VUOI IL PETROLIO? SGANCIA IL DINERO! – TRUMP HA BOMBARDATO CARACAS, TOLTO DI MEZZO MADURO E UCCISO 40 PERSONE PER METTERE LE MANI SUL PETROLIO DEL VENEZUELA, FACENDO UN REGALO ALLE COMPAGNIE PETROLIFERE AMERICANE – MA LA CASA BIANCA HA FATTO CAPIRE CHE NON CI SONO PASTI GRATIS: HA COMUNICATO AI DIRIGENTI DEL SETTORE PETROLIFERO CHE, SE VOGLIONO ESSERE RISARCITI PER LE LORO PIATTAFORME, OLEODOTTI E ALTRE PROPRIETÀ SEQUESTRATE, DEVONO ESSERE PRONTI A RIENTRARE IMMEDIATAMENTE IN VENEZUELA E INVESTIRE PESANTEMENTE PER RILANCIARE L'INDUSTRIA PETROLIFERA ORMAI DISTRUTTA – I BIG DEL SETTORE SONO CAUTI VISTA LA DIFFICOLTÀ DI RICOSTRUIRE I GIACIMENTI PETROLIFERI DEGRADATI IN UN PAESE IN CUI NON È CHIARO CHI GUIDERÀ LA NAZIONE NEL FUTURO - CON 303 MILIARDI DI BARILI, IL VENEZUELA DETIENE IL 17% DELLE RISERVE MONDIALI DI PETROLIO MA, PER LA CNN, SERVONO 58 MILIARDI DI INVESTIMENTI PER RIPORTARE LA PRODUZIONE A BUONI LIVELLI...
1 - TRUMP HA CHIESTO A BIG OIL DI INVESTIRE IN VENEZUELA SE VUOLE RISARCIMENTI
Politico: major scettiche di fronte a degrado impianti e incertezza sul futuro
(ANSA) - WASHINGTON, 03 GEN - Le compagnie petrolifere americane sperano da tempo di recuperare i beni che il regime autoritario del Venezuela ha loro sottratto decenni fa. Ora l'amministrazione Trump offre di aiutarle a raggiungere questo obiettivo — a una condizione importante -, svela Politico.
Funzionari dell'amministrazione hanno comunicato ai dirigenti del settore petrolifero nelle ultime settimane che, se vogliono essere risarciti per le loro piattaforme, oleodotti e altre proprietà sequestrate, devono essere pronti a rientrare immediatamente in Venezuela e investire pesantemente per rilanciare l'industria petrolifera ormai distrutta, hanno riferito a Politico due persone informate sui contatti dell'amministrazione.
DONALD TRUMP E IL VENEZUELA - MEME BY VUKIC
La situazione delle infrastrutture petrolifere venezuelane, ormai in rovina, è una delle principali questioni aperte dopo l'azione militare statunitense che ha catturato il leader Nicolás Maduro. Tuttavia, fonti del settore hanno dichiarato che il messaggio dell'amministrazione li lascia ancora cauti, vista la difficoltà di ricostruire i giacimenti petroliferi degradati in un Paese in cui non è nemmeno chiaro chi guiderà la nazione nel prossimo futuro.
«Dicono: "dovete entrare se volete giocare e ottenere il rimborso", ha detto un dirigente del settore a conoscenza delle conversazioni. «L'offerta è sul tavolo da circa 10 giorni. Ma le infrastrutture attuali sono così fatiscenti che nessuno in queste aziende può valutare adeguatamente cosa serva per renderle operative», ha aggiunto.
Il presidente Donald Trump ha suggerito di aspettarsi che le compagnie petrolifere statunitensi investano ingenti somme in Venezuela. «Faremo entrare le nostre grandi compagnie petrolifere statunitensi, le più grandi al mondo, che spenderanno miliardi di dollari, ripareranno le infrastrutture gravemente danneggiate, quelle petrolifere, e inizieranno a fare soldi per il Paese», ha detto Trump celebrando la cattura di Maduro.
