’intellettuale impegnato, a dire tutta la verità, nient’altro che la verità, sulla vicenda della labbra’a (come chiamano in Toscana uno schiaffo in faccia) che, come ha riportato Dago, mi avrebbe appioppato una volta Mari.

 

michele mari 2

Spero che sia un intervento tombale. Procedo nonostante la calura. C’è un antefatto. In anni lontani dirigevo la rivista Leggere assieme a Rosellina Archinto, che l’aveva fondata. Un giorno Rosellina mi girò la recensione di una scrittrice a un libro di Michele Mari.

 

Antefatto dell’antefatto. Io di Mari avevo recensito con simpatia il romanzo d’esordio, un horror, se ricordo bene, un pastiche forse un po’ goliardico. In seguito avevo stronchicchiato una sua cronaca del servizio militare, una cosa in cui si scriveva addosso, pigolando sulle sue piccole infelicità, e bucava l’episodio clamoroso (il suicidio di un compagno di naia) che avrebbe meritato, per la sua immensa infelicità, il centro della scena.

 

ANTONIO D'ORRICO

Pubblicai su Leggere la recensione (molto favorevole) giratami da Rosellina. La rivista uscì e mi telefonò il grande e sempre compianto Pietro Cheli, che quando poteva mettere una parola buona non si tirava certo indietro: «Don Antonio, avete pestato un merdone voi di Leggere. La recensione che avete pubblicato sul libro di Mari l’ha scritta la fidanzata di Mari. Dunque l’articolo che avete pubblicato si potrebbe configurare come un (omissis)». E qui il grande Pietro pronunciò una parola graditissima a Philip Roth.

 

A me fece quasi tenerezza quella ragazza che rischiava per amore di passare per geisha, ma i due fidanzati furono banditi lo stesso da Leggere e mi ricordo che Rosellina, che pure non si arrabbiava mai, quella volta si infuriò.

 

michele mari 4

Per rasserenarla la invitai a prendere un Martini sui Navigli, dove si trovava la nostra redazione, e lei, in trance proustiana, evocò i Martini che faceva in puro stile New Yorker la sua mamma. A ripensarci mi viene un magone terribile (ma di quelli che alla fine ti fanno stare bene).

 

Persi di vista Mari finché una mattina vidi sul Corriere, dove allora lavoravo, un suo articolo in cui si scagliava come un novello Savonarola (un Grillo ante litteram) contro tutti i suoi colleghi, accusandoli di varie immoralità e meschinità.

 

teresa ciabatti 3

Non credevo ai miei occhi. Tirai fuori lo stiletto e incisi un corsivetto sulla strana pratica di farsi fare le recensioni dalle fidanzate. Fu in conseguenza di questo che Mari si presentò in redazione un venerdì sera e mi disse di scendere in strada per regolare la faccenda. Mi venne da ridere e stavo per girarmi per tornare a lavorare (dovevo chiudere il giornale) quando lui allungò un braccio per colpirmi: lo schivai alla maniera di Cassius Clay (mi sfiorò un orecchio). Nessuna guancia colpita e gonfiata come ha riportato Dago.

 

Per me la cosa finiva lì, ma Mari del tutto insensatamente mi fece causa e non si capiva per cosa.

 

Come la vinsi è un vero legal thriller alla Grisham. [...]

 

DORRICO

Il giudice a cui capitò la storica causa Mari versus D’Orrico era un famoso giudice che aveva celebrato i processi di Tangentopoli. Mari aveva portato come testimone contro di me Giovanni Raboni, grande poeta e soprattutto, mio grande amico, una specie di padre.

 

Questo mi feriva. È vero che con Giovanni avevamo polemizzato perché avevo scritto che gli albi di Corto Maltese erano più belli e importanti, letterariamente, della rivista Quaderni piacentini, ma che se la fosse presa così tanto non me lo sarei mai immaginato.

 

[...] Giovanni si apprestava a fornire la sua testimonianza quando il giudice lo fermò e gli chiese la carta di identità. «Non ce l’ho con me», disse Giovanni (che, tra l’altro, era laureato in legge). «Ma come, lei viene a testimoniare senza portarsi un documento per l’identificazione», tuonò il giudice che aveva presieduto i dibattimenti-corrida di Mani pulite. E poi, aumentando il suo sdegno: «Ma come, lei va in giro senza carta d’identità?».

 

michele mari cover i convitati di pietra

Vidi il mio vecchio amico in difficoltà e siccome, per quanto io abbia fama di cattivo, nel mio petto batte un cuore da Garrone, mi feci avanti. Fu un colpo di scena degno di Grisham.

 

Chiesi al giudice se si poteva superare l’impasse con una mia certificazione: il testimone era proprio Giovanni Raboni, persona che conoscevo bene. Garantivo per lui. Il giudice mi guardò sorpreso e mi chiese se ero sicuro di quello che stavo facendo.

 

Anche la mia avvocata (la grande Caterina Malavenda, leggendaria avvocata del Corriere, nonché ragazza di Cosenza) alzò le sopracciglia, ma io ribadii la mia offerta. Fu accettata. Giovanni depose in maniera vaga. E mi venne in mente un verso di Pasolini, poeta che non amava particolarmente. Quello che dice più o meno: Oh Dio, che balbettìo nefando, non ho preso l’Optalidon stamattina.

 

teresa ciabatti 2

Vinsi il processo. La sentenza mi dava una licenza stile 007: potevo tranquillamente scrivere che la controparte era il peggiore scrittore italiano. Non ho mai approfittato di questo superpotere riconosciutomi dal Tribunale di Milano. Ho lasciato che Mari se ne andasse per la sua strada a vantarsi di kappaò mai inferti, a gloriarsi di essere un grande scrittore.