2 - DONALD SCOPRE LE CARTE, PUNTA AL GREGGIO E ALLA FINE DEL REGIME
Il suo azzardo fa infuriare i dem e i Maga. Il Congresso si sente bypassato
(di Serena Di Ronza) (ANSA) - NEW YORK, 03 GEN - La lotta al traffico di droga come pretesto per mettere le mani sulle imponenti risorse petrolifere del Venezuela e porre fine al regime di Nicolas Maduro, inviando un segnale chiaro a tutta l'America Latina: chi non sta con gli Stati Uniti è un suo nemico e potrebbe essere nel mirino.
LA VIGNETTA DI STEFANO ROLLI - TRUMP E IL BOMBARDAMENTO AL VENEZUELA
Dietro il blitz ordinato da Donald Trump contro Caracas la battaglia al narcotraffico per proteggere gli americani rappresenta solo un piccola parte della ben più grande motivazione che ha alimentato e spinto l'amministrazione ad agire.
Dopo aver negato per mesi, in pubblico e in privato, che l'obiettivo fosse un cambio di regime, Trump è passato all'azione catturando Maduro e chiamando gli Stati Uniti ad amministrare la transizione di un Paese di 30 milioni di persone in quel Sudamerica che Washington vede come il "cortile di casa". E se qualcuno finora aveva dubbi e non si era lasciato troppo impressionare dalla campagna di massima pressione americana contro il Venezuela, l'operazione Absolute Resolve dovrebbe averli spazzati via, almeno secondo l'amministrazione.
Il Venezuela "ci ha rubato il petrolio come si ruba a dei bambini e ha portato avanti uno dei maggiori furti di proprietà americana nella storia del nostro paese", ha spiegato Trump da Mar-a-Lago illustrando il blitz e inquadrando l'operazione in quella dottrina Monroe che dal 1823 rivendica l'influenza statunitense nella regione.
"Le nostre aziende petrolifere sbarcheranno nel paese e ricostruiranno l'infrastruttura", ha assicurato il presidente snobbando le resistenze incassate nelle ultime settimane dalle big del greggio americane che, memori delle esperienze del passato, non sembrano intenzionate ad avere nulla a che fare con Caracas.
DONALD TRUMP SEGUE IN DIRETTA LA CATTURA DI NICOLAS MADURO
Mettere le mani sul petrolio venezuelano ha per l'amministrazione una grande valenza geopolitica: il Paese è uno dei maggiori fornitori di greggio di Cina, Russia, Iran e Cuba, ovvero alcuni dei maggiori nemici americani. Controllare i flussi rafforza quindi la posizione americana a livello globale, consentendole di mostrare ancora più i muscoli.
Il neoimperialismo di Trump, il presidente pacificatore che aspirava al Nobel per pace, è mascherato da quella lotta alla droga in nome dell'America First. Ma non piace ai democratici e tantomeno il popolo Maga. Convinta che Trump avrebbe messo fine alle "forever war", la base del presidente è delusa e critica.
"Gli americani sono disgustati dalle aggressioni militari senza fine del loro governo", ha tuonato Marjorie Taylor Greene, l'ex alleata di Trump. I democratici ritengono l'azione "illegale". "E' imbarazzante passare dall'essere poliziotti del mondo a essere bulli del mondo", ha osservato il senatore democratico Ruben Gallego.
"Attaccare unilateralmente una nazione sovrana è un atto di guerra e una violazione del diritto federale e internazionale", ha tuonato Zohran Mamdani, il neosindaco di quella New York dove Maduro è diretto, e paladino dell'onda anti-tycoon. In Congresso i mal di pancia sono bipartisan: quasi tutti lamentano apertamente o privatamente la mancanza di informazioni e di qualsiasi tipo di avvertimento sull'operazione.