 

Anni dopo incontrai in casa di amici il giudice di quella causa. Era ormai in congedo e, come in un romanzo di Dürrenmatt, lo pregai di raccontarmi, se se ne ricordava, come fosse andata la vicenda. Se ne ricordava benissimo perché non gli era mai capitata una cosa simile. La sua decisione era scattata quando mi ero offerto di riconoscere il testimone a mio sfavore. [...]

 

mostro di firenze delitto di nadine mauriot e jean 8 settembre 1985

Sul dibattito fiorito su giornali e social attorno al tema «Bellezza e cattiveria in Michela Murgia secondo Michele Mari e Teresa Ciabatti» e al pulmino dello Strega, non mi pare che valga la pena di spendere molte parole. Una cosa, però voglio precisarla. Non è vero che bruttezza o bellezza fisica dell’autore non debbano essere prese in considerazione nel giudicare l’opera.

 

La bellezza del Capote giovane ed efebico, immortalato in una foto divenuta icona, ebbe molta influenza nello stile luminoso, biondo e inarrivabile dei suoi primi libri. Truman, anche quando si era ormai trasformato in un bombolone ripieno di Martini e psicofarmaci, sentiva ancora l’eco lontana di quella grazia nel momento in cui si metteva a scrivere.

 

teresa ciabatti 1

Qualcuno pensa davvero che la bellezza di don Mario Vargas Llosa non abbia avuto conseguenze nel tempo andante maestoso del suo narrare? O che la divina avvenenza di Edna O’Brien, per la quale persero la testa Robert Mitchum, Paul McCartney, Sean Connery e Philip Roth, non abbia giocato un ruolo nel suo meraviglioso stile? La bellezza aiuta, aiuta sempre, anche a scrivere capolavori.

 

Tra i protagonisti dello scazzo del van (Mari, Murgia, Ciabatti), uno solo ha scritto un romanzo davvero bello, completamente riuscito, pieno di dolore e di pazzia. Parlo di La più amata di Teresa Ciabatti (Mondadori). Prima e dopo non è stata più all’altezza di quella perla. La più amata non trionfò allo Strega come sarebbe stato lapalissiano. Ma questa è un’altra storia che mi mette un nuovo magone addosso.

 

 

mostro di firenze delitto di nadine mauriot e jean 8 settembre 1985 1

[...] Assieme al legal thriller, in questa edizione speciale di Spaghetti&Moretti (un puntatone), c’è anche un noir a forti tinte. Ne fu protagonista proprio Ciabatti anni fa.

 

Avevo scritto un pezzone riassuntivo della storia del Mostro di Firenze. Una summa di quel fosco mistero che seguivo da quando ero un cronista quasi in calzoni corti e coltivavo un piccolo, grande sogno giornalistico. Sognavo allora che sarei stato io a scoprire, come fanno i reporter da Pulitzer, chi fosse veramente il Mostro di Firenze. Sarebbe stato lo scoop del secolo.

 

Era domenica mattina, il résumé del Mostro era uscito due giorni prima, mi ero alzato tardi e tambasiavo alla Camilleri per casa quando squillò il telefonino. Una voce femminile disse: «Lei non mi conosce. Sono Teresa Ciabatti. Ho letto la sua storia sul Mostro e ho capito che lei è la persona giusta con cui confidarmi».

 

Sapevo chi era. Capitava che gli scrittori mi cercassero. All’epoca circolava la leggenda che bastasse una mia recensione positiva per fare di un libro un best seller. Di solito respingevo con gentilezza questi contatti. Però c’era nella sua voce una nota d’angoscia, un soffoco, un’urgenza, per cui le dissi: «Mi dica tutto».

 

chiara tagliaferri teresa ciabatti patrizia renzi foto di bacco

E lei parlò a lungo. Mi raccontò che suo padre, un celebre medico, considerato un taumaturgo dai pazienti, era il Mostro di Firenze. Fu prodiga di particolari. Ne avvertii la paura e la pena. E mi sembrò che dicesse la verità, o almeno fosse convinta di farlo. Pensai che allora era vero, che il mio destino giornalistico fosse quello di chiudere il cerchio del Mostro.

 

Alla fine di quella lunga telefonata ci salutammo ripromettendoci di risentirci, ma lei non mi cercò più, né lo feci io. Rispettai il suo segreto.

 

Passarono altri anni e un giorno mi arrivarono le bozze di un romanzo: La più amata. Era la storia di una figlia trattata dapprima come una principessa dal suo papà medico affermatissimo. Ma poi la storia aveva assunto risvolti hitchcockiani. Era diventata cupa, piena di ombre, di terribili sospetti. La grana delle parole con cui era stata scritta era la stessa della voce che avevo sentito al telefono quella domenica mattina.

 

ANTONIO D'ORRICO

Scrissi una recensione che era un peana di quel romanzo che aveva tutte le stimmate di una maledizione. Ho conosciuto in seguito Teresa. Non abbiamo mai parlato di quella telefonata. Magari un giorno succederà, magari capiterà in un pulmino del premio Strega.

 

Che morale trarre da tutte le vicende che ho raccontato? Non lo so. Sappiate soltanto che gli scrittori possono dire tutto quello che vogliono, ma l’importante è che poi sappiano scrivere romanzi bellissimi. È lì la loro assoluzione da tutti i peccati. Sennò è mero sproloquiare. E, comunque, chi era realmente il Mostro di Firenze non l’ho ancora scoperto. Però non ho del tutto perso la speranza. Magari una delle prossime domeniche mattina squillerà il telefonino e risponderò con il magone in gola…

michele mari 1michele mari 3

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