L'amministrazione ha replicato che Trump ha agito sulla base dell'articolo 2 della costituzione che gli conferisce i poteri di commander-in-chief e che gli consente di agire anche senza il via libera del Congresso. Un'analisi condivisa dai leader della Camera e del Senato, i repubblicani Mike Johnson e John Thune, ma che suscita dubbi bipartisan. I leader di Capitol Hill sono stati informati solo dopo l'operazione e ora chiedono di ricevere informazioni dettagliate al più presto, anche su quelle che ritengono le "bugie" raccontate a deputati e senatori sulle vere intenzioni dell'amministrazione in Venezuela.
3 - GLI AFFARI MANI SUL PETROLIO BIG OIL PUNTA I GIACIMENTI PIÙ GRANDI DEL MONDO
Estratto dell’articolo di Eugenio Occorsio per “la Repubblica”
Con 303 miliardi di barili, calcola l'Energy Institute di Londra, il Venezuela detiene le maggiori riserve di petrolio del mondo (il 17% del totale globale), contro i 240 miliardi di barili dell'Arabia Saudita. Basta questo per giustificare un intervento che scuote gli interi equilibri mondiali?
La storia dice che i big del petrolio americani cercano di sfruttare tale patrimonio fin dal 1914 quando fu avviato il primo pozzo, il Mene Grande sul lago Maracaibo, e cominciò l'assalto al tesoro dell'oro nero che ieri Trump ha evocato in conferenza stampa dicendo che «le compagnie americane accorreranno numerose» non prima di aver puntualizzato che «saranno gli Stati Uniti a dirigere il Paese nella transizione».
E il Venezuela non è solo petrolio ma anche il gas prodotto dall'Eni, destinato all'approvvigionamento locale: ora il gruppo italiano può sviluppare un business più ampio in collaborazione con gli americani.
I rapporti fra Washington e Caracas sono sempre stati burrascosi per la serie di colpi di Stato, dittatori, bruschi cambi di regime e brevi squarci di democrazia in Venezuela. Le prime concessioni petrolifere con Exxon, Chevron, Conoco-Phillips, Texaco e le altre "sorelle" risalgono agli anni '40, legate all'aumento della domanda nella Seconda guerra mondiale.
Nel dopoguerra vista la concorrenza dei produttori del Medio Oriente, proprio Caracas propose di allearsi con i "nemici" Iran, Iraq, Arabia Saudita e Kuwait creando nel 1960 l'Opec, poi allargata ad altri produttori. L'obiettivo era di contrapporsi allo strapotere delle major Usa ma le divisioni nel cartello — alimentate in silenzio dagli stessi Stati Uniti — sono state un ostacolo.
Il Venezuela intanto nel 1976 ha nazionalizzato le produzioni imponendo ai partner occidentali joint-venture al 50-50%, poi trasformate in 60-40 a favore del governo con tutte le tensioni del caso. L'unica parentesi di democrazia e riforme di tutti questi decenni sono stati gli anni '90, quando la Petroleos de Venezuela si conquistò una fama di affidabilità ed efficienza. Ma nel 1999 con l'elezione di Chavez la situazione è precipitata fino agli abissi attuali: l'avvento di Maduro è del 2013, le sanzioni sull'export risalgono al Trump I, fra il 2017 e il 2019.
Il Venezuela è temporaneamente estromesso dall'Opec, insieme con Libia e Iran anch'essi sotto embargo americano, e non partecipa alle decisioni su quote e prezzi. […] Vanno poi considerate le fonti rinnovabili, l'auto elettrica, le tecnologie di risparmio energetico, tutti fattori che abbassano la domanda di petrolio. Tanto che […] i rincari dovuti alla nuova guerra di Trump «non dovrebbero superare il 10-20%, limitandosi a quella porzione di greggio pesante e non sostituibile prodotto in Venezuela e lavorato nelle raffinerie specializzate del sud degli Stati Uniti […] A spingere il tycoon è stato anche il fattore-Cina: […] Pechino sta aiutando il Venezuela a ricostruire le decrepite infrastrutture petrolifere […] Ci vorranno, secondo la Cnn, 58 miliardi per tornare a livelli accettabili di produzione.
petrolio in venezuela
